Eravamo regina e cavaliere

“Perché i cavalieri non possono avere la gonna?”
Sonia lanciò uno sguardo perplesso al fratellino: “Perché sarebbe scomodo andarci a cavallo, no?”, cantilenò con tutta la saccenteria che i suoi undici anni le permettevano. Gli alzò il mento con la mano: “E ora stai un po’ fermo o la barba viene male.”
Strofinò l’indice sull’ombretto nero sottratto alla trousse materna, e lo passò intorno alle labbra di Alessio. Aggiunse altro colore lì dove il trucco doveva imitare i baffi, e gli allungò le basette per congiungerle al pizzetto.
“Mi metti anche lo smalto?”
“Te lo scordi, toglierlo poi è un casino. E poi ti ripeto: tu fai il cavaliere.”
Il volto del bambino si coprì di delusione. Sonia si intenerì: “Se vuoi puoi mettere il rossetto, quello più chiaro. Però lo vai a prendere tu, io non frugo ancora tra le cose di mamma”.
Alessio scattò in piedi, entusiasta e incurante del rischio: trottò goffamente verso il bagno, gli occhi puntati verso il corridoio da cui sarebbe potuta arrivare la madre.
Sonia intanto indossò la lunga gonna di raso che la nonna le aveva cucito per il Natale precedente. Era di un blu intenso, lucida, lunga fino alle caviglie. Le andava ancora bene, ma era chiaro che le sue forme, ancora infantili, avrebbero presto lottato con quella stoffa priva di elasticità, e con tutto il mondo di giochi e divertimenti che ancora rappresentava.

La porta sbatte e sveglia Sonia di soprassalto. Intorno a lei, la notte più totale. Cerca a tentoni l’interruttore, si trascina confusa fuori dal letto.
Passi pesanti e disuguali, da persona zoppicante, avanzano dalla porta d’ingresso lungo il corridoio. Il suo respiro trema e una paura irrazionale si fa largo nella nebbia del suo sonno, scacciandone ogni traccia. Sonia spalanca la porta di camera sua, e dalla stanza una luce fioca si diffonde anche nel corridoio. Vede la sagoma curva di suo fratello a qualche metro da lei, immobilizzato.
“Ale? Ma che stai facendo? che ore sono?”
È assordata dal proprio battito cardiaco.
Lui non risponde. Rimane fermo nel punto in cui lo sguardo della sorella l’ha congelato. Ha una mano aggrappata al volto, all’altezza di bocca e naso. Sonia impiega ancora qualche secondo a intravedere il sangue che filtra lucido tra le dita strette, pallide, e che inizia a colargli sulle nocche.

Il piccolo Alessio tornò in camera con la bocca sporca di un rosa tenue: “Cosa mi metto io?”, chiese, lo sguardo ammaliato fisso sulla gonna blu della sorella.
Sonia alzò le spalle incerta: non avevano molto con cui improvvisare un’armatura, ma avevano una spada di legno e il ritaglio di una vecchia tovaglia che sarebbe andato benissimo per un mantello principesco.
Bardò il suo piccolo cavaliere e si ritenne soddisfatta del suo lavoro. L’altro fece ancora qualche smorfia dubbiosa, guardandosi allo specchio. Aveva quattro anni meno di lei, era piccolo e paffuto come un criceto, e a giudizio di Sonia era anche intelligente uguale. Alessio riuscì, alla fine, a mormorare la sua ultima richiesta: “Nemmeno una corona?”
Sonia puntellò i pugni sui fianchi, come a ostentare impazienza per quella raffica di pretese: si sarebbero messi a giocare prima o poi? Ma si arrese presto, perché, sebbene non se lo ammettesse, provava un affetto incondizionato per quello strano roditore che i genitori continuavano a definire suo fratello. Si sfilò dal capo la propria tiara di plastica argentata e la mise in testa ad Alessio, che sembrò finalmente più felice.
“Bene. Io farò la regina, tu il mio cavaliere: sir Alessio.”
“E cosa devo fare?”, chiese confuso il giovane cavaliere.
“Sconfiggere i draghi e i nemici per me.”
Alessio sferzò l’aria con qualche fendente traballante: “indietro, felloni!”. Aveva imparato quella frase da un cartone animato.

 

“Ale!”
Si avvicina a lui, così imponente rispetto a lei e al contempo così fragile. Il petto di Alessio sembra accartocciarsi, mentre lui si piega in un pianto sommesso: ora copre il viso con entrambe le mani.
“Cosa ti hanno fatto? Chi è stato?”
Sonia non riceve in risposta altro che gorgoglii lacrimosi. Gli appoggia una mano sulla schiena, e dolcemente lo conduce fino alla cucina, accelerando il passo davanti alla camera chiusa dei loro genitori: sembrano non essersi svegliati, per fortuna.

La luce bianca e asettica rende la scena ancora più silenziosa. Alessio preme sul naso sanguinante uno straccio appallottolato, e fissa la sorella con gli occhi lividi. Sonia guarda il suo sopracciglio spaccato, su cui inizia a raggrumarsi il sangue. Ogni tanto perlustra l’outfit del fratello, dalla maglietta a rete fosforescente ai pantaloni di pelle tutti lucidi, senza indugiarvi troppo.
“Ho detto a mamma che ero da Francesca a dormire.”
Lo ammette in un singhiozzo. Sonia rimane tesa, ma si arrende alla richiesta d’aiuto: “Tranquillo, non le dico niente”.
“Doveva essere una serata tranquilla. L’avevo pure invitata sul serio, la Fra, ma dopo un po’ mi ha detto che si annoiava a star lì a ballare da sola. Se n’è andata a casa.”
Sonia si sente percorsa da brividi strani, che la fanno sentire scomoda: continua a cambiare posizione in cui è seduta: “Chi è stato, Ale?”
Lui si fa torvo: “C’era un piccolo gruppo. Tre ragazzi, forse ce n’era un quarto, non mi riesco a ricordare. Aspettavano fuori dal locale, verso i parcheggi.”
Butta la testa indietro, controlla se il naso continua a sanguinare: sta smettendo.
“Ma che volevano? Ti hanno rubato qualcosa?”
Lui sembra quasi strozzare una risata sprezzante: “No.” Fissa il lampadario della cucina, che emana quella luce bianca e irreale. “Ho provato addirittura a darglielo, il portafoglio. Ero terrorizzato. Mi hanno detto… mi hanno detto che non li volevano, i soldi di un frocio.”

“Oh mio paladino! L’esercito del Male è arrivato alle mura. Ci dovete salvare!”
“Ogni vostro desiderio è un ordine, sono vostro vascello.”
“Si dice vassallo.”
“No no, alla tivù dicevano vascello.”
La regina si massaggiò con aria contrita la tempia sinistra. I cavalieri potevano anche essere uomini di grande valore militare, ma in quanto a quoziente intellettivo la selezione non era per nulla soddisfacente.
“Non importa, dicevo: sì, andate a combattere! Hanno liberato tutti i loro mostri terribili!” Un minaccioso gruppo di peluche, preparato in precedenza, incombeva su di loro dal davanzale.
Un moto di preoccupazione attraversò la fronte del cavaliere: “Ma come faccio a batterli?”
“Hai la spada, la spada magica! Non ti ricordi quando abbiamo fatto che la rubavi al mago?”
“Oh… giusto!”
La regina annuì soddisfatta: “Vi attenderò nella torre più alta con le mie dame, e se vincerete vi nominerò principe dei principi.”
“Faremo una gran festa?”
“La più grande del reame, in vostro onore! Un gran ballo.”
“Al gran ballo posso metterla, la gonna?”
Sonia tentennò; poi incrociò le sue regali braccia con lentezza, e asserì: “I principi fanno quello che vogliono.”
La prospettiva di quella vittoria galvanizzò il giovane cavaliere: si diresse contro le fiere, schierate davanti a lui come un esercito risalito dal Tartaro. Vinse la battaglia con il più grande ardore che il suo piccolo corpo poteva contenere.

Sonia passa una garza imbevuta sul sopracciglio tumefatto. Così vicina al volto del fratello, nota che sotto i segni dei colpi ricevuti c’è ancora una confusa traccia di trucco intorno agli occhi. Guarda la garza: è sporca di un ombretto brillantinato. Alessio nota il gesto imbarazzato di Sonia, e gli scappa il primo risolino della serata: “Ti ricordi quando mi truccavi con quel che rubavi a mamma? Mi mettevi l’ombretto sulle guance. Che orrore”.
Sonia sorride, lo ricorda bene. Lei leggeva decine e decine di libri di fiabe, storie perse in un medioevo fatato, in cui ai cavalieri si accompagnavano stregoni, laghi magici, mostri. Passavano interi pomeriggi a giocare rimescolando le suggestioni di quelle letture e dei cartoni animati che i genitori concedevano loro di vedere. Alessio era la sua bambola personale, e al contempo il suo tormento, con quelle mille richieste a cui lei non riusciva a dire di no: e così i racconti si stravolgevano, a capo dei regni finivano regine autoritarie e nubili, protette da cavalieri di scarso valore militare, ma eccellenti nelle danze.
Dal ricordo risale l’amarezza di un rimpianto, una vergogna; le affiora sulle labbra prima che possa fermarlo: “Quando siamo cresciuti ho sempre avuto paura che fosse come colpa mia, in un certo senso, se tu eri… sei, così”.
Ale abbassa lo sguardo velato, sfuggendo agli occhi di Sonia. Il petto gli si allarga in un respiro profondo e risolleva il volto, solcato da un sorriso doloroso: “Così come? Così bello?”
Lei sorride per poco, ma la preoccupazione torna a gravarle sul viso. Alessio la guarda accogliente, e le prende la mano.
Sonia non capisce più suo fratello – non del tutto, non come vorrebbe. Ma gli stringe il palmo, quelle dita ormai da ragazzo, le stringe forte e gli fa una promessa confusa, nel suo cuore pieno di quell’affetto viscerale che per lui ha sempre provato, a prescindere da ogni altra cosa.

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Anna Rusconi

Quella che fa l’editing. Lettrice onnivora e relativista cronica, ama la storia ebraica, le tisane e il power metal. Sembra una persona tranquilla, finché qualcuno non mette la virgola tra soggetto e verbo.

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