Raccontare la realtà attraverso la fiaba

Cari lettori, questo mese il tema di ROA è: Fiaba. Un tema che dà la possibilità di spaziare molto. Essendo la fiaba una struttura narrativa, si può parlare di tutto: potenzialmente qualsiasi argomento può essere affrontato e trasformato in fiaba.
L’altra sera chiacchieravo con i miei coinquilini riguardo alle fiabe Disney e ai loro originali dei fratelli Grimm. È risaputo che la Disney abbia addolcito, e non poco, la pillola.
Tutti si ricorderanno della fiaba di Cenerentola, una storia romantica in cui le sorellastre ne compiono di tutti i colori per fare entrare i loro piedi nella scarpetta: si fasciano i piedi e fanno tutta una serie di gag comiche. Bene, nella storia dei fratelli Grimm una delle due sorelle si taglia l’alluce.

Macabro, no? Ma erano questi i fratelli Grimm, e la Disney, possiamo dire, è stata brava a trarre da ogni fiaba gli aspetti più dolci e romantici.
Certo, non è stata brava in altre cose, come per esempio nel proporre un modello di donna che ambisce unicamente a sposarsi e che non ha molti altri strumenti se non quello di rimanere in attesa di qualcuno che la salvi.

Personalmente credo che questo punto di vista sulle principesse sia un po’ estremo, seppure veritiero. Troppo spesso ci troviamo ad analizzare un mondo di cui non facciamo parte (perché non esiste più) con gli occhi di oggi. Il rischio di non contestualizzare bene alcune questioni porta a estremismi troppo radicali e con poco senso.

Facciamo un esempio: la mia bisnonna, che veniva dalla campagna novarese, voleva andare a vivere in città. Sarà stato il 1925. Trovò un modo: sposò il mio bisnonno che abitava in città!

Una volta arrivata in città divenne un’infermiera. Era una donna autonoma e indipendente per l’epoca, poiché al tempo pochissime donne lavoravano. Però aveva avuto bisogno di un uomo.

Oggi una cosa del genere è impensabile.

La mia indipendenza è indipendenza in quanto non dipendo da nessuno, il mio corpo è unicamente di mia proprietà, e tutta una serie di cose che già sappiamo. Non ho bisogno di sposarmi con nessuno per trasferirmi in un’altra città.

Ma non è sempre stato così: la mia bisnonna, per andare in città e riuscire a condurre una vita dignitosa, avrà fatto i suoi conti. Probabilmente la scelta migliore era quella di sposarsi e andare a vivere in città (comunque, in tutto ciò, era anche innamorata del mio bisnonno!). E possiamo biasimarla in qualche modo? Potremmo mai dirle “Bisnonna di Valeria, sei stata troppo poco emancipata?”. Be’, certo che potremmo dirglielo, però sarebbe forse un po’ troppo duro per una persona della campagna novarese nata all’inizio del XX secolo.

Ci abbiamo messo tempo a credere nella parità di genere (non tutti ci credono, ancora oggi) e negli eguali diritti per tutti. Mi farebbe piacere sapere se negli stessi anni del boom dell’industria Disney ci fossero state parallelamente anche produzioni di prodotti culturali più attenti alle tematiche femministe. Chissà!

Ad ogni modo le fiabe sono qualcosa con cui ci rapporteremo sempre, ci avviciniamo a loro da bambini grazie ai nostri genitori che ci leggevano le fiabe prima di andare a dormire, le ritroveremo da grandi quando anche noi saremo genitori.

Ma non solo, la fiaba è una struttura versatile e quindi la possiamo apprezzare anche da adulti. Pensiamo al Racconto dei Racconti di Matteo Garrone, oppure alla Forma dell’Acqua o al Labirinto del Fauno di Gulliermo del Toro. Oppure Alan e il Mare di Giuliano Scarpinato (che abbiamo recensito qui). Giuliano Scarpinato in particolare era riuscito con il suo spettacolo a parlare della condizione dei migranti attraverso gli occhi di un padre e di un figlio, trasformandola in una fiaba moderna.

Sono tutte fiabe.

Mi piacerebbe lasciarvi con questo editoriale con l’idea che qualsiasi cosa possa essere trasformata in fiaba, e magari potremmo fare tutti un esercizio di stile. Creare una fiaba tratta da un evento di cronaca, o una notizia di attualità, o qualcosa di quotidiano che ci ha colpito. Alla fine le fiabe sono narrazioni popolari, ispirate a leggende o a fatti davvero avvenuti che si sono poi persi nel tempo. Anche gli avvenimenti più amari, come un’orfana odiata (e temuta) dalla sua matrigna, o una sirena disposta a perdere la voce per diventare umana, o semplicemente un re molto geloso e violento (vedi Barbablù), possono essere trasformati in fiabe e diventare fruibili per tutti.

È il contenuto che conta, ma la forma è importantissima. È la fiaba può essere un ottimo strumento per raccontare l’attualità di oggi.

 


 

Qui sotto trovate il mio esercizio di stile, aspetto il vostro nei commenti!
Ricordatevi di inserire un elemento magico nella fiaba, perché è il suo elemento distintivo!

C’era una volta una giovane ragazza che viveva in un paesino rurale vicino alla grande città di Dacca. La ragazza non solo era bella, ma era anche la più brava sarta della sua zona. La ragazza grazie ai segreti tramandati dalla madre e dalla nonna aveva la capacità di cucire i vestiti più raffinati di tutto il paese. Gente dalla capitale veniva da lei per farsi cucire gli abiti più importanti da cerimonia. Un giorno arrivò un uomo importantissimo dalla grande città.
“Sei tu Dhara, la sarta più brava del mondo?” disse l’uomo entrando in maniera sfacciata nella piccola e umile dimora della ragazza. Lei indietreggiò spaventata e non disse nulla. L’uomo si avvicinò con fare deciso e la sua ombra rese buia tutta la stanza.
“Non devi avere paura di me, io ti renderò ricca.”
Dhara e l’uomo parlarono per poco e l’uomo le promise una casa in città, un lavoro dignitoso e redditizio. Diceva che lavorava per una Rana Factory qualcosa, Dhara ne aveva sentito parlare qualche volta, ma erano racconti che appartenevano alla grande città.

“Domani mattina verrò a prenderti e dovrai abbandonare casa tua, ma diventerai una donna famosa, tutti parleranno di te.”
Dhara fece di sì con il capo e l’uomo se ne andò. La ragazza corse nell’altra e unica camera della sua casetta dove riposava la sua vecchia madre. La madre accennò ad alzarsi ma era troppo stanca per farlo. Dhara si avvicinò e la madre le sussurrò con il poco fiato che le rimaneva: “Vai nella grande città, qui non c’è futuro per te, la campagna viene divorata dalle fabbriche, la natura si sta ribellando. Ma attenta agli uomini della grande città, anche se siamo donne di campagna, non siamo ingenue”. La madre tirò fuori dalla sua camicia da notte un rocchetto: “Questo rocchetto non è un semplice rocchetto, ti saprà aiutare nei momenti di difficoltà, tienilo vicino a te, vicino al cuore”. Dhara si mise il rocchetto nel reggiseno e salutò la madre.
Il giorno dopo arrivò il signore e portò Dhara nella grande città. Le fece vedere il posto in cui avrebbe lavorato: “Qui vengono prodotti i vestiti che tutte le star del cinema mettono, tutte le persone di questo mondo indossano i vestiti che tu e le tue colleghe creerete”.
Dhara fu fortunata perché ebbe subito una posizione più prestigiosa rispetto alle altre sarte: doveva aiutarle a cucire, aveva un ruolo di sovrintendenza. Ma le ore di lavoro erano comunque massacranti e la ragazza tornava ogni sera stanca nella sua camera condivisa con altre venti donne della fabbrica.
Un giorno di fine aprile il palazzo tremò e Dhara sentì il rocchetto che si muoveva nel suo reggiseno. Andò di corsa in bagno.
“Dhara, il palazzo sta per crollare, domani non andare a lavoro.”
“Ma come farò con le mie colleghe?”
“Dhara, convinci il tuo capo o il palazzo crollerà e non potrete farci nulla.”
Dhara quando tornò a casa quella notte non riuscì a dormire: il capo quella sera stessa aveva detto alle ragazze di non preoccuparsi, che era stata soltanto una fievole scossa. Dhara non era riuscita a convincere il suo capo.
Le ragazze nella camera di Dhara dormivano sonni tranquilli.
Dhara non chiuse occhio. La mattina decise comunque di andare a lavoro per non abbandonare le sue colleghe. Mentre camminavano per andare al lavoro Dhara inciampò: era il suo rocchetto che si era messo fra i suoi piedi. Dhara si fece male, non riusciva a muoversi. Le sue colleghe cercarono di soccorrerla e la portarono all’ospedale. Nessuna andò a lavoro quel giorno dopo che sentirono le parole di Dhara: “Amiche mie, il palazzo in cui lavoriamo oggi crollerà, non andate al lavoro e restate con me”. Dhara e le sue amiche erano salve.

 

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Valeria Pagani

Quella che fa cose. Nata a Milano nel 1995, vive e lavora tra le Colonne di San Lorenzo e Festa del Perdono. Ama il teatro e avere sotto controllo tutto (non sempre ci riesce).

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