Una penna secca

Un giorno, la mia penna smise di andare. Era ancora piena d’inchiostro ma si era seccata, irrimediabilmente.
Quella penna secca era la penna con cui scrivevo. Con cui scrivo. Una penna che conservo per i miei momenti creativi, dove ho bisogno di una scheggia, una freccia fluida e veloce che non conosce esitazioni; per provare, in via ipotetica, ad andare alla velocità dei pensieri. 
Ma ormai la mia penna era completamente immobile, restia a ricominciare la sua corsa. Avevo tentato di farla ripartire in ogni maniera. I ghirigori e gli scarabocchi mancati erano solchi appena visibili che ribadivano il concetto: il motore non partiva più. 
Insomma, io mi trovavo in questa situazione. Avevo una penna che non ne voleva sapere di andare, sfregata all’ossesso, incandescente ma silenziosa. Allora iniziai a chiedermi se non fosse un caso che, in quel periodo, erano proprio le parole a mancare. Così rimasi con la penna in mano, ad aspettare. Aspettare che le parole arrivassero, senza preoccuparmi di doverle annotare su carta. 
Stetti fermo in quella posizione per ore; ed era come se la penna, in quello stato di pura possibilità, avesse ricominciato a scrivere. Era diventata uno strumento di pensiero, un’attesa condivisa. 
Poi pensai che l’inchiostro, per una penna, è un po’ come il suo sangue, la sua linfa vitale. E che il sangue si secca quando prova a cicatrizzare una ferita aperta, con i suoi tempi di guarigione. Ma era la sua, o la mia, di ferita?
Forse avrei dovuto dare a lei la parola, per provare a capirlo. Così provai ad avvicinare la sua punta al foglio di carta. Provai a scrivere di lei, di noi, di quella ferita. E in quel momento, magicamente, l’inchiostro tornò a fluire. Scrissi senza sosta per un giorno intero, con il terrore di rileggere le mie parole. Non lo feci neanche in un secondo momento. Un biglietto di sola andata: mi era bastata la fatica e l’angoscia di conoscere la destinazione. 
Ci sono volte in cui scriviamo per dovere, altre in cui scriviamo non si sa bene per chi. Poi ci sono i casi in cui è la penna a scrivere per noi; e noi lì a seguirla, nella sua corsa impazzita. Sono le volte in cui ci assale la paura di quello che incontreremo lungo il percorso. Anche perché, di fatto, sono questi i casi in cui il nostro controllo sulle parole che escono fuori dall’inchiostro è pressoché nullo; a noi può solo rimanere quel senso di attesa e terrore per la parola successiva, per la frase che sta per arrivare, pronta a tirarci sotto come un treno.
Certo, queste sono anche le volte in cui, guarda caso, ciò che esce fuori non era stato minimamente preventivato; ed è lì che preme sulla nostra carne, ci chiama, ci spreme e poi ci lascia esausti a fine corsa. 
Forse avevo bisogno di parlarne, prima di tornare su quei fogli. Di dare tempo e riflettere su quel tempo. 
E ora, forse, quel tempo è arrivato. Non so cosa troverò. So solo che, da quelle parole, tutto ha ricominciato a scorrere.

Illustrazione di Danipas

Francesco Fiero

Quello che (ci) pensa. Classe 1989, nasce a Milano. Diviso tra cinema e letteratura, per non sbagliare si laurea in Filosofia. Ama passeggiare, specie se una libreria è nelle vicinanze.

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