L’inquietudine del quotidiano: “Magia nera” di Loredana Lipperini

Da bambina facevo sempre un gioco: quando vedevo una finestra illuminata provavo a immaginare come fosse la vita delle persone all’interno di quella casa. Venivano fuori favole meravigliose fatte di giochi, rientri e ritrovi felici perché, nella mente di un bambino, viene più difficile immaginare che dietro a delle porte possano consumarsi drammi.

Da adulti il gioco si sposta sulle persone accanto a noi: perché la signora dietro di me continua a suonare il clacson se siamo tutti in colonna? Come mai la cassiera del supermercato ha gli occhi cerchiati e non mi guarda mentre mi porge il resto? Per quale motivo la ragazza seduta al tavolo accanto al mio ride acutamente ogni pochi minuti? Iniziamo a pensare non più a storie avventurose o felici, ma a normali episodi della vita di tutti i giorni. Forse la signora al volante ha uno scoperto sul conto, la cassiera potrebbe soffrire di allergia ai pollini, la ragazza essere sbronza dopo una serata di bagordi.

La lettura della raccolta di racconti Magia nera di Loredana Lipperini, tra le tante cose anche voce del programma Fahrenheit di Radio 3, riprende questo gioco: immaginare cosa sia successo alla persona accanto a noi e declinarlo nel mondo della magia. Una magia oscura che si abbevera del dolore e dei desideri delle figure femminili che compongono la raccolta.

“Era giugno, e il sudore le era diventato gelido sulla schiena quando aveva visto il melograno al centro del giardino, incorniciato da una finestra ovale. Sembrava un quadro. No. Sembrava la ceramica di una tomba.” (dal racconto Baby Blues)

Non vi leggiamo mai di situazioni particolarmente strane: con la sola eccezione del racconto più “storico” sulla compagna del mago Houdini, le altre vicende sono episodi che potrebbero capitare, o che sono capitate, a tutte. C’è una donna che ha perso il marito alcuni anni prima, proprio durante un terribile litigio, e non ha ancora capito come elaborare il lutto e uscire dall’invisibilità e dal senso di colpa che la sua morte ha lasciato dietro. C’è chi soffre di una comune e purtroppo sottovalutata depressione post-partum, e che si ritrova a pensare a una vecchia amica dei tempi della scuola. C’è chi vede il proprio matrimonio sfasciarsi.
Oltre che a livello personale, le vicende si muovono anche su sfondi più ampi, come il desiderio di preservare e salvaguardare un vecchio borgo di montagna dalla modernizzazione e dal turismo di massa. C’è chi si vede costretta a limitare l’uso della tecnologia, desiderio che tutti professiamo, ma che non osiamo o possiamo mettere in pratica. La Fanciulla, la Madre e la Vecchia, la versione trigemina della Dea femminile, è qui presente nel caleidoscopio dei racconti: figure femminili al centro, in un centro esclusivo perché molto spesso sole e con pochi contatti con il resto del mondo. Tutte queste situazioni, all’apparenza normali, non seguono mai la strada più ovvia per risolversi. Non c’è dubbio che la magia o stregoneria siano il motivo dello scioglimento della vicenda, nessuna sfumatura di dubbio sulla presenza del sovrannaturale in mezzo alle piccole vicende quotidiane. Capelli rossi da strega, musiche di carillon sono i fili che uniscono il filo di perle di questi racconti.

Ma la questione che più lascia un senso di inquietudine non è di certo la presenza della magia, forza a noi superiore e non spiegabile: è la vita stessa a farci deglutire sul finale dei racconti. Come nei racconti di Shirley Jackson, impariamo che a farci paura non sono le cose al di là del velo, ma quelle che troviamo tutti i giorni accanto a noi. La signora in macchina può aver perso un figlio in un incidente d’auto; la cassiera potrebbe aver dovuto riprendere a lavorare troppo presto dopo la nascita della sua bambina; la ragazza potrebbe ridere acutamente perché non dorme da giorni per un vicino di casa molesto e rumoroso. E la solitudine che c’è dietro queste storie agghiaccia più di spiriti di ritorno dall’aldilà o di mostri nascosti sotto il letto.

Articolo di Giulia Pretta

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