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Fissò la lenta chiocciola grigia che si arrotolava su sé stessa nello schermo del computer.
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Provò a ricaricare la pagina di streaming per la terza volta. Chiuse un paio di pagine pop-up saltate fuori non appena aveva spostato il cursore: le proponevano di iscriversi a qualche strano gioco di ruolo online, o di chattare con una ragazza pixellata che indossava solo uno striminzito reggiseno verde fosforescente.
La connessione l’aveva del tutto abbandonata: non avrebbe potuto riguardare la quarta stagione del suo anime preferito, quella sera.
Si stropicciò gli occhi prima di rialzare lo sguardo verso la propria camera, gettando un grumo di aloni iridescenti sul disordine che pervadeva ogni angolo della piccola stanza. Dalle tapparelle mezze abbassate filtrava una luce stanca, che picchiettava il mucchio di vestiti in fondo al suo letto, e quello sulla sedia, e quello che spuntava dalla borsa appesa al pomello della porta. Sua madre le chiedeva sempre come facesse ad avere così tanti vestiti in giro, se in realtà metteva sempre le solite due magliette lise e monocolore. A dire il vero era da un po’ che non glielo chiedeva più: entrava sempre meno in camera sua, ed Emma ne usciva sempre meno.
Riprovò a guardare lo schermo.
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Spense il PC con un vago prurito di fastidio all’altezza dello stomaco, subito rimpiazzato da un’ondata di totale apatia. Si vide vagamente specchiata nello schermo nero, pieno di polvere e ditate; riuscì a intravedere le proprie occhiaie ripide sul volto di una ragazza un po’ più grande di quel che ricordava di essere.
Chiese a sé stessa se volesse mangiare qualcosa: le cartacce di merendine che la circondavano sulla scrivania, vecchie di giorni, le tolsero la fame.
Frugò in un cassetto del comodino e tra un ammasso di vecchi portachiavi, foglietti e penne scariche prese il pacchetto consumato di sigarette. Non sapeva perché continuava a nasconderle in quel modo: sua madre sapeva perfettamente che fumava, puliva sempre le cicche che Emma lasciava schiacciate in un angolo del davanzale.
Fumò nell’aria già frizzante di un settembre precoce.
Settembre.
In pochi giorni sarebbero stati esattamente due anni da quando aveva lasciato l’università.
Strinse i denti, cercando di indursi un qualche senso di colpa per quella ricorrenza che la lasciava così fredda. In fondo bruciare di vergogna sarebbe stato meglio di non sentire niente. Continuò a fumare con lo sguardo nella sera già buia.

 

Foto di Stefano Formenton

Anna Rusconi

Editor wannabe. Lettrice onnivora e relativista cronica, ama la storia ebraica, le tisane e il power metal. Sembra una persona tranquilla, finché qualcuno non mette la virgola tra soggetto e verbo.

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