Polvere e gelsomino: “Nessuno ritorna a Baghdad” di Elena Loewenthal

“Mâma.”
“Sì, Ameer.”
“Mâma, ti ricordi che giorno è oggi?”
Incauta domanda. Ameer se ne rese conto pronunciando il verbo.
“Ovvio che mi ricordo. Perché non dovrei ricordarmi che giorno è oggi, Ameer? È mercoledì.”
“Sì, mâma . Ma intendevo mese e giorno del mese, non della settimana.”
Ameer decise che era meglio riempire il silenzio e parlare tutto di fila.
“È l’8 maggio, mâma. L’8 maggio è il mio compleanno, mâma, non so se te lo ricordi ma non importa, fa lo stesso. Ma questo di oggi è un compleanno un po’ speciale, perché forse te lo ricordi o forse no, non importa, però quest’anno compio ottant’anni, mâma. […] Ottant’anni. Non vuoi farmi gli auguri?”
Silenzio.
“Ya Wennabi! E chi l’avrebbe mai detto!”
“Il tempo passa, mâma. Passa per tutti, ormai. Sono vecchio.”
Silenzio.

È da questa scena – un’impacciata conversazione al telefono tra due anziani – che inizia la tortuosa discesa nel tempo e nello spazio di “Nessuno ritorna a Baghdad” (Bompiani). È un viaggio che percorre i rami dell’albero genealogico di Norma, ormai centroquattrenne, e dei suoi figli: Ameer, Flora, Violette. Ne manca uno all’appello, una figura sfuggente che rimarrà sullo sfondo nel corso della narrazione: FDR. Più giovane degli altri, amatissimo frutto della fuga d’amore di Norma poco dopo la morte del primo marito.
È lei infatti la prima ad abbandonare Baghdad, di nascosto e facendo aver di sé pochissime notizie per anni e anni a seguire. Ma lo stesso destino toccherà ai figli abbandonati: verso mete diverse, attraverso storie di vita antitetiche, ma tutti lasceranno quella città luminosa e piena di polvere, che diventerà una presenza rarefatta e misteriosa nell’identità di tutti loro.

È un contesto storico e sociale che al lettore italiano non può che risultare lontanissimo: un Iraq in cui la Seconda guerra mondiale era una notizia vaga, proveniente dall’altra parte del mondo; uno Stato in cui il concetto di “ebreo arabo” non sembrò una contraddizione fino alla nascita di Israele nel 1948. Quasi metà degli arabi di Baghdad erano ebrei che forse vivevano lì fin dai tempi dell’esilio di Babilonia; e nonostante questo si scatenò contro di loro il Farhud, una lunga ondata di violenze e soprusi simili ai pogrom da noi ben più conosciuti.

E quando il pericolo della persecuzione incombe, non resta che partire.
Lasciare Baghdad. Ma portarla sempre con sé, “come un bagaglio leggero”.

“Non guardarti indietro quando parti. Non fare come la moglie di Lot, che è diventata una statua di sale solo perché aveva paura di dimenticare da dove veniva. Parti, vai, vivi e scaccia via tutti i ricordi che puoi.”

L’epopea familiare raccontata da Elena Loewenthal ricorda i meravigliosi ritratti collettivi di Israel Joshua Singer, anch’egli alle prese con variopinte e turbolente famiglie ebraiche (in “La famiglia Karnowski” e “I fratelli Ashkenazi”); ma si sente nelle pagine anche l’eco delle cronache familiari sudamericane, con le loro personalità titaniche, tutte avvolte in un sentore di magia.
Perché c’è qualcosa di soprannaturale anche nei personaggi che popolano questo libro: una forza testarda, un’imperscrutabile resistenza al tempo, un totale rifiuto della memoria e del rimpianto.
Il lettore è sempre posto davanti a un paradosso che non si scioglie mai; tutt’al più è rischiarato per pochi secondi, quasi a voler creare ancor più stupore: il rapporto tra figli e genitori, sorelle e fratelli, è tanto freddo quanto saldo. Ci si imbatte in un legame che è davvero come il sangue: naturale e per niente dolce.
Questo particolare modo di volersi bene finisce per tessere una ragnatela che va da New York a Londra a Tel Aviv, una rete fatta di silenzio, chiamate ingessate e assenza di lacrime; ed essa fa da sfondo al vorticoso spostamento di questi enigmatici personaggi, spinti ora dall’amore, ora dal caso.
Il movimento caratterizza la loro vita in modo così intenso che a volte è difficile capirne le motivazioni, davanti alla sicurezza e alla repentinità con cui scelgono di attraversare mari e oceani, abbandonare i figli, legarsi a uomini sconosciuti.
A un certo punto però il lettore intuisce qualcosa; non ne è sicuro fino in fondo, ma il presentimento è ormai diventato un chiodo fisso in un angolo del suo cervello.
Non si nutrono rimpianti e ripensamenti, quando non si hanno radici. O meglio, quando esse sono così salde da esser facilmente trasportabili e ricollocabili; e anzi, sembrano quelle di una pianta che ha sempre bisogno di nuova terra, e di cieli sconosciuti: e tutta la vita così diventa un prendere energia dal mondo, attraversandolo da una parte all’altra. Non è vietato guardarsi indietro, ma perché farlo? Non se ne sente il bisogno. Non nel modo malinconico in cui siamo solito farlo noi; che in questa inerzia, meno abbiamo da perdere più ossessivamente ci aggrappiamo ai nostri ricordi, e alle nostre banali certezze.
Forse è per questo che i personaggi di Elena Loewenthal incutono un certo timore a chi li legge: abbiamo sempre paura che a un certo punto si voltino, ci rivolgano uno sguardo ironico, quasi altero, e ci dicano: “Be’? Che ci fai ancora lì? Che aspetti a partire?”
Come se la vita in fondo avesse valore solo finché la si sconvolge e rimodella.
Solo tenendo questo bene a mente possiamo comprendere le dure parole di Flora: “Che differenza fa, in fondo. Tornare o non tornare a Baghdad. Non mi smuove nulla nella memoria. Neanche nel cuore.”
Perché Baghdad non è una patria a cui tornare; assomiglia più a qualcosa di cui non puoi liberarti, come la polvere che invade la città nell’arsura. A volte sembra un malocchio, altre invece un profumo di gelsomino denso e avvolgente.

Perché in fondo, che cos’è “casa”?
“Un tetto. Calore quando ce n’è bisogno. Ovunque sia.”

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Anna Rusconi

Editor wannabe. Lettrice onnivora e relativista cronica, ama la storia ebraica, le tisane e il power metal. Sembra una persona tranquilla, finché qualcuno non mette la virgola tra soggetto e verbo.

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