Un ricordo perso nell’acqua. “Labirinto” di Burhan Sönmez

“Era stato fortunato, così gli avevano detto. Una sola frattura. Nessun altro danno al corpo; ma loro non considerano la memoria perduta come una parte del corpo”.

Boratin Bey si è svegliato in una stanza d’ospedale. Gli dicono che si è buttato dal Ponte sul Bosforo. Un suicidio mancato, da cui è uscito praticamente illeso; se non per la perdita della sua memoria, dettaglio non indifferente. Boratin ha perso se stesso, il suo passato. La sua casa non è più casa sua, non riconosce l’arredamento, gli oggetti, l’intimità di tutti i giorni. Ha perso il tramite tra i suoi pensieri e il mondo là fuori. Non sa nemmeno il motivo che lo ha spinto al suicidio. Perché era arrivato a compiere un gesto così definitivo?

Quello di Boratin è un viaggio interiore che corre per le vie e le strade di Istanbul, alla ricerca del senso perduto. Un senso che passa attraverso gli amici, i membri della band blues in cui suona; le canzoni scritte da lui, ma che è come fossero state scritte da un altro; la voce di sua sorella, lontana da Istanbul, dall’altro capo del telefono. L’unica figura che, pur distante, riesce ancora a incarnare la familiarità svanita. 

 Labirinto (nottetempo, 2019) è un romanzo intimo e delicato, l’orientamento al buio di un uomo che riacquista uno sguardo “vergine”, anche nei confronti della sua città e del suo paese. Da questo punto di vista, oltre a essere introspettivo, il romanzo di Sönmez sa anche essere fortemente politico. Visti gli ultimi avvenimenti in Turchia,  a tratti suona profetico. Turco, di etnia curda, Sönmez non ha mai nascosto il suo dissenso nei confronti di Erdoğan, tanto da definirlo, in un saggio pubblicato dalla stessa nottetempo (contenuto in Strongmen), “un uomo normale”, che ha scatenato il caos per poi porsi come unico rimedio a esso. Un aspirante sultano, con il progetto di far resuscitare l’Impero Ottomano. Parole non certo benevole. E mai come in questo momento si fa strada la forza politica di Labirinto, che scorre attraverso il pensiero ingenuo di un uomo che non sa e non ricorda, ma sa vedere, nel suo candore, verità che agli altri sono negate. Boratin osserva il manifesto imbrattato dalle A degli anarchici di quello che gli appare, non a caso, come un sultano ottomano vissuto tanto tempo fa; non capisce perché i ragazzi che ha appena conosciuto contestino l’immagine di un uomo che sicuramente è appartenuto al passato. Eppure, quel manifesto mostra l’uomo del presente, tanto da far chiedere a Boratin se gli uomini di Stato stiano trasportando il passato nel presente, o il presente nel passato. Se il tempo perde di significato, e con esso la memoria, ecco arrivare la profetica sentenza di Sönmez: “La guerra inizia con la menzogna, prosegue con la menzogna, termina con la verità”, come se il futuro fosse stato già scritto in calce al manifesto.

Quello di Sönmez è un labirinto fatto di specchi. Un romanzo che riflette, nel significato letterale e figurato del termine. Gli specchi conservano il passato silenziosi, e Boratin invidia la loro conoscenza: “Lo specchio ha una memoria sconfinata. Tutto ciò che vede è assorbito al suo interno. Contiene in sé il vecchio me, il mio me nudo, il mio me che dorme. Mentre neppure io stesso mi conosco nel sonno, lo specchio sa”. Entrare nel labirinto significa uscire da sé, senza possibilità di rientrare. “Mi avvicino al tempo che in passato ho abitato”, dice Boratin, “ma ora ne sono caduto fuori”. È un viaggio al limite dei propri contorni, di un’ombra che è sempre presente ma che non racconta più nulla. Ma è un viaggio che dà anche la possibilità di poter rintracciare i confini e tracciare  i legami in una maniera nuova, rigeneratrice; che porta a non voler più comprendere e ritrovare a ogni costo ciò che è stato, che si è stati, ma a fare affidamento sul presente, pur così nebuloso, così disorientante. Così nuovo. È qui che Labirinto sa anche essere un romanzo di speranza: una speranza che risiede nella riqualificazione del senso, delle piccole cose che nella vita precedente, prima di dimenticare, forse venivano ignorate. Come la pioggia, che cade dal cielo e si posa sul proprio volto. Per la prima volta.

Tra le righe” è una rubrica che si occupa di piccole e medie realtà nell’editoria. L’intento è quello di offrire uno sguardo su libri che hanno meno spazio nei media e nella promozione, e di dare una panoramica su nuovi autori e letterature.

Francesco Fiero

Quello che (ci) pensa. Classe 1989, nasce a Milano. Diviso tra cinema e letteratura, per non sbagliare si laurea in Filosofia. Ama passeggiare, specie se una libreria è nelle vicinanze.

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