Non essere Shere Khan

La abbraccia forte sotto il piumone di Frozen, su cui le principesse Elsa e Anna sorridono anche nel buio della stanza. Le dice di stare zitta, di non preoccuparsi, presto smetteranno di urlare.
– Non piangere Ludo, non piangere dai.
Ludovica piange e si stringe a lui.
Sono seduti a tavola e mangiano i cavolfiori e la fettina di carne ai ferri. Leonardo racconta di Matteo, quel compagno di classe che continua a prendere in giro il suo migliore amico Simone. Il padre gli chiede se prende in giro anche lui. Leonardo risponde di no, prende in giro solo Simone.
Il padre annuisce, prende un pezzo di cavolfiore tra le mani. Dice a Leonardo che se qualcuno lo dovesse prendere in giro e lui non rispondesse, non lo farebbe più giocare con la Play Station per una settimana, anzi, per un mese. Se lui dovesse piangere quando qualcuno lo insulta o lo spinge, lo prende a schiaffi. Non a quello che lo ha insultato, prende a schiaffi proprio lui, Leonardo.
– Perché ti devi saper difendere, figlio mio -, dice il padre. – Il mondo è pieno di teste di cazzo. Se tu sei uomo ti difendi, gli tiri un pugno sul naso alla testa di cazzo.
Il padre gli lancia il pezzo di cavolfiore, il quale si blocca tra i capelli ricci di Leonardo. Il bambino guarda confuso il padre, che si mette a ridere. Allora Leonardo capisce che può ridere, quindi ride anche lui. Il padre gli tira un altro pezzo di cavolfiore, ma questa volta cade a terra. Anche Ludovica sorride. La madre abbassa gli occhi sul piatto, nessuno la sente mentre dice che aveva passato lo straccio qualche ora prima.
Leonardo chiede alla mamma se gli può leggere anche Peter Pan. Nella penombra dell’abat-jour, la mamma indica Ludovica, sta dormendo. Leonardo sospira, ma si stende comunque nel letto tirando il piumone fino al mento.
La madre bacia Ludovica sulla fronte mentre lei continua a dormire serena. Poi si sposta sul bordo del letto di Leonardo.
– Non mi piace quando fa così -, dice Leonardo a bassa voce.
– Lo so, neanche a me -, risponde la mamma.
– Dice sempre che mi devo difendere dagli altri.
– Lo so, Leo.
– A te? Chi ti difende da lui?
Ogni tanto le urla smettono e in quegli attimi di silenzio, Ludovica si calma. Poi riprendono a gridare, Leonardo ascolta per l’ennesima volta gli insulti. Tappa le orecchie a Ludovica mentre il padre nell’altra stanza grida puttana, troia, testa di cazzo, lurida schifosa, troia, mi fai schifo, sei inutile, non servi a un cazzo, puttana di nuovo, cessa di merda. Ludovica si era addormentata, ma lo schiocco di quella che probabilmente è la mano del padre sulla guancia della mamma la risveglia, quindi ricomincia a piangere.
Non riescono a dormire, il padre ride troppo forte. Ludovica chiama Leo, gli dice che non riesce a dormire. Lui le risponde che neanche lui dorme, papà non sta zitto un secondo.
– Ho anche una verifica di matematica domani -, dice Leonardo sbuffando.
I fratelli stanno in silenzio fino alla risata successiva. Poi sentono del vetro spaccarsi a terra e un’imprecazione del padre.
– Leo?
– Dimmi.
– Mi ridici la storia di Frozen?
Leo non risponde subito. Dopo poco si alza, si mette nel letto con Ludovica e le racconta per la seconda volta in quella serata la storia delle due sorelle principesse della penisola scandinava.
Leonardo sente le urla da fuori. Si vergogna mentre chiude la portiera della macchina di Simone. Saluta sua madre e il suo amico che lo hanno riaccompagnato a casa dopo la lezione di nuoto e si augura che non riconoscano le grida della madre.
Quando apre la porta, sente anche Ludovica piangere. Questo lo fa arrabbiare, si dirige in salotto. Trova Ludovica in braccio alla mamma, stretta a lei come farebbe un koala con il tronco dell’albero. Il padre è minacciosamente sporto su di loro, con la stessa mano con cui regge la bottiglia di Peroni punta l’indice a pochi centimetri dagli occhi della madre. Nell’altra mano, tiene il telecomando della televisione.
Senza rendersene conto, Leonardo fa cadere la borsa del nuoto a terra. I suoi genitori e Ludovica non si erano accorti di lui e insieme si girano a guardarlo.
– Che cazzo guardi? – gli dice il padre, puntando il dito e la mano con la bottiglia su di lui.
Leonardo non risponde, vede Ludovica che inizia ad agitarsi, sa che vuole andare con lui.
– Prendo Ludovica – dice a bassa voce. Ha sempre tanta fame dopo l’allenamento di nuoto, ma non lo dice. Prende la mano a Ludovica e vanno in camera, zitti e rapidi, lasciando la borsa del nuoto in mezzo alla sala.
Ludovica ha alcune ciocche dei capelli a caschetto appiccicate al volto. Le lacrime li hanno addensati e induriti, i suoi bei capelli castani. Leonardo le passa una mano sul viso, poi tra i ciuffi. Lei si rilassa e il suo respiro sembra calmarsi.
Le urla sono finite da un po’. Forse la mamma è andata a dormire, però Leonardo non ha sentito i passi nel corridoio. Non sente più niente.
Se la immagina lì, la mamma, sul divano come sta sempre, con gli occhi bassi e con le braccia che avvolgono le ginocchia. Oppure seduta dritta, con lo sguardo assente e le mani sotto alle cosce. E lui sopra, che le punta il dito, sempre quel dito. Quando lo vede puntare l’indice e sventolarlo vicino al naso e alle ciglia della mamma, ha paura che le possa cavare un occhio. Se lo immagina mentre con l’unghia scava e in un colpo solo, si ritrova il bulbo oculare della mamma in mano, il sangue che scorre e lei che urla.
Le botte sono state improvvise, una dietro all’altra. Non ha sentito come siano iniziate, si era addormentato mentre accarezzava Ludovica.
Sono come tonfi, sordi, profondi. È strano non sentire urla, solo qualche verso soffocato, a malapena si percepisce. Per questo Ludovica non si è svegliata, per questo lui si alza dal letto e in punta di piedi si avvia nel salotto.
La mamma chiude Il libro della giungla e lo posa sul comodino di Leonardo. Con sguardo complice, guardano Ludovica che sta dormendo da una decina di minuti.
– Non arriva mai alla fine delle storie – commenta a bassa voce la mamma.
– È sempre troppo stanca -, dice Leonardo.
– E tu non sei mai stanco?
– No, mi piace ascoltare cosa fanno Mowgli, Peter Pan, Aladino.
La madre lo guarda con quegli occhi che a Leonardo piacciono molto, quando sono sereni e soddisfatti di lui. Lei si avvicina al suo orecchio e gli sposta dei ciuffi dal viso.
– Non diventare come tuo padre, Leo.
– No, mamma.
– Non essere Shere Khan, non essere il Capitan Uncino, non essere Jafar.
– Va bene mamma.
– Sai essere meglio di così -, dice la mamma mentre si allontana. Poi con la testa indica Ludovica, dorme con la bocca aperta. Entrambi ridono a bassa voce.
– Pensa a proteggere la tua principessa.

 

Leonardo non riesce a fermare il suono strozzato che gli esce dalla gola. Il padre lo guarda e si blocca con il telecomando sollevato in aria, macchiato di sangue. Il liquido rosso e denso cola anche sulla sua mano e sul suo braccio nudo. Dal divano arriva un gemito, ma Leonardo non riesce a vedere la mamma, c’è lo schienale che la copre.
Mentre il padre comincia a ricoprirlo di insulti, Leonardo si gira e scappa verso la camera. Il padre è rallentato dall’alcol, poi inciampa nella borsa del nuoto lasciata in mezzo al salotto ore prima.
Leonardo riesce ad afferrare il telefono cordless appoggiato sul tavolino in corridoio, appena fuori dalla sua camera. Poi entra e si sbatte la porta dietro, chiudendosi a chiave.
– Che succede? -, chiede Ludovica. La sua voce è a metà tra l’allarmato e l’assonnato.
– Niente Ludo, dormi.
Leonardo fa appena in tempo a finire la frase che sente il padre gridare e pestare i pugni sulla porta della camera. Ludovica inizia a urlare e a piangere, corre verso il fratello. Si mettono insieme nell’angolo opposto alla porta, mentre lui con le mani tremanti e le lacrime agli occhi digita il numero dei Carabinieri.
Ludovica gli stringe forte la mano mentre camminano nel corridoio. Le infermiere gli sorridono, ma Leonardo non regge lo sguardo per molto tempo. La nonna cammina dietro di loro mentre parla freneticamente con la carabiniera, una signora alta e dal viso spigoloso. È la stessa che si è occupata dei due fratelli mentre i colleghi arrestavano il padre che sbraitava. Intanto l’ambulanza portava la mamma in ospedale a sirene spiegate.
Arrivano di fronte alla stanza 18, c’è un medico con dei fogli in mano che li sta aspettando. Sorride a Leonardo e a Ludovica, poi si rivolge alla nonna. Leonardo sente che parlano di condizioni stabili e di fratture intercostali, però lui si concentra su Ludovica. Sta guardando nella stanza, c’è una figura sdraiata immobile e un macchinario che suona a intervalli regolari.
A Ludovica viene da piangere, Leonardo la abbraccia. Le dice che la mamma sta bene, guarirà. Ci pensa lui a lei, ci penserà lui e tutte e due, non si deve preoccupare.

– Ci sono io-, le dice Leonardo. -Ci sono io.

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L'ospite Inatteso

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