La tuba

Come una vecchia attrice, sapeva di camerino ed era un avanzo di vecchio teatro d’altri tempi. Forse vestito di scena per un balletto di varietà, forse strano abito di carnevale. Emersa dal mulinello di stracci nel quale era stata gettata per qualche gioco senza prestigio, mi fu tra le mie mani con la sfacciataggine che avevano certi ratti di campagna a casa di mio nonno, dove spesso i topi te li ritrovavi in braccio quando mettevi il cibo alle galline. La tuba però non faceva schifo, al contrario. Ma ebbe la stessa presenza di spirito.

In mezzo al grigiore d’avanzi in stoffe, sembrava essere intera e ancora bella.
Il giorno che la vidi invece, era davvero pessimo.

Ma uno dei tanti.

Appena naufragato sulle sponde dei trent’anni, non avevo alcuna voglia di iniziare un decennio che si annunciava peggiore di quello che l’aveva preceduto. Eppure mi toccava prenderne atto e per tutto il tempo che sarebbe stato necessario. A meno di non togliermi precocemente di mezzo di mia iniziativa, cosa che non ho mai considerato. Troppa paura.

Nella mia vita la paura era l’ombra dietro qualunque cosa. Come tutte le volte che avevo dovuto prendere una decisione. Dalla più grande alla più piccola. Qualunque cosa costituiva un problema.

Quella tuba, ad esempio, era un acquisto azzardato e senza senso. A cosa poteva servirmi? Sarebbe bastata, come spiegazione, il fatto che mi piacesse?

E se mio padre avesse avuto da dire? Già potevo sentire la sua voce prendermi in giro, ferocemente. Era una cosa continua, praticamente su tutto. E mi provocava malessere, tensione. E poi il timore di sbagliare, sempre.

Ci misi ben quindici minuti a trovare il coraggio per pagare il tizio della bancherella, che già iniziava a guardare con sospetto il mio stringere, forse un po’ troppo, la falda di quello strano cappello.

La tuba alla fine costò pochissimo e appena la comprai la misi subita in testa.
Poco importava che fosse un agosto estremo ed avesse ancora dentro vecchie mummie di pulci e qualche ragnatela. Dovevo. Era necessario.

In realtà qualcuno si azzardò a dirmi che mi stava bene, almeno prima che la abbassassi molto sugli occhi per non guardare attorno.

Tornando a casa, sgusciai nella mia camera e solo allora mi vidi riflesso allo specchio. Non fu che un’occhiata, ma fu sufficiente a farmi capire che quel cappello era sempre stato mio. Un guscio, per una chiocciola, non sarebbe stato più perfetto. Un peccato davvero doversela togliere.

Mi meravigliai del fatto che, quando la portai a tavola ben infilata sulla mia testa, nessuno ebbe da ridire. Neanche mi fu chiesto dove l’avessi presa.

Tutti parvero aver preso atto della sua presenza con una freddezza che mi fu di sollievo. Ma di colpo compresi il motivo del loro silenzio.

A cena, non era neanche apparecchiato per me. E loro, non mi vedevano più:io non c’ero.
Nei giorni seguenti non ci fu ansia per la cosa ed anche dopo molto non ve ne fu mai per la mia assenza.

Nessuno, fino ad ora, mi ha mai cercato.

Ancora adesso abito con loro, ma non esisto ed è come non fossi mai esistito.

Eppure sono sicuro di essere ancora vivo. Abbastanza, almeno.

Non esserci non mi pesa, per niente. Sono vicini, provvedono a me senza saperlo e tutto si ripete simile ogni giorno. La mia vita è sospesa ed io mi sento al sicuro: sono libero da me stesso.

Ripenso spesso che mia madre ha sempre detto, con fastidio estremo, quanto io fossi pauroso, desideroso di nascondermi da tutto e tutti; un vero “coniglio”.

Forse per questo, la tuba rossa, quasi un cilindro, mi ha fatto sparire.

 

 

Racconto di Mattia Alari.

L'ospite Inatteso

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