Recensione_Nadia Terranova, Omero è stato qui, Bompiani

Lo Stretto di Messina.

Ho aperto il libro e ho fatto un bagno di colori e di profumi: quelli della mia Sicilia.

La stessa di Nadia Terranova, messinese come me.

La Sicilia è tremenda, ti entra sottopelle, si insinua e te la porti sempre con te.

La Sicilia inizia da Reggio, da quando la vedi sull’altra sponda e ti sembra lì, a portata di mano.

La Sicilia inizia su Caronte, il traghetto che porta i viaggiatori dalla terraferma alla terra precaria dell’isola maestosa.

La Sicilia inizia col profumo degli arancini, con le distese di agrumeti; ma soprattutto, inizia con lo stretto di Messina: una lingua di mare perfida, mitica e profonda, capace di catturare gli uomini e portarli con sé, di rovesciarsi sulle coste con la forza bruta dell’amata tradita e di distruggere tutto ciò che trova sulla sua strada.

Lo Stretto si riprende quello che è suo.

È ingannatore, vive di vita propria.

Per questo, da sempre, le sue correnti sono i luoghi in cui nasce il mito, si ritrova per poi perdersi di nuovo.

Lo Stretto è magia. Chi ignora la magia è destinato a perire, non bisogna mai prenderla sottogamba.

A volte ha le forme di una meravigliosa sirena, altre di un giovane fanciullo che porta sulle sue spalle il peso della bellezza, altre di un nocchiero troppo arguto, capace di vedere oltre le cose terrene e quindi destinato a perire.

Il viaggio di Nadia Terranova attraverso il mito è una dichiarazione d’amore verso la sua terra, verso quel lembo d’acqua capace di strapparci la malinconia a morsi, ogni volta che lo dobbiamo riattraversare per tornare alle nostre case, ai nostri lavori, ai nostri piedi ben piantati a terra, mentre la Sicilia ci vorrebbe tenere con sé, con i suoi colori e i suoi profumi, le sue seduzioni.

Leggo Nadia Terranova e ripenso ad un libro che amo tanto, Conversazione in Sicilia, di Elio Vittorini; anche questo è un nostos, un viaggio di ritorno, un viaggio esistenziale dentro di sé, dentro il proprio mito:

“[…] e cominciai a sentire in me un lamento come un piffero che suonasse lamentoso. […] e un piffero suonava in me e smuoveva in me topi e topi che non erano precisamente ricordi. Non erano che topi, scuri, informi, trecentosessantacinque e trecentosessantacinque, topi scuri dei miei anni, ma solo dei miei anni in Sicilia, nelle montagne, e li sentivo smuoversi in me, topi e topi fino a quindici volte trecentosessantacinque, e il piffero suonava in me, e così mi venne una scura nostalgia come di riavere in me la mia infanzia.”

Sì, di sicuro Omero è stato qui.

Di sicuro ha lambito le sponde mitiche di questa terra petrosa e dolce e si è immerso nelle acque burrascose e inquiete dello Stretto per donarci tutto ciò per cui gli siamo immensamente grati.

Mi sono abbeverata ad una coppa colma di nostalgia.

A Nadia Terranova, grazie.

Silvia Spinelli

La recensitrice libresca. Classe 1988, nordica per caso. I libri sono letteralmente la sua vita, ci abita dentro da sempre: prima come lettrice, poi come studentessa appassionata di Letteratura e Linguistica a Milano, ora come libraia. Adora la letteratura italiana, i racconti brevi, il cinema, ma soprattutto il teatro, la passione di una vita, su e giú dal palco. Non guarda serie tv e spera che dopo questa affermazione continuerete comunque a leggerla con affetto. Sogna di continuare a fare esattamente ció che fa.

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