La grande festa sul Monte Gap

Ogni anno, in piena estate, nel giorno in cui il sole tramonta più tardi, si teneva un grandissimo banchetto sul Monte Gap, lungo una tavolata immensa che correva per la cima.

Gli abitanti del villaggio vicino partivano di buona lena in mattinata per giungere in vetta a un buon orario e occuparsi dei preparativi. I più pigri e golosi, invece, si preparavano nel pomeriggio e arrivavano quando ormai il lungo tavolone era meravigliosamente imbandito; in cambio però, si premuravano di portare le più gustose prelibatezze cucinate da loro, o acquistate nelle migliori botteghe del villaggio. Così in tavola si poteva trovare ogni tipo di specialità locale: formaggi, salami, stufati di carne ricamati da spezie pregiate. E che dire dei colori? La varietà che quel banchetto offriva aveva dell’incredibile. Era ormai tutto pronto, ma non era ancora tempo di sedersi. Tutti aspettavano Tove.

Tove si stava ancora inerpicando su per il sentiero ciottoloso. Non aveva con sé nulla. Solo una minuscola fiaschetta di vino che aveva portato per uso personale e che non intendeva condividere. Era in ritardo, lo sapeva. Sarebbe dovuto partire la mattina come gli altri, ma qualcosa sembrava averlo frenato. E adesso era lì, che correva tutto sudato per raggiungere la vetta in tempo e non fare aspettare gli altri. Perché non lo potevano attendere all’infinito. La festa doveva cominciare prima che la luce del sole calasse. Così, con un po’ di fatica, spendendo più energie del previsto, Tove riuscì a raggiungere la cima del Monte Gap quando il sole aveva cominciato a colorare d’ambra la scena.

Era tempo di dar via alle danze. All’unisono, tutti si misero a sedere. Lì per lì la scena poteva apparire strana: tutti, infatti, conservavano alla propria destra un posto vuoto. Eppure sembrava far parte di un rituale ben preciso, per nulla improvvisato o casuale. Che cominci la festa! I partecipanti iniziarono a servirsi, mentre i profumi si mischiavano in una danza allegra e coinvolgente. Il vociare in festa, le risate, i brindisi, gli astanti che si passavano le pietanze, Assaggia questo, E tu assaggia quest’altro! Fatti un sorso di questo liquore, è di una dolcezza unica! E intanto la piccola fiaschetta di vino di Tove giaceva intonsa nel vestito appoggiato alla sedia.

Mentre il banchetto proseguiva, con cibo e alcol ancora in abbondanza sulla tavolata, il sole continuava a calare. E con lui iniziò a calare il brusio. Il tono della voce si abbassò sempre di più, fino a scomparire del tutto. Il sole calò completamente, e il banchetto piombò nel silenzio. Si percepiva come un senso di attesa. All’unisono vennero accese le candele in cera disposte lungo il tavolo. Alcuni degli astanti si guardavano tra loro, altri erano col capo chino, come in preghiera. Nessuno beveva, nessuno mangiava. Tutti erano tesi verso qualcosa che stava per accadere.

Poi, all’incirca a metà della tavolata, si udì un sussulto. E chi se lo fece scappare ne aveva ragione: il suo invitato si stava materializzando sulla sedia vuota alla sua destra.

*

Ogni estate, sul Monte Gap, nel giorno più lungo dell’anno, si teneva un immenso banchetto. Ogni partecipante seduto al tavolo aveva al suo fianco una sedia vuota. Il suo invitato sarebbe comparso col sopraggiungere del buio. I partecipanti potevano invitare, a loro scelta, un parente defunto: la compagna di una vita, il proprio padre, la propria madre, il fratello, la sorella. Tutto era concesso, purché ci fosse un legame familiare ad unire i due. Erano tollerate eccezioni, a patto che le scelte fossero ponderate e responsabili.

Così, ecco che a fianco di Björn comparve l’amato fratello Erlend, morto assiderato nel lago nei pressi del loro villaggio; ecco l’imponente Selma, fedele compagna di vita di Dag, portata via da una stupida malattia; ed ecco anche Lars, come dimenticarlo, e come avrebbe potuto dimenticarlo sua moglie Hella, che tanto faticava a portare avanti da sola la bottega.

Pian piano i nuovi partecipanti comparivano sulla loro sedia. Il vociare tornava a salire, la seconda festa stava per cominciare! Tove osservava in silenzio, mentre la sedia accanto a lui era ancora vuota. Approfittando dell’attenzione tutta impegnata nei saluti e negli abbracci, Tove tirò fuori la fiaschetta di vino e la posizionò davanti a sé sulla tavola. Guardò impaziente alla sua destra. Sembrava nervoso, come a sperare che gli altri restassero indaffarati nei loro festeggiamenti. Poi, finalmente, il corpo di un giovane ragazzo cominciò a materializzarsi. Tove faticò a trattenere una lacrima. Era proprio lui: Par. E che fosse proprio Par non fu l’unico ad accorgersene. Il sindaco Idlig, così rapito dalla vista della figlia Kari, si fece sfuggire uno sguardo nella direzione sbagliata. “Lui!”. E l’urlo di Idlig interruppe di nuovo la festa.

“Cosa ci fa qui? Come puoi invitare proprio lui?”. E improvvisamente il vociare allegro si era trasformato in un brusio fatto di lamenti, insulti e grida. “Perché non hai invitato tua madre, come sempre? Forse non la vuoi più vedere? Non le vuoi più bene? Per lasciare spazio a chi, a lui, che non è nemmeno un tuo parente!”. E a quelle voci se ne aggiunsero altre: “Par non merita di stare a questo tavolo! È un disonore per tutto il villaggio! Infanghi questa festa così sacra pure davanti ai morti!”.

Par stava in silenzio, con un’aria sperduta e impaurita. Anche Tove era silenzioso, ma la sua rabbia era ormai montata al punto di esplodere. Sbatté i pugni con tutta la rabbia che aveva nei polsi e fece tornare per un attimo il silenzio: “Cosa ne sapete voi di Par? Pensate di conoscerlo? Credete che quell’incendio sia davvero colpa sua? Volete un capro espiatorio? È morto anche lui e non tornerà più!”. Poi, quell’urlo si strozzò e si fece un singhiozzo, perché Par era lì, vicino a lui. Era tornato.

Era lì con lui, ma nessuno lo voleva. Da ogni sguardo usciva solo odio. Allora Tove ricominciò a parlare: “Credete che una fiaschetta di vino basti da sola a far divampare un incendio? A far bruciare un intero caseggiato?”. Poi si fermò di nuovo e volse lo sguardo alla fiaschetta sul tavolo. “Puoi berla, amico mio. Fratello mio”.

Par sorrise, prese dolcemente tra le mani la fiaschetta e la stappò. Conteneva un vino pregiatissimo, ad alto tasso alcolico. Fermentato, anno dopo anno, aspettato con pazienza. Par lo versò nel suo calice e lo bevve alzando la testa e chiudendo gli occhi. L’estasi del suo sapore la si poteva cogliere dall’armonia con cui Par deglutiva nel mandarlo giù. Poi, posato il calice vuoto sul tavolo, Par guardò Tove con gli occhi lucidi e gli disse: “Grazie”. Per poi scomparire, con un sorriso.

Tove per un attimo ebbe la sensazione di essere scomparso con lui: qualcosa di sinuoso e vibrante nel suo corpo si era liberato. Si sentiva lontano da tutto e tutti. Come se quell’istante avesse annullato il tempo e lo spazio, per regalargli un senso di libertà che credeva di aver smarrito per sempre. Poi, quel sorriso dipinto sul volto si ripiegò su se stesso, riportandolo alla realtà. Tove si guardò attorno. Gli sguardi erano puntati tutti su di lui, come lame taglienti. Nulla era cambiato, per loro. Neanche per i loro cari. Tove sapeva che con lui seduto a tavola, la festa non sarebbe ripartita. Così si alzò e cominciò lentamente a discendere il monte.

*

Ogni estate, sul Monte Gap si celebra una festa magnifica, nel giorno più lungo e caldo dell’anno. Una tavolata enorme accoglie gli abitanti del villaggio. Qui potranno ritrovare i propri cari, vivi, in carne ed ossa.

Il villaggio intero spende ogni sua energia in funzione di quel giorno. I preparativi durano un anno intero. Si pensa all’allestimento, alle nuove pietanze da preparare. Si segnano con pazienza i giorni che separano dal ritorno sul monte. Si attende, con pazienza. Si può dire che quello è l’unico giorno che valga davvero la pena di vivere. E ogni anno, quel giorno, gli abitanti si sarebbero ricongiunti con i propri cari, e ogni anno loro sarebbero ricomparsi, sempre lì, vivi, ancora vivi. Ogni anno, quel giorno, le sedie vuote si sarebbero riempite.

Era così breve la notte. Tove sembrava essere appena andato via, eppure le prime luci comparivano minacciose all’orizzonte. Se quel maledetto di Tove non ci avesse fatto perdere tempo avremmo avuto qualche istante in più con voi. Non andate via mai, vi prego. Restate qui, ancora un po’, poi che senso ha tutto, senza di voi? L’alba si intravede ma il sole non è ancora arrivato, non splende ancora in cielo, non è vero? E allora state ancora, stai ancora, che aspettare un anno per rivederti è lungo, infinito, sembra non arrivare mai questo giorno, e poi quando arriva finisce subito, non basta, è troppo poco, e io poi cosa faccio? No! Non andare via! No! Ti prego, non farlo. Non farlo, stai ancora, no! Mi uccidi ogni volta, torni e poi te ne vai, torni e te ne vai!

Quando la festa sul monte Gap finisce nessuno sparecchia, nessuno pulisce, ci pensiamo l’anno prossimo. Nessuno parla. Nessuno scherza. Ci sarà tempo per ridere, l’anno prossimo, con voi.

Tove non è più salito sul Monte Gap. Il giorno della festa accende una candela dorata, che tanto piaceva a sua madre, e si beve un bel bicchiere di quella fiaschetta di vino così pregiata e dolce, in ricordo di Par.

Tove ha abbandonato il villaggio. Punta ad est, alla sua destra, per tornare a vivere.

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Francesco Fiero

Quello che (ci) pensa. Classe 1989, nasce a Milano. Diviso tra cinema e letteratura, per non sbagliare si laurea in Filosofia. Ama passeggiare, specie se una libreria è nelle vicinanze.

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