Il mondo in una pozzanghera

A differenza degli altri monaci, io, Wibald di Taden, non ho conosciuto solo il chiostro nella mia lunga vita. Tutti gli altri, compreso il santo abate, sono nati e cresciuti nelle campagne circostanti l’abbazia: il viaggio più lungo intrapreso dai miei confratelli li ha portati al massimo presso il palazzo del vescovo, a venti miglia da qui.
Io invece entrai tardi fra queste mura e tardi mi si adattò al corpo l’abito e al capo la tonsura: avevo già diciassette anni e sino ad allora seguii mio padre, che era mercante, nei suoi viaggi. Fu così che conobbi palmo a palmo il profilo frastagliato dell’Italia, le correnti irregolari del Bosforo e gli affollati mercati egiziani. In Spagna vidi sgomento saggi cristiani, ebrei e musulmani arrovellarsi insieme su questioni dottrinali; nei porti d’Asia bevvi vino greco e sentii parlare di un imperatore che nessuno aveva mai visto e a Tripoli venni a sapere che c’è qualcosa al di là del deserto. Nei villaggi slavi della Dalmazia ascoltai lingue ineleganti e barbare, ma sperimentai anche la dolcezza della generosità cristiana; in un’osteria di Marsiglia mi fu raccontato di popoli, nell’estremo nord, che vivono in terre perennemente ghiacciate. Ho conosciuto intimamente e indagato nelle notti senza luna questo grande mare che ci unisce tutti, questo immenso miracolo di Dio.
Quando entrai nel monastero, mi ritenevo sazio – sciocco che ero! – di tanta conoscenza ed ero desideroso di dedicarmi solo alla preghiera e allo studio delle Scritture. Un giorno, tuttavia, mi giunse fra le mani questa breve missiva che sto per riportarvi: sembra che sia stata scritta dal pugno d’un cristianissimo sovrano d’Oriente. Come sia giunta fino a qui non so dirlo, ma il suo contenuto mi è parso degnissimo di fede. Contiene tante e mirabili notizie su terre lontane, che la mia superbia di aver conosciuto tutto il conoscibile s’è sgretolata, sia lode a Dio. Al contrario, ho realizzato che viviamo affacciati a una pozzanghera, come un asino testardo che conosce solo la stalla e la greppia e pretende di aver visto il mondo intero. Proprio per la grande umiltà che la lettura di questo testo mi ha insegnato, ho deciso di copiarlo qui e di premettervi qualche parola, nella speranza che risulti edificante come lo è stato per me, Wibald di Taden. Agamus gratias Deo.

«Ai piissimi re d’Occidente, salve.
La nostra cristianissima sovranità si estende sull’India tutta, dove giace il corpo dell’apostolo Tommaso: ad Oriente giungiamo fino alle propaggini del selvaggio Katai, ad Occidente sino alla deserta Babilonia e alla possente torre di Babele. Al nostro potere sono sottoposti settantadue regni, che pagano puntualmente un ricco tributo. Vivono e nascono presso di noi, fra le altre creature degne di nota, uomini cornuti, grifoni, fauni, satiri, cinocefali, pigmei, giganti alti quaranta cubiti, ciclopi e un meraviglioso uccello chiamato fenice.
V’è ai confini estremi del nostro dominio un’isola immensa e inabitabile, ad esclusione di coloro che vi sono nati: qui Dio fa piovere ogni giorno quella stessa manna di cui si nutrirono i figli di Israele nel deserto e la gente di lì non assume cibo diverso da questo. Essi non provano invidia né odio, non commettono adulterio né sono litigiosi riguardo ai propri beni, ma tutti vivono in pace e prosperità: ogni anno essi devolvono come tributo cinquanta elefanti e cinquanta ippopotami carichi d’oro e pietre preziose.
Gli uomini di questa terra vivono ben cinquecento anni: quando essi giungono all’età di cento anni si abbeverano presso una fonte d’acqua purissima, che sgorga alla radice d’un albero, e dopo tre sorsi si spogliano della vecchiaia e riacquistano gioventù e vigore. Compiono questo rito fino al compimento dei cinquecento anni. Dopodiché muoiono spontaneamente e i loro corpi vengono innalzati sui rami degli alberi di quest’isola, le cui foglie non cadono in nessuna stagione e la cui ombra è quanto di più gradevole vi sia. Miracolosamente la carne dei morti non imputridisce ma si mantiene intatta, come se il morto stesse soltanto dormendo e così rimarrà fino al Giudizio Universale».

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Nicolas Campagnoli

Quello che scrive (e pensa troppo). Studente di Lettere classiche, appassionato di matematica e di lingue improbabili, insaziabile lettore, amante degli aperitivi e filosofo da bar: chi avrebbe mai pensato che potesse scrivere per una rivista online?

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