Tra memoria e rinascita. “E dal cielo caddero tre mele” di Nadine Abgarjan

«Venerdì subito dopo mezzogiorno, con il sole che aveva passato lo zenit e scivolava composto verso l’estremità a ponente della vallata, Sevojants Anatolija si coricò per prepararsi a morire». È un incipit di grande impatto quello di E dal cielo caddero tre mele, romanzo di Narine Abgarjan, alla prima traduzione italiana per la Francesco Brioschi Editore (2018). Ambientato sulla cima del Manish kar, in un villaggio armeno dopo la prima guerra mondiale, è un romanzo che fonde memoria e speranza, accettazione e resistenza, giocando tra passato e presente; è la storia di una donna sofferente simbolo di un paesino in fin di vita, decimato da un massacro, dalla carestia e dall’impossibilità di sapersi proiettare in avanti; ma è anche un sincero e vibrante inno alla vita e al senso di fratellanza di una comunità unita, un tessuto strettamente intrecciato dove è il legame tra ogni membro a generare la forza di andare avanti, nonostante tutto.

Anatolija, vedova di un marito violento, sembra non avere più la forza di lottare, adagiata sulla tovaglia di tela cerata appoggiata sul letto. Ha lasciato nel punto più in vista della stanza i vestiti per il funerale, e stringe i pugni al petto; l’emorragia va avanti da due giorni e l’ha colpita nel punto a lei più vulnerabile, lei che non ha mai avuto la possibilità di avere figli. È pronta, sa di non avere più speranze. Solo la morte sembra proprio non volerla prendere. L’occasione di ricordare il destino di un villaggio, quindi, si fa al contempo possibilità di rintracciare le scintille di vita di ciò che è stato e ciò che è ancora, delle fatiche ma anche dei doni arrivati dal cielo che hanno permesso a lei e al paesino di resistere, ancora una volta.

Stupisce la facilità con cui la Abgarjan ondeggia tra realismo e magia; del resto, è la vita stessa del villaggio di Maran, il modo in cui questo osserva e pensa, a trasmettere un senso di accoglienza per ciò che non è in alcun modo razionalizzabile. E se i lutti attraversati dai suoi abitanti sono reali, altrettanto lo sono le visioni e i simboli che si manifestano e che invitano a guardare ancora, con uno sguardo diverso. Sotto questo aspetto E dal cielo caddero tre mele regala immagini potenti, che sembrano arrivare a noi con lo stesso vigore con cui si offrono ai suoi protagonisti.

Entrare nella vita del villaggio ci permette di fare ingresso nelle sue tradizioni e credenze: «La gente di Maran dava grande importanza ai sogni. […] Se si sognava di domenica non c’era nulla di cui preoccuparsi: essendo un giorno di festa i sogni della domenica non portavano né promesse né minacce. La notte fra il martedì e il mercoledì, invece, bisognava ricordare tutto per bene, perché era proprio di mercoledì, fra il primo e il secondo canto del gallo, che arrivavano i sogni rivelatori». Sogni, presagi e apparizioni: il mondo di Maran è un mondo visivo e sensoriale, più che razionale; un mondo che accetta, pur con incredulità, un dialogo differente con la natura e gli avvenimenti; che sa accogliere dolore e rinascita attraverso i simboli che osserva e vive fisicamente.

Credenze, si diceva, e tradizioni: far parte di Maran significa anche conoscerne la cucina e il modo di vestire. Ma anche i nomi sanno raccontare delle storie: la famiglia di Vasìlij Kudàmants, il fabbro del villaggio, non potendo restituire tutto in una volta del burro prestato, e costretta perciò a rimandare il saldo del debito, si vide affibbiare dal vicino poco generoso il soprannome Kudàmants, da “ku dam”, lo riavrai. Così ogni nome porta con sé un racconto, di gioia o vergogna. E vista l’importanza linguistica dei nomi, al pari della loro “voce”, in coda al libro il lettore potrà trovare le pronunce corrette, oltre a un glossario con i vocaboli di piatti, vestiti e modi di dire armeni. Uno strumento prezioso per entrare ancora più a contatto con una realtà lontana, che a fine lettura sembrerà molto più vicina. E altrettanto familiari resteranno gli abitanti di quel villaggio remoto, all’apparenza senza più forze, che seppero accogliere a braccia aperte la speranza di una rinascita.

Francesco Fiero

Quello che (ci) pensa. Classe 1989, nasce a Milano. Diviso tra cinema e letteratura, per non sbagliare si laurea in Filosofia. Ama passeggiare, specie se una libreria è nelle vicinanze.

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