Una nobile impresa

C’era una volta, in una terra calda bagnata dalla pioggia primaverile, una bambina di nome Daya. Quel giorno, il giorno che Daya avrebbe ricordato per sempre come Il giorno rosso, suo fratello se ne stava in giardino sotto il temporale – la bocca spalancata e la lingua di fuori – a bere la pioggia. Daya rideva e scriveva con l’indice sul vetro appannato. A scuola aveva imparato la parola “girl”, che in inglese – aveva detto la signorina Raji – voleva dire “ragazza”. Daya la scriveva dappertutto: con un bastone sulla terra umida, sul quaderno di inglese, sul vetro della finestra appannata nei giorni di pioggia.
La madre di Daya, Neela, accarezzò la schiena della figlia e le baciò i capelli. Daya finì di tracciare un fiore sul vetro freddo e si voltò sorridendo appena, ancora concentrata.
“Cosa scrivi?”, domandò Neela.
Daya alitò sul vetro e aspettò qualche secondo. Kavi, la scimmietta di Daya, saltò giù dall’armadio e si appollaiò sulla sua spalla. Daya tracciò la parola “girl” e la tradusse per sua madre. Scrisse anche “boy”, “monkey” e “green”, “Come i fili d’erba pregni d’acqua”.
Neela chiese alla figlia se il suo sogno fosse ancora quello di curare gli animali feriti. Sprofondò nella poltrona e si accarezzò piano la pancia gonfia che tirava la stoffa turchese. Daya ci pensò qualche secondo poi disse, “No. Voglio leggere e scrivere storie come quella del Grande tesoro sepolto”.
“È una bella storia, quella… dell’oro per una nobile impresa”. Neela guardò la figlia, i lunghi capelli neri raccolti in una treccia disordinata, gli occhi grandi e curiosi, le forme da donna ancora acerbe avvolte nell’abito giallo. “Ti piace andare a scuola?”.
Daya annuì, “Non mi piacciono i compiti, però”, disse, poi domandò a Neela, “E a te piace, fare la mamma?”.
Neela sorrise. Era la cosa che più le piaceva al mondo. Non aveva mai desiderato altro che quello, un marito da amare e che la amasse, una bella famiglia, una casa tutta loro. “Sì”, rispose. “Voglio essere felice anch’io”, disse Daya, poi tornò a tracciare sul vetro parole, fiori e cuori, “Voglio essere una mamma felice, e scrivere libri”. Kavi prese a giocherellare con la treccia di Daya. Rajan continuava a bere la pioggia – gli occhi chiusi e le braccia aperte – e Daya, quel giorno, il giorno che avrebbe ricordato per sempre come Il giorno rosso, sporcò per la prima volta l’abito di sangue scuro.
*
Erano passati giorni e non pioveva più. Non c’erano vetri appannati su cui tracciare parole e la terra era tornata arida, dura. Rajan era a scuola e suo padre Atul era uscito presto per andare al lavoro. Neela dormiva sul divano, le mani sulla pancia, il respiro regolare.
“Ecco perché Varsha non è più venuta a scuola”, sbottò all’improvviso Daya mettendosi a sedere. Kavi saltò giù dalla mensola e precipitò sulle sue gambe.
“Sei impazzita? Mi hai svegliato”, si lamentò la scimmietta, “Dormivo così bene…”
“Ecco perché Sangita ogni mese, per una settimana, aveva addosso quell’odore strano!”
Daya si vergognò ripensando a quella volta che aveva riso di lei insieme ai suoi compagni, in cui le aveva chiesto se fosse malata, infastidita da quell’odore strano, così forte. Sangita aveva risposto di sì e il giorno dopo era rimasta a casa e non era più tornata.
Kavi incrociò le zampe sul petto peloso e la studiò con i suoi occhi neri e lucidi. Attorcigliò la coda attorno al polso sottile di Daya e le chiese a cosa stesse pensando.
“Devo parlare con loro!”. Daya cambiò il panno di stoffa che aveva tra le gambe, lo gettò nella spazzatura e uscì di casa senza farsi vedere dalla madre, nonostante il ventre e la schiena in fiamme.

Varsha e Sangita diedero qualche carezza a Kavi e offrirono a Daya una tazza di tè, ma non vollero parlare di quella cosa.
“Ma non vuoi tornare a scuola?”, domandò a Varsha, e a Sangita chiese, “Ma non ti annoi sempre in casa?”
Varsha e Sangita le dissero che erano stanche di essere prese in giro, di sporcarsi perché non c’erano bagni in cui cambiarsi, perché non c’era acqua e perché non c’erano panni puliti. Varsha e Sangita erano stanche di sentirsi chiamare “malate”: si sentivano umiliate. Si vergognavano.
“I miei genitori dicono che sono pronta a sposarmi”, affermò Varsha, e Sangita disse, “Sto bene a casa”; poi sporgendosi verso Daya – gli occhi che sbucavano dall’orlo della tazza di tè – aggiunse, “Vorrei solo degli assorbenti. Non ne posso più di sporcare di sangue magliette e coperte”.
Era la prima volta che Daya sentiva la parola assorbenti.

 

Daya spalancò la porta di casa e gridò, “Mamma, dobbiamo comprare degli assorbenti”.
Neela mescolava piano la zuppa di lenticchie, una mano sulla schiena ricurva. Atul sedeva al tavolo con Rajan sulle ginocchia, “Ciao tesoro”, disse Neela. La cucina profumava di spezie e del sapone che usava Atul.
“Mamma, papà… Assorbenti! Così Sangita e Varsha potranno tornare a scuola!”
Atul e Neela si scambiarono un’occhiata. Rajan domandò cosa fossero gli assorbenti, poi tornò a giocare con il pupazzo che teneva in mano.
Atul sembrava imbarazzato. Con lo sguardo, implorò la moglie di parlare e Neela disse che costavano troppo, che si trovavano solo nella Grande Città. Che non potevano permetterseli.

 

Il giorno dopo, durante la lezione di inglese, Kundan urlò che Daya si era tagliata. La bambina smise di scrivere e guardò il pavimento, dove c’erano due piccole, minuscole macchie di sangue. Daya si alzò in piedi e dai banchi dietro esplosero risate e gridolini soffocati. La gonna blu, la più scura che aveva, era tutta sporca, così come la sedia, come le cosce e le caviglie. Daya si precipitò fuori da scuola e corse verso il Villaggio. Le venne in mente che a casa c’era sua madre, che non aveva voglia di raccontarle quel che era successo, di piangere davanti a lei; così si mise a sedere nel prato, nascosta sotto un albero. Kavi, che gironzolava nei paraggi, la raggiunse e rimase in silenzio con la coda attorcigliata attorno al suo braccio.

 

Erano tre settimane che Daya non andava a scuola, che non leggeva, che non scriveva. Kundan si era scusato con lei, le aveva detto, “Scusa se ti ho preso in giro mentre eri malata”. Daya si vergognava. Ogni mattina si alzava dicendosi che ce l’avrebbe fatta, che non c’era motivo di restare a casa, poi tornava sotto le coperte e si riaddormentava.

 

Daya trascinava i piedi sulla terra umida, le sopracciglia corrugate sopra gli occhi tristi. Kavi se ne stava appoggiata sulla sua spalla, la coda che gli sfiorava il collo. Daya si strinse nello scialle e alzò lo sguardo nel cielo grigio, nei nuvoloni scuri all’orizzonte. Kavi le raccontava di una cosa strana che era successa al mercato del giovedì della Piccola Città, dell’uomo che gridava di aver visto un fantasma aggirarsi per i banchi di spezie e pesci e gioielli. “Lui diceva, eccolo, eccolo lì, ma non la vedete?! Un povero pazzo…” Daya non ascoltava, pensava a Sangita e Varsha, al quaderno di inglese dalle pagine bianche, al vetro appannato su cui non aveva più scritto. Diede un calciò a un sasso che rotolò nell’erba. Pensava alle sue storie lasciate a metà, alla giovane cavaliera Ela e alla Bestia che ancora doveva sconfiggere, alla storia d’amore tra Hamsa e Pran, alla favola del Gatto che non riesce più a miagolare. Calciò un’altra pietra, che ritornò indietro e si fermò ai suoi piedi.
Daya la prese in mano. Era un semplice sasso grigio. Kavi lo sfiorò con la coda e disse, “Che strano”. Daya lanciò il sasso con forza, verso il prato. Prima di cadere, il sasso fluttuò in aria per qualche secondo. Daya corse verso il prato e Kavi giurò di scorgere un elefante d’argento che li osservava da dietro gli alberi. Daya raccolse il sasso e vide qualcosa di dorato, che luccicava tra i fili d’erba umidi. Una voce alle loro spalle disse, “Dell’oro per una nobile impresa”. Quando si voltarono, Daya e Kavi videro un’enorme tigre e un elefante argentato.
“Voi… Voi siete i guardiani del Grande Tesoro Sepolto”.
L’Elefante e la Tigre fecero un inchino.
“Io mi chiamo Daya”, disse la bambina, “E sono una scrittrice”.

 

Il vecchio Anshuman sonnecchiava con la bocca aperta. Ogni tanto scacciava una mosca che gli gironzolava attorno e che si appiccicava alla pelle sudata, controllava che non ci fossero clienti, e tornava a dormire, i piedi sul bancone, cullato dalla radio che trasmetteva i risultati della partita di calcio.
“Signore, voglio tutti gli assorbenti che ha!”.
Anshuman per poco non cadde dallo sgabello, “Buongior… Ma che ora è? Abbiamo vinto? Mi dica!”
Aprì gli occhi e si trovò davanti il muso di Kavi. Cacciò un grido.
“Signore, non abbiamo tempo! Tutti gli assorbenti del negozio!” Daya tirò fuori l’oro e lo appoggiò sul bancone. L’uomo vide che aveva con sé due enormi sacchi vuoti. Il rumore della Grande Città era assordante: clacson, grida, tram, macchine, voci.
L’uomo guardò le monete, “Oh perbacco!”, si infilò gli occhiali e prese a esaminare le monete, poi sentì qualcuno gridare, “C’è una tigre, una tigre. Scappate!”, e si ritrovò a fissare la più grandiosa, la più bella tigre che avesse mai visto. Se ne stava lì, proprio in mezzo alla strada. Quando la tigre gli disse, “Anshuman, non abbiamo tempo!”, l’uomo disse, “Prendeteli tutti”, indicò la teca con gli assorbenti, e svenne battendo la testa.
“Auch”, fece la tigre.
Daya e Kavi infilarono tutti gli assorbenti nei sacchi e le saltarono in groppa.

 

Daya e Kavi tornarono a casa con sacchi pieni di assorbenti. Da quel giorno, alla Villaggio della Piccola Città, nessuna bambina avrebbe più saltato la scuola.

 


Ho scritto questa fiaba ispirata dal cortometraggio Period. End of a Sentence, diretto da Rayka Zehtabchi. Period. End of a Sentence racconta di un gruppo di donne di Hapur, in India, che impara a utilizzare una macchina per produrre assorbenti biodegradabili a basso costo per venderli ad altre donne che non se li possono permettere. Grazie a questo macchinario, la vita delle donne, della bambine diventa più semplice: possono andare a scuola, possono lavorare. Grazie agli assorbenti, c’è la possibilità di eliminare il tabù delle mestruazioni, di eliminare la vergogna.

Illustrazione Times of India

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Elisa Carini

Quella che scrive e che nella vita non vorrebbe fare altro. Vive con un gatto nero nella bella Milano dove legge, studia, traduce libri e beve troppo caffè.

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