Cartolina dalle Miniere Galattiche

All’improvviso, il trillo di una campanella si diffuse per le gallerie, sovrastando il costante battere dei picconi contro la parte di roccia. Braxton posò il suo attrezzo, si tolse il caschetto protettivo e, con sollievo, si passò un tentacolo sulla fronte coperta di sudore e polvere. Finalmente un’altra, estenuante giornata di lavoro era giunta al termine. Trascinandosi stancamente sui suoi dieci tentacoli, il minatore si mise diligentemente in colonna insieme ai suoi compagni per uscire dalla miniera, sotto lo sguardo feroce e ineludibile dei sorveglianti armati. All’uscita del pozzo minerario li aspettavano, come sempre, le navette destinate a riportarli ai loro miseri alloggi. Quelle navette erano malandati cargo minerari, che, ormai troppo malridotti per trasportare il pesante carico di minerali, erano stati malamente riadattati per trasportare i minatori, agli occhi della meticolosa burocrazia mineraria, molto meno preziosi di ciò che estraevano. I lavoratori si trovavano quindi pigiati uno contro l’altro in un mare di polvere e sudore, ammassati come bestie in numero eccessivo su quegli instabili trasporti che minacciavano costantemente di guastarsi e ammazzare i passeggeri. D’altronde, la perdita di qualche centinaio di minatori in un incidente non contava nulla. L’Impero era popolato da centinaia di migliaia di disperati che, pur di assicurarsi una sussistenza minima, erano pronti ad arruolarsi nel Servizio Minerario Imperiale, mai sazio di minatori. Braxton salì sul trasporto, dopo tanti anni di servizio ormai non si domandava neanche se il mezzo sarebbe esploso o meno. La sua unica preoccupazione era trovare un posto abbastanza defilato in modo da evitare che i suoi dieci tentacoli venissero calpestati, cosa che però succedeva comunque regolarmente, perché il cargo faceva spesso delle brusche fermate e questo provocava fra i numerosi passeggeri drastici sommovimenti che si concludevano sempre con gli arti di Braxton doloranti. Quel lungo, ennesimo viaggio di ritorno non fece eccezione. Quando Braxton scese dal trasporto, otto dei suoi tentacoli erano stati pestati e lui era impregnato di sudore, suo e dei compagni che viaggiavano pigiati con lui. Sospirò con rassegnazione e, dondolando la sua enorme testa a forma di cuore, si avviò stancamente verso il suo alloggio. Questo, come tutti gli alloggi dei suoi colleghi e delle loro famiglie, si trovava nella vasta e squallida città sorta attorno ai giganteschi pozzi minerari nel settore meridionale del pianeta. Più che una città, il centro abitato sembrava una gigantesca discarica urbana dove venivano riversati rifiuti, umani e materiali, da tutto l’Impero. In quel caos di detriti, immondizie, abitazioni piccole e precarie tutti cercavano di sopravvivere, a volte per mezzo della solidarietà, molto più spesso per mezzo della forza e della prepotenza. Al governo imperiale non interessava mettere ordine in questo fetido marasma urbano. Ciò che importava era soltanto che i tributi e i minerali venissero sempre versati ai suoi funzionari e che gli abitanti della città discarica risolvessero fra di loro le proprie beghe e non le trasformassero in “preoccupanti problemi politici che richiedessero l’attenzione dell’Eminente Governo Imperiale, già impegnato da ben più alte questioni”, per usare le parole di un manualetto molto in voga fra i burocrati dell’Impero. Comunque Braxton era stato molto fortunato, perché si era ritrovato a vivere in un distretto della città discarica abbastanza tranquillo e dove vigeva una certa solidarietà di vicinato. Con molta fatica si cercava di andare avanti assieme, aiutandosi come possibile. Tuttavia, pensò Braxton, diventava ogni giorno sempre più difficile. L’Impero sembrava sempre più bellicoso e ogni nuova guerra sembrava costare più della precedente. L’esoso prezzo di queste imprese ricadeva in maniera sempre più gravosa sui sudditi, che non avevano alcuno spazio per esprimere il loro dissenso verso la politica del governo. La loro impotenza inoltre appariva ancor più penosa se confrontata con i privilegi e le impunite vessazioni dell’esercito, della burocrazia e dell’aristocrazia dell’Impero. Per il suddito qualunque sopravvivere diventava sempre più duro e questo accresceva la diffidenza, la rabbia e la lotta fra gli ultimi. Scuotendo la testa, Braxton attraversò la strada che lo separava dal formicaio in cui sorgeva il suo alloggio, un enorme palazzo in cemento grigio che sembrava aver instaurato una sorta di rapporto simbiotico con le immense cataste di rifiuti vicine. Queste sembravano avere vita propria, soggette a crolli e frane improvvise, a continui rimescolamenti di scarti e spazzatura. Braxton sperò con tutto il cuore di non aver lasciato aperta la sua piccola finestra. Il suo alloggio dava proprio su una di queste immense montagne di scorie e ogni volta che si dimenticava di chiudere la finestra (cosa che accadeva più spesso di quanto fosse disposto ad ammettere) si ritrovava la stanzetta piena di robaccia spinta dentro da qualche sommovimento delle cataste. La speranza di Braxton si rivelò vana. Dalla finestra aperta erano entrati nel suo alloggio un bel po’ di rifiuti e, il minatore, che voleva solo andare a letto, passò l’ora successiva a ributtarli fuori e a ripulire alla bell’e meglio la stanza. Buttata fuori l’ultima manciata di rifiuti, Braxton aveva chiuso la finestrella e si era appena buttato sul letto, quando la sua attenzione venne attirata da un rettangolo di carta colorato e sgualcito che era rimasto incastrato a metà sotto la base del suo comodino. Allungò uno dei suoi tentacoli e liberò il pezzo di carta, che rivelò avere sopra un’immagine dal sapore antico. Questa, per quanto rovinata in alcuni punti, era tutto sommato ancora ben visibile e attirò l’attenzione di Braxton. Il minatore aveva sempre avuto una passione per i piccoli oggetti vecchi e antichi. Queste piccole anticaglie, questi ninnoli storici, anche se non legati alla sua storia, a quella della sua razza o del suo lavoro, gli davano un senso di appartenenza a qualcosa e scacciavano dal suo animo la sensazione di solitudine che lo prendeva quando pensava di essere nient’altro che uno fra i tanti sudditi di un immenso impero galattico. Quei cimeli minori facevano emergere un piccolo mondo, vivido e reale, che si contrapponeva all’impersonalità schiacciante dell’Impero. Braxton si mise a studiare il foglio, la curiosità l’aveva avuta vinta sulla stanchezza. L’immagine raffigurava una figura umanoide di sesso femminile, come dedusse Braxton da quello che doveva essere un seno scoperto. La donna, che indossava uno strano cappello rossiccio, reggeva nella mano destra una fiaccola, mentre aggrappato alla sua mano sinistra si intravedeva un cucciolo umano, una ragazzino. Il viso della figura si volgeva all’indietro, come se si stesse rivolgendo a qualcuno alle sue spalle, un qualcuno non visibile nell’immagine rovinata, che però lei sembrava esortare con quel gesto della testa. Era, quella, solo una supposizione di Braxton, perché il volto della femmina umanoide era rovinato, cancellato dal tempo. Eppure Braxton sentiva che doveva essere così, perché il corpo della donna era teso, slanciato in avanti, sembrava gettare tutta se stessa davanti a sé. Lo colpiva in particolare l’arto che reggeva la fiaccola. Era saldo e rigido, così diverso dai suoi tentacoli, e si proiettava quasi fuori dall’immagine, tenendo salda la fiamma. Cosa stava facendo quella donna? Rapito da quell’immagine e dalle domande che gli suscitava, lo stanco Braxton cadde in un sonno agitato. Sognò di avanzare solo e disorientato in una fitta foschia bianca, si sentiva perso. Ad un certo punto, in quella nube lattiginosa scorgeva una luce lontana e si metteva a seguirla. Sembrava una fiamma. Mano a mano che avanzava distingueva un braccio teso a reggere quella luce e attaccato al braccio un corpo umanoide, grande, forte, pieno. La figura gli dava le spalle ma Braxton la riconobbe come la femmina umanoide della vecchia immagine. Il cucciolo umano però non c’era. La donna si voltò, come nell’immagine, e il suo sguardo incrociò quello di Braxton: era uno sguardo risoluto, coraggioso, ma anche buono e luminoso, che attirava il minatore, sembrava chiamarlo. Braxton lo ricambiò con uno pieno di domande. Come a rispondergli, la donna rivolse il suo sguardo oltre il minatore. Braxton si voltò, per vedere cosa ci fosse alle sue spalle, e vide che dalla bianca caligine emergevano alla spicciolata altre figure, prima poche, poi un numero sempre più grande. C’erano persone di tutte le razze, sembrava che tutta la popolazione dell’Impero si stesse radunando lì. Inizialmente Braxton riconobbe i suoi colleghi di miniera, quindi gli abitanti del suo quartiere, poi alcuni volti della sua infanzia, infine cominciò a non riconoscere più le persone. Eppure, per quanto sconosciuti, Braxton non poté far a meno di sentire una certa fratellanza con essi, osservando i loro sguardi decisi e luminosi. Ad un certo punto quella marea di individui si fermò, nel momento in cui la sua prima, disordinata linea aveva raggiunto la donna con la fiaccola. Braxton si sentiva emozionato e disorientato, quando vide che alla sinistra della femmina umanoide era rimasto un buco, uno spazio vuoto che nessuno aveva occupato. Allora Braxton capì. Raggiunse il posto vuoto al fianco della donna, le strinse con il tentacolo la mano sinistra, come il bambino dell’immagine. Lei gli sorrise, quindi voltò la testa oltre la sua spalla destra, in un gesto di esortazione. Braxton sentì la marea di individui gonfiarsi all’unisono, determinata, come un’onda inarrestabile e si svegliò di colpo. SI era addormentato stringendo l’immagine nel tentacolo. La guardò. Aveva compreso. Il primo seme della Grande Rivoluzione Galattica era stato piantato.

Racconto di Carlo Daffonchio

Illustrazione di Angelo Rosace

ROA

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