L’ultima foglia

C’era un albero nel parco, all’albeggiare dell’inverno, che aveva ormai perso tutte le sue foglie. O meglio, quasi tutte. Perché una di loro, la più testarda, non ne voleva proprio sapere di cadere. Era la foglia di un platano bello vispo, che in primavera era solito sfoggiare una chioma imponente, portando con sé ombra e ristoro. In autunno, invece, sapeva regalare colori talmente vivi che le foglie parevano uscite dalla tavolozza di un pittore. Ora però, la foglia sopravvissuta guardava le sue compagne lì, tutte a terra, a formare un tappeto variopinto.

Sì, a terra. E io dovrei fare la loro fine? Non ci penso nemmeno! Io me ne sto qui, bella aggrappata! Così pensava la foglia, che si era colorata di un rosso vermiglio di rabbia nel vedere l’albero di fronte a sé, l’unico ancora in fiore di tutto il parco. Sì, proprio non ne voleva sapere di mollare la presa. Io qua devo difendere l’onore! Ne faceva una questione di principio, la foglia, ma forse dietro quel presunto onore nascondeva altro. La vista di tutte quelle sue sorelle, ammassate, ammucchiate, avvizzite, la lasciava atterrita. Io non voglio finire lì, in mezzo a loro, pensava in un cassetto nascosto, che non sapeva nemmeno di aprire. Io non vado giù, rimango qui, perché le foglie di quell’albero sono tutte su, e allora anch’io su.

Alla sua sinistra c’era un albero morto, stecchito. Nudo come un verme. Le faceva impressione vedere tutti quei rami sottili nudi e morti, quello scheletro mosso dal vento, inerme, senza voglia di lottare. E allora se cado anch’io quest’albero muore, se ne va via e non torna più.

Ma la foglia sapeva che l’albero alla sua sinistra non era morto. Era solo in letargo. Sapeva che sarebbe rinato in primavera. E sapeva che l’albero che la ospitava non sarebbe morto con lei, no. Sarebbe morta solo lei. Lei sì. Ma anche questo era un pensiero troppo difficile da tirar fuori, ed era come se fosse nascosto in un cassetto ancora più lontano. Usciva allo scoperto in altri modi, attraverso le piccole chiazze che si erano formate sulla sua pelle.

Quando il vento sbuffava la foglia ci pensava, alla morte. La vedeva per un istante, e poi la lasciava scomparire di nuovo, dietro altri pensieri. E si aggrappava a questi. Si aggrappava al suo rametto. Ho il picciolo più tenace di tutto il parco, non mi butti giù! Ma intanto sentiva che qualcosa nel suo corpo stava cambiando. La sua pelle era sempre più secca e deperita. E il suo picciolo, per quanto tenace, allentava la stretta, pian piano, quasi a dire che il vento, in fondo, le stava facendo un piacere.

Insomma, vuoi scendere tra noi! Non fare la testarda come al solito!

Era il tappeto di foglie a parlare. Tutte all’unisono, ma era come se uscisse una sola voce, chiara e distinta. «Forza, buttati giù, vuoi che il vento ti faccia male?». No, non era ancora tempo. «Ma quando sarà tempo? Quando? Vuoi davvero andare avanti così e ribellarti a qualcosa che non puoi controllare?».

Ma vi sentite? Mi volete spiegare perché quell’albero laggiù è ancora rigoglioso e verde? La verità è che vi siete arrese al primo sospiro di vento. Se non ci fossi io qui, sareste morte anche voi. Ma loro erano morte per davvero. E non potevano parlare. Non potevano parlare con lei. E allora chi mi sta parlando? Vuoi morire lassù? Dicevano. Che senso ha morire prima di morire? Non è meglio morire da vivi? Da chi arrivano questi pensieri? Chi è che parla, le foglie sono morte! O forse sono talmente strette tra loro da parlare con i loro residui di vita? Ma che pensieri faccio? Non è così, non può essere così!

E così, le foglie laggiù, si zittirono immediatamente. Si ritrovò sola. Il vento diventava sempre più freddo e nervoso, e più il tempo passava, più lei perdeva colore e vitalità. Dovevate vederla com’era bella un tempo, la sua pelle era liscia come seta, potevi accarezzarla e sentire pulsare le vene che la abitavano. Adesso sarebbe bastata una timida carezza a farla sbriciolare.

Ma nonostante questo non voleva cadere. E il vento faceva sempre più male. Ma lei cantava. Cantava e rideva. Pensava cose impensabili. Chissà da quali cassetti li aveva tirati fuori, quei pensieri. Lo sapeva solo lei, o forse lo avrebbe saputo tra poco. E cantava, forse erano quelle filastrocche dei bambini che sotto l’albero si rincorrevano in primavera. Sì, forse erano loro. Dove sono finita? Sono ancora qui e non lo sono più. Non pensava più all’albero verde davanti a sé. Non pensava più. Ricordava quei canti. Era quei canti. Rideva.

Poi cadde giù. 

Racconto e immagine di Francesco Fiero

Francesco Fiero

Quello che (ci) pensa. Classe 1989, nasce a Milano. Diviso tra cinema e letteratura, per non sbagliare si laurea in Filosofia. Ama passeggiare, specie se una libreria è nelle vicinanze.

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