Neve, fango e merda

Entrando nel bar, lui si toglie il cappuccio. La nebbia non è riuscita a tenere asciutti i capelli, soprattutto il ciuffo davanti.
Si dirige direttamente verso sinistra. La trova seduta lì sulla poltroncina rossa, illuminata dalla luce calda dell’abat-jour che arreda il bar.
Lei fissa la gente che passa per la strada. Ha il viso stremato, le guance rigate da lacrime non troppo vecchie e gli occhi gonfi e stanchi. Poi lei si gira e lo vede, lui sospira e si siede davanti a lei.

Si passa una mano nel ciuffo, è asciutto nonostante la pioggia. Appena entra nel bar, lui si guarda intorno. Alla fine la vede, è seduta in fondo a sinistra su una poltroncina rossa, sta guardando fuori dalla vetrina del bar.
I tratti del suo volto sono riscaldati dalla luce di un abat-jour. Il suo naso dritto, la bocca sottile, gli occhi marroni contornati dalle ciglia scure vengono illuminati da quel calore artificiale.
Ad un tratto lei si volta e lo vede, gli sorride e con la mano gli fa il gesto di avvicinarsi. Lui la raggiunge e le si siede di fronte.

– Non hai l’ombrello -, dice lei notando il ciuffo bagnato di lui.
– Non serve l’ombrello con la nebbia.
Lei fa spallucce come fa sempre quando non sa cosa rispondere.
Lui chiama la cameriera e ordina un caffè americano per sé e un tè ai frutti di bosco per lei. Poi sono di nuovo da soli. Lui la guarda ma lei non ricambia, si fissa le mani mentre se le massaggia nervosamente.
– Hai pianto molto? – chiede lui.
– Ma che domanda è.
– Non lo so.
Poi stanno ancora in silenzio.
– Non mi piace quando piangi, lo sai – dice ancora lui.
-Non ti piace quando piango e sei quello che mi fa piangere più di tutti.
– È vero.
Si guardano un po’, lei ogni tanto distoglie lo sguardo. Finalmente arriva la cameriera con il caffè e il tè.
Non si guardano più e ognuno si concentra sulla propria bevanda per qualche minuto.

Lei lo guarda divertita mentre lui si toglie l’impermeabile.
– Bel clima a Milano, eh – dice lei.

Sempre con l’ombrello tocca girare.
Si guardano un po’, poi arriva la cameriera. Lui chiede un caffé americano, lei un tè ai frutti di bosco.
Si guardano ancora tra una parola timida e l’altra. Lei osserva come il ciuffo di lui cade sul sopracciglio sinistro, come la barba esalta i lineamenti del viso. Lui le guarda le guance alte e definite e gli occhi caldi e brillanti.
– Hai la faccia di una che ride sempre, te – dice lui.
– Dipende se sono in buona compagnia.
– E ora lo sei?
Lei soffoca un sorriso e fa spallucce. La cameriera poggia sul tavolino quello che i due hanno ordinato.

Lui cerca di afferrare la mano di lei, è appoggiata sulla spallina della poltroncina rossa. Lei la ritira. Lui sospira e beve un sorso di caffè.
– Come sta tua madre? – chiede lui.
– Sta come sempre.
– Hai passato la notte in ospedale?
– Sì.
– Me lo dici se hai bisogno di aiuto, vero?
Lei lo guarda come se non capisse la sua lingua.
– So di aver sbagliato, ma ci sono comunque per te e per tua madre – dice lui.
– Dal momento in cui tu hai deciso di sbagliare, hai scelto di non esserci più né per me, né per mia madre.
Lui si strofina gli occhi, non sa come spiegarle tutto il groviglio che sente nel petto e nella testa. Vorrebbe dirle che quello che è successo non ha significato niente, ma lei risponderebbe che dunque è un egoista, che senso ha buttare la loro storia per qualcosa senza significato. Vorrebbe dirle che quello che può sentire per un’altra non è niente in confronto a quello che prova per lei, ma lei risponderebbe che allora è vero che ha provato qualcosa per un’altra, ci rimarrebbe male. Vorrebbe dirle che lei è la cosa più bella che gli sia capitata da molto tempo e non sa perché ha fatto quello che ha fatto, assomiglia sempre di più a suo padre e si vergogna per questo. Ma lei risponderebbe che è inutile dare le colpe al padre, è stato lui a scegliere come comportarsi ed è ora di prendere le responsabilità delle proprie azioni.
– Mi dispiace – dice lui.
Lei beve un sorso di tè dalla sua tazza.
– Anche a me – dice lei.

Lei ha delle belle mani, sono lunghe e fini. Lui gliene afferra una ed è esattamente come pensava che fosse, delicata e liscia. Lei pare sorpresa da questo gesto, in pochi secondi lo guarda negli occhi, gli stringe la mano appena e la ritira goffamente. Lui sorride e sorseggia il suo caffè.
– È stata carina la cena di ieri – dice lei.
– Piacevole, sì.
– Tuo fratello e Grazia stanno bene insieme.
– Da quanto tempo conosci Grazia?
– Dal tempo del liceo.
– E sai perché ha deciso di organizzare la cena di ieri?
Lei ride. In quel momento lui si ricorda che la sera prima era rimasto colpito dalla sua risata. Era melodica e leggera, l’avrebbe voluta sentire continuamente, quella risata.
– Ha deciso che mi deve trovare un ragazzo -, dice lei.
– Così ti ha presentato a me.
– A quanto pare.
Poi a lui viene in mente una telefonata che lei ha ricevuto la sera precedente.
– Ma tua madre come sta? – dice lui.
– Sta bene. È routine quotidiana, questa. Si entra e si esce dagli ospedali di continuo.
Lei sorride e beve dalla tazzina.

Lei finisce il tè, lui finisce il caffè. Con tutto ciò che dovrebbero dirsi, rimangono entrambi muti nel proprio dolore. Lei vorrebbe chiedergli se ne è valsa davvero la pena, se gli è piaciuto andare a letto con Grazia, se l’ha mai pensata mentre baciava l’amica, se ci sono i sensi di colpa e se fanno male, quanto fanno male e dove stanno, nel petto, nella testa, nello stomaco?
Lui pensa a questi sensi di colpa che gli ricordano un po’ la sensazione di essere sotterrato sotto una valanga. Gli era capitato quando era andato a sciare, era stato seppellito da un cumulo di neve. Fortunatamente non era stato un incidente così grave, ma si ricorda lo spavento di quel momento e si sente così, sepolto sotto chili di neve e forse anche fango e merda, però questa volta la via d’uscita non c’è.

Entrambi finiscono di bere e chiacchierano. Mentre lei lo ascolta, non si ricorda più quando è stata l’ultima volta in cui si sia sentita così. Si sente incantata, questo pensa, e pensa anche che lui sia pericoloso, eppure lo vuole ascoltare e vuole rimanerne incantata.
Lui pensa a come lei lo guarda e che poche volte c’è qualcuno che abbia voglia di ascoltarlo come fa lei. Non sa perché ma si ricorda di quella volta in cui era andato a sciare ed era finito sotterrato dalla neve fresca. Ripensa a come cercava di respirare e non ci riusciva, però scavava per cercare ossigeno e alla fine lo aveva trovato. E così si sente in questo preciso istante, come se riuscisse finalmente a respirare dopo aver inalato solo neve, fango e merda.

Lei si alza e si mette la giacca, senza dire una parola. Lui lascia i soldi sul tavolo e si alza con la pesantezza di cinquanta mattoni nel petto. La segue fuori dal bar e si fermano sul marciapiede. La nebbia c’è ancora, lei si tira su il cappuccio e si guardano.
Lui si avvicina e la bacia. I movimenti delle bocche sono lenti, inumiditi dalle lacrime che lei versa forse per addolcire un po’ la durezza delle loro lingue. È un bacio che sa di sofferenza, di tradimento e di addio. Le mani di lui cercano di trattenerla dalla schiena mentre lei si scosta decisa.
– Ciao – lei dice e se ne va.
– Ciao – risponde a bassa voce lui.

Scusami ma devo andare da mia madre ora – dice lei. Si alza e si mette la giacca, lui la imita e lascia i soldi sul tavolo. Entrambi escono dal bar, ha momentaneamente smesso di piovere.
– Grazie per oggi – dice lei.
– Grazie a te.
Lui si avvicina a lei e la bacia. È un bacio bramoso, coinvolgente e promettente e lei si lascia stringere sempre di più tra le braccia di lui.
– Se vuoi – lui dice, – se vuoi posso accompagnarti in ospedale da tua madre.
Lei sorride e annuisce. Così lei gli prende la mano e si avviano insieme, respirando finalmente oltre tutta quella neve, tutto quel fango e tutta quella merda.

Un racconto di Giada Franco

L'ospite Inatteso

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