Una Notte Densa E Pesante

Il cielo era gonfio di lacrime, le lasciava cadere sotto forma di pioggia, una pioggia densa e pesante che mi faceva male, mi appesantiva, costringendomi a trascinare i miei passi per la strada. Erano le due del mattino di un mercoledì di ottobre e mi sentivo un esule della vita. La luna era sola nel cielo, niente stelle, mi sentivo rincuorato: mal comune mezzo gaudio. Le luci dei lampioni erano enormi coni gelato dove piccoli e variegati insetti rimanevano invischiati. Io cercavo di evitarli, quegli enormi coni di luce vischiosi, li evitavo come la vita. Non odiavo vivere, non volevo morire, solo non trovavo più nessun interesse nei contatti con le persone del mondo che frequentavo. Trovavo tutto e tutti inutili. Tutto troppo superficiale e poco interessante. Stavo cercando qualche cosa di diverso. Ultimamente uscivo di rado ma dormivo pochissimo e per riempire il tempo che mi separava dall’alba e dal dover andare al lavoro, camminavo. Camminare mi rilassava. Camminavo su e giù per tutto il mio enorme appartamento di 50 mq. Penso anche di essermi addormentato in piedi un paio di volte, visto che mi sono ritrovato con la testa contro il muro della camera da letto più di un mattina. Purtroppo nelle ultime settimane la signora Bruna, ch’era l’incantevole inquilina del piano terra con l’appartamento esattamente sotto il mio, aveva comprato un nuovissimo apparecchio acustico e diceva di sentirmi addirittura respirare.- Tu c’hai il respiro pesante, – diceva lei, – ed io sono vecchia e stanca e devi aver rispetto di noi anziani, visto che ci manca poco da vivere.-Vivere, mah!
Quindi, da quel fatidico giorno, dall’acquisto di quell’oggetto miracoloso, io dovevo rinunciare alle mie camminate casalinghe, alle mie deambulazioni sofisticate, per evitare una denuncia da parte di quella adorabile vecchina; ed era tutta colpa della catasta di legno che avevo come pavimento, dei passi avanti nell’otologia e del fatto che la signora non dormiva un cazzo neanche col Tavor. Quindi mi costrinsi ad uscire, almeno per camminare, la notte. Quella sera d’ottobre, dopo diverse notti di camminate libere e non condizionate da agenti esterni, tutto era vischioso e quindi cercai un percorso alternativo, un percorso che mi avrebbe dato la possibilità di stare al coperto: il centro storico era perfetto con tutti quei portici, mi sentivo leggero. La cosa bella di quando si ha tanto tempo libero è l’inventarsi cose nuove da fare e, visto che a me piace camminare, in quel periodo m’ingegnavo a trovar percorsi lunghissimi e sempre nuovi. Mi sembrava di tornar bambino, quando una delle mie più grandi passioni era quella di disegnare mappe del tesoro e giravo pomeriggi interi per le campagne disegnando luoghi sulla mia mappa. Quella notte pensai di passare dai portici del centro storico ai garages e parcheggi sotterranei della zona residenziale e, visto che non scendeva più roba vischiosa dal cielo ed i chilometri da percorrere erano sufficienti a coprire il tempo che mi separava dall’alba, mi decisi a farlo. Non sempre conoscevo il percorso in modo preciso e l’idea di perdermi mi piaceva. A volte mi perdevo davvero e mi ritrovavo a svegliarmi su panchine alle fermate delle corriere dove gli studenti mi punzecchiavano come si fa con le bestie che si trovano tramortite in mezzo alla strada. Il percorso che avevo pensato mi eccitava, mi faceva paura pensare a cosa sarebbe potuto uscire dal buio profondo dei garages sotterranei, come quando da bambino sotto le coperte immagini di esser circondato da mostri divoratori di bambini. Voi non pensate mai alle mostruosità che si nascondono nel buio, anche della mente? Io sì, soprattutto quando sono solo. Arrivato nella zona industriale, dopo aver superato i falò di puttane e tossici, sono finalmente entrato in una strada piena di parcheggi sotterranei e a tutti gli ingressi mi soffermavo attendendo un rumore, un battito, un segno di spaventevoli presenze. Niente. Nulla per nove infiniti garages finché all’ultimo udii un mugolio lieve. Pensai subito ad un gatto in calore, ma più tendevo l’orecchio più sentivo gocciolare sul pavimento umido ed era un gocciolare ritmato intervallato da sospiri. Scesi. Il buio nero e denso mi aveva ingannato, non aspettandomi una discesa così ripida rotolai sul fondo. Mi alzai e sul muro vidi una sagoma di donna, mi avvicinai e ne ebbi la conferma: era una donna. Le chiesi il nome e il perché del suo pianto ma non mi rispose. Quella non risposta mi fece sentire solo. Mi sentii una nullità. Allungai le braccia e la strinsi a me ed i suoi mugugni mi eccitarono e mi sentii una merda. Feci per lasciarla ma lei mi strinse più forte a sè. Ci avvolgemmo in un caldo abbraccio. Il silenzio ci circondava. Io dissi che quella notte nessuno doveva più soffrire, strinsi delicatamente il suo culo e le alzai il vestito. I nostri cuori si fermarono all’unisono. Mi lasciò entrare. Era calda, umida e vischiosa ma ora mi piaceva, quel senso di peso dato dalle cose vischiose. Mi tenne stretto a se mentre spasmi poderosi e cadenzati sembravano passi solitari nella notte. Nessuno dei due era più solo. Il cielo aveva smesso da un po’ di piangere.

Racconto di Francesco Tremazzi

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