Non ho avuto paura

Solo una volta nella mia vita mi è capitato di avere paura.
Quella sensazione di terrore e di perdita delle proprie sicurezze che ti porta a guardarti intorno e chiedere aiuto.
Mi trovavo in ospedale ed ero appena stato operato alla caviglia.
Me l’ero rotta giocando nel villaggio con una bicicletta nuova. L’avevano portata gli europei, quelle persone dalla pelle bianca che vengono in Africa per aiutarci. Aprono scuole, ospedali, ci permettono di studiare, di avere dell’acqua potabile e molti di loro restano così colpiti dalla nostra realtà che non riescono più a tornare a casa.
Non ho mai capito perché tutti rimanevano sbalorditi alla stessa maniera la prima volta che venivano in Africa: alla fine da noi non c’è niente di così bello da lasciarti senza parole.

Quella volta un gruppo di olandesi aveva portato una bicicletta verde fluorescente, mountain bike la chiamavano. Io ero il più grande dei bambini del villaggio, avevo 15 anni e fui il prescelto per usarla. Senza dubbio uno dei giorni più belli della mia vita. Ero così emozionato ed euforico che non riuscii a chiudere occhio per due notti di fila.
Mi ci vollero un paio di giorni prima che riuscissi a mantenere l’equilibrio da solo. Quando finalmente iniziai a manovrarla senza l’aiuto di nessuno mi sembrò di aver da sempre saputo come fare. Tutti gli altri bambini mi guardavano come se fossi una sorta di divinità. In realtà non solo loro, ma anche i grandi. I miei genitori erano fieri di me. Tutti invidiavano la mia bravura, non facevano altro che parlare di me e di come miglioravo di giorno in giorno. Mi sentivo sempre più importante: sapevo andare in bicicletta.

L’eccessiva sicurezza, però, mi portò a farmi male. A ogni pedalata riuscivo ad andare sempre più forte, finché un bel giorno, non ruzzolai per terra dopo aver preso in pieno un sasso. Mi avevano avvisato di stare attento ai sassi e alle buche delle nostre strade, ma io non avevo dato retta alle loro parole. Nella caduta il peso di quella meravigliosa mountain bike finì sulla mia caviglia. Sentii un dolore atroce, piansi per tutto il giorno.

Un gruppo di ragazzi del villaggio mi portarono in fretta e furia in ospedale. Mi fecero un paio di controlli e l’esito fu il peggiore possibile: rotta.

Fui fortunato perché l’ospedale a pochi chilometri da casa mia l’avevano costruito gli stessi europei un paio di anni prima. Era uno dei migliori del paese. Mi assicurarono che sarei tornato a correre come prima, anche se, ad essere sincero, non riuscivo proprio a crederlo possibile.

Mi operò un dottore bianco e l’intervento andò nel migliore dei modi. Non poteva essere altrimenti. Loro erano veramente bravi, sapevano fare tutto. Noi sognavamo di diventare come loro.
Mi dissero che sarei dovuto restare almeno quattro giorni a letto.
E secondo le regole dell’ospedale i genitori o i visitatori potevano venirmi a trovare esclusivamente in un determinato momento della giornata.
Questo significava dormire da solo, passare la notte in quella stanza bianca, impossibilitato a muovermi e costretto a chiamare l’infermiera per qualsiasi tipo di necessità.

Provai una paura fottuta. Avevo quindici anni, ero il figlio più grande e da tutti ero già considerato un uomo. Avrei dovuto dimostrare la mia forza, ma in realtà provavo solo un enorme timore all’idea di trascorrere tutto quel tempo chiuso lì dentro.
Non provai nessun tipo di vergogna a guardare mia madre negli occhi e implorarla di restare a dormire con me.

Rimase tre notti di fila a dormire su una sedia, solo l’ultima le dissi di tornare a casa. Era esausta.

Eppure era rimasta lì, con me, tutto quel tempo senza mai lamentarsi di niente.
Giocammo, scherzammo e mi raccontò un’infinità di storie. Di come da piccola era scappata perché voleva attraversare il Sahara e andare in Europa. Di come papà l’aveva corteggiata per quasi un anno e poi dei miei primi giorni di vita. Di come tutti erano preoccupati che non ingrassavo e che nessuno si sarebbe mai aspettato che sarei diventato così alto all’età di quindici anni. Mentre mi raccontava tutto questo, mi vergognavo di me stesso e di averle chiesto di restare per me. Ma avevo veramente paura, tanta.

Poi mai più, non ho più provato quella pessima sensazione.
Neanche ieri notte, mentre mi trovavo sotto l’acqua fredda di quel meraviglioso mare che ho sempre visto come il muro che Dio aveva messo tra noi africani e la parte fortunata del mondo. “Mediterraneo” si chiama e per qualcuno è un posto dove passarci le vacanze, pescare e godersi la vita. Per qualcun altro, invece, è un muro che ti tiene lontano dalla possibilità di una vita migliore.
Ma prima o poi tutti ci provano, almeno una volta nella propria vita, a scavalcarlo quel muro. Perché solo dopo averlo lasciato alle proprie spalle ed essere sopravvissuti si può iniziare a chiamarlo per ciò che realmente è: un mare. Ma solo se sei dall’altra parte te lo puoi godere; da qui, dove siamo noi, dove non c’è quasi nulla, non puoi fare altro che odiarlo.

Ieri non ricordo che ore fossero quando il gommone si è ribaltato e siamo finiti tutti in acqua.
Non so cosa sia successo, ma presumo che il maltempo, le onde alte e i troppi passeggeri siano state le cause del naufragio.
Ho cercato gli altri con lo sguardo, chi urlava, chi pregava e chi già non c’era più.
Non mi sono scoraggiato. Ho iniziato a nuotare senza pensare a cosa stessi facendo, senza realizzare che era inutile. Dopo un’infinità di bracciate ho smesso.
Non avevo forze, erano passate sicuramente più di dieci ore da quando ci eravamo imbarcati. Ho cercato di non affogare provando ad allungare la mano per afferrare la luna, ma dopo un po’ ho smesso di provarci e mi sono lasciato andare.
Il buio è diventato ancora più cupo e intenso.
Ma questo volta non ho avuto paura. Lo giuro.
Ho pensato a mia madre, sì, ma non le ho chiesto aiuto.
Una persona che si mette in testa di attraversare un mare su un gommone non può avere paura. Chi ha timore non si muove di casa. Quando ci sali, su quel gommone, lo sai bene che potrai morire. Ed è quel momento che fa la differenza. Chi se la fa sotto torna indietro, gli altri invece vanno avanti.

Io sono stato coraggioso sin dall’inizio, da quando sono andato in miniera a lavorare per guadagnare i soldi per pagarmi il viaggio fino a quando non ho avuto più forze.
Non volevo deludere mia mamma. Non potevo chiederle aiuto ancora una volta.

Mentre mi lasciavo andare ho guardato la luna e sono rimasto deluso. Era bella come sempre, ma ero convinto che avvicinandosi all’Europa lo sarebbe stata di più. In quel momento mi sono tornate alla mente le parole di Giacomò, il ragazzo italiano che era venuto a fare volontariato nel mio villaggio. Sarebbe dovuto restare sei mesi, ma non ha più voluto andarsene.

“Noi scapperemmo subito da qui e tu rimani? Sei un pazzo,” gli avevo detto.
“Non c’è niente di bello là, credimi. La gente è cattiva. Dovrai imparare a parlare in fretta altrimenti cercheranno di sfruttarti. Ti faranno fare un lavoro pesante e ti pagheranno poco. Non credere che le storie degli schiavi siano finite. Noi che abitiamo i posti che voi sognate siamo gente malvagia. Voi siete meravigliosi invece. Guardatevi, non avete niente eppure ridete e ballate ogni volta che potete. Mi fate stare bene”. Mi aveva confessato Giacomò.
Rideva a crepapelle ogni volta che lo chiamavo. Mi aveva spiegato che l’accento non andava alla fine, ma a me piaceva tanto chiamarlo così.
Era così bravo che in un anno aveva imparato la nostra lingua e mi aveva insegnato un paio di frasi in italiano.
“Ti serviranno per i tuoi primi giorni in Italia”. Era sicuro che ce l’avrei fatta.
“Sei forte come una roccia, Mensah”, mi ripeteva sempre.
Mi aveva insegnato a salutare, a contare, a chiedere informazioni. Gli piaceva come pronunciavo le parole nella sua lingua madre.
“Io non ci tornerò mai più in Italia, ma tu non dimenticarti mai della tua Africa, Mensah”, mi aveva detto il giorno in cui ci siamo salutati per sempre.
Chissà cosa starà facendo ora Giacomò.

Era cresciuto proprio in quella regione dove il gommone sarebbe dovuto arrivare. Lui se l’era goduta da piccolo quest’acqua salata. Aveva imparato a pescare insieme a suo padre e ogni estate aveva lavorato come bagnino.
Mi diceva che il mare è meraviglioso d’estate, ma d’inverno è un incubo. Però vale la pena crescere respirando quell’aria.

Un mare meraviglioso per qualcuno, mentre per noi è sempre stata una barriera. Che strana la vita. In base a dove nasci una cosa cambia anche di significato.

La luna era sempre più lontana dalla mia visuale e per un secondo ho provato ad allungare il braccio con l’ultima goccia di forza che mi era rimasta e poi mi sono lasciato trascinare giù.
Ho sorriso prima di chiudere gli occhi. Ho pensato che se qualcuno avesse ritrovato il mio corpo avrebbe potuto vedere il mio sorriso. Ho sperato che la forma della bocca sarebbe rimasta la stessa.

Così mamma avrebbe saputo che ero felice mentre avveniva la tragedia. Avrebbe saputo che non avevo avuto paura, che ero stato coraggioso anche questa volta.

 

Racconto di Gezim Qadraku

Illustrazione di Angelo Rosace 

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