Non vieni?

Quando lui è in cucina lei cerca di restare nel salotto. Quando lui è in salotto lei cerca di restare in cucina. Spesso però sono nella stessa stanza e questo la disturba perché non può mostrare l’estremo disagio che prova nel non amarlo più.
Era una di quelle cose che ormai dava per scontate. Loro due insieme ci dovevano restare per la vita, ché un altro dopo di lui non l’avrebbe voluto. Non avrebbe voluto cercarlo, neanche sopportarlo. Gliene era bastato uno, pensava anche di amarlo ad un certo punto, questo la incuriosisce, ora che di lui non sopporta nulla. Neanche il suono del suo respiro.
Ora che lui è a lavoro e lei fuma la sua sigaretta sulla poltrona, ci pensa, a quelle serate in cui insieme avevano deciso che erano perfetti l’uno per l’altra, quando nessuno dei due fumava ancora. Ora, invece, i pacchetti in casa sono troppi ed entrambi li nascondono per paura che l’altro possa rubarli: nocivi insieme non vogliono esserlo.
Alcune volte ringrazia il cielo che non le abbia donato un figlio, era il suo più grande desiderio da quando era piccola, da quando, bambina, trasportava nei passeggini le sue tante bambole, ognuna con un proprio nome. Erano loro le sue bambine ai tempi e si immaginava un giorno come sua madre, seduta su quella poltrona a cullare una fanciulla, che le somigliava, ma non del tutto. Ora quella bambina non è lì e quasi le fa piacere pensare di non avere un legame così stretto con lui, perché non vuole minimamente che nessun altro gli si avvicini. Le basta lui. Vorrebbe piangere, ma non lo fa, non perché sia forte, o meglio lo è, ma non le scendono lacrime perché è consapevole della situazione: è consapevole che lui ormai è lì, è lì c’è anche lei, forse è la stessa cosa, all’improvviso così simili, eppure si erano cercati tanto. Quando lo aveva visto per la prima volta neanche se ne era accorta, in realtà si conoscevano da tempo e non si erano mai piaciuti, si erano sempre accettati, come se bastasse così, come se bastasse svegliarsi e avere una persona accanto, per proteggersi o per sentirsi protetti. Ora di notte protetta, certamente, non si sente, e preferisce passare le ore a guardare pessimi programmi in tv con la sua vestaglia che non le piace neanche, non la tiene neanche calda. Tutto è meglio di quel letto che la intrappola in una voragine, da cui sente di volersi liberare, anche se non lo fa.
Lui non si accorge di niente, o almeno non lo fa notare. La sera, quando rientra da lavoro, la prima cosa che fa è andare a salutarla, poggia le sue mani pesanti sui suoi fianchi e le dà un bacio, gli piace pensare che quando fa queste cose e lui ha gli occhi chiusi lei sorride, anche se non lo fa mai, la sera si addormenta sempre con la mano intrecciata alla sua, anche se la mattina si sveglia sempre da solo. Lei è fuori e non si salutano mai. Forse queste cose dovrebbe notarle, anche se non lo fa, forse pensa di proteggerla, forse ci crede ancora.
Le sono sempre piaciute le cose semplici, o meglio le ha sempre accettate, come parte della sua vita, perché complicarsi pensava fosse una stupidaggine, le cose semplici le gestisci meglio. Ti fanno campare. Anche se poi quella non la puoi definire vita, una vita di sogni racchiusi in quelle mura che puzzano di fumo. Una vita di baci non sentiti al sapore di whiskey che ormai accompagna le sue giornate. Lui non se ne accorge neanche, che il sapore della sua bocca è cambiato, che prima era migliore, o forse no, ma certamente diverso.
“Cosa hai fatto oggi?”
“Quello che ho fatto ieri.”
“Stai bene?”
“Si.”
“Vieni qui.”
E lei va lì, si fa accarezzare il fianco e si fa baciare. Sulle labbra, sul collo, scende ancora.
“Ti aspetto di là.”
Lei sorride, come se di là ci volesse andare. Non ci va, e lui è sul divano in salotto. Mentre lei è in cucina.
“Non vieni?”
Allora lei si muove, un passo alla volta, va in salotto. Si siede sulla poltrona e si accende una sigaretta.
“Me ne passi una?”
“Le tue sono di là.”
Allora lui si alza e, scalzo, va verso la camera da letto, ritorna in salotto, la sigaretta già accesa, sembra stanco.
“Ti vedo strana.”
Continua ad aspirare il fumo, poi lo butta fuori, come se potesse parlare al posto suo. Gli griderebbe che lì non vuole starci, che lui un po’ lo ripudia, anche se non le ha fatto niente, che ora sente che il suo collo non è più il suo. Ma il fumo resta in silenzio.
“Devo dirti una cosa, in effetti.”
Lui continua a fumare, è accanto alla finestra.
“Ti sei mai accorta che quella di fronte casa non raccoglie mai la merda del cane?”
“Sono incinta.”
Lui si volta, lei lo guarda.
Inala. Trattiene. Soffia.

Racconto di Alaska.

 

L'ospite Inatteso

Una risposta a "Non vieni?"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...