Il sudario di porpora

 

La calda brezza di fine maggio, incanalata nelle sinuosità del Bosforo, spazzava languidamente le strade cittadine, e il sole, sebbene il giorno si apprestasse a declinare, era ancora alto e focoso sulla linea dell’orizzonte. Quella era l’ora in cui, dal porto, una fiumana di lavoratori era solita riversarsi in città, tornando alle proprie case, trattenendosi ai Fori per tentare acquisti a prezzi più convenienti o, per i più zelanti, dirigendosi verso la maestosa chiesa di Santa Sofia per la funzione del vespro. E passeggiando lungo il cammino di ronda del proprio palazzo, l’imperatore Costantino XI era solito rivolgersi al mare e compiacersi del disordinato affaccendarsi del popolo, respirando a pieni polmoni l’aria salmastra e interrogando nel frattempo i funzionari al suo seguito circa la progressione dei lavori edilizi e la situazione del bilancio statale.
Ma da quasi due mesi, ormai, a quell’ora non si affacciava più verso le livide acque del Corno d’Oro, ma, ritto sui bastioni delle mura esterne, studiava i preparativi dell’armata turca alla conclusione dell’ennesimo giorno di assedio. Chissà se Dio ci concederà di resistere un altro giorno, si domandava talvolta. Riusciva a distinguere la magnifica tenda del sultano, ne ammirava con terrore l’immenso esercito e gli imponenti cannoni puntati verso le esauste mura della sua amata Costantinopoli. Quel giorno di fine maggio dell’anno 1453 il vento non soffiava dal mare, ma dall’entroterra: a Costantino pareva quasi di percepire l’odore aromatico degli spiedi turchi misto al pesante tanfo dei roghi che dentro la città bruciavano i caduti di quel giorno. Con entrambe le mani appoggiate ai pesanti blocchi di pietra, ripensò al giorno in cui erano giunti presso di lui i messi ottomani, chiedendo la consegna della città. Avrebbero risparmiato la vita dei suoi sudditi e la sua: così aveva promesso con formule solenni il sultano Mehmet. L’imperatore aveva ascoltato con attenzione le proposte dei nemici, poi, senza replicare, aveva scritto una succinta e definitiva risposta: “Né io né alcuno degli abitanti ti consegneremo la città, abbiamo deciso di combattere e non risparmieremo la vita”. Il giorno successivo, l’alba era stata squarciata dal tuonare dei possenti cannoni turchi; e così tutti i giorni che seguirono, per quasi due mesi.

I pensieri di Costantino furono interrotti dall’arrivo dei suoi generali, tra i quali prese la parola il fedele magister Teodoro, il cui sguardo un po’ umido – Costantino sapeva interpretare i segnali del volto dell’amico – anticipò all’imperatore la drammatica notizia: voci provenienti dal campo nemico parevano confermare che il sultano avrebbe tentato l’assalto definitivo al sorgere del sole. “Tutto è perduto”, chiosò un altro ufficiale al termine del rendiconto di Teodoro: quelle parole si conficcarono come un chiodo nel cuore di Costantino, che d’improvviso percepì tutto il peso del suo compito, quello d’essere l’ultimo imperatore di Bisanzio. “Concentrate tutte le forze alla Porta Aurea. Ora siamo nelle mani di Dio”, comunicò laconico agli ufficiali, poi si rivolse direttamente a Teodoro, in tono più confidenziale: “Una volta apprestate le difese, ti prego di ritirarti con me in preghiera a Santa Sofia”.

La notte trascorse tra interminabili mormorii, che l’eco della grande chiesa dilatava fino a farli sembrare urla di disperazione. E le preghiere dell’imperatore si sovrapponevano a quelle del fidato Teodoro e ai monotoni salmi dei religiosi presenti, in una sorta di triste canone che puntualmente terminava con la domanda O mio Dio, perché mi hai abbandonato?
Costantino sperava a ogni strofa che una voce di tuono rimbombasse per il tempio, a dargli un segnale di favore, così come aveva fatto col primo Costantino oltre mille anni prima. Ma dal cielo non giungeva risposta alcuna: solo i sommessi e scanditi respiri di Teodoro ricordavano all’imperatore di essere ancora là, inginocchiato a Santa Sofia, e non già morto in attesa del giudizio del Signore.

Quando dalle finestre della cupola si cominciarono a intravedere i primi segnali dell’aurora, di lontano presero anche a squillare le trombe delle sentinelle, segno che l’assalto turco aveva avuto inizio. Costantino e Teodoro interruppero le preghiere e si guardarono per un lungo momento, poi senza dirsi nulla s’avviarono verso l’ingresso principale, dove ripresero le armi. Costantino si tolse con cura le insegne imperiali – l’anello, il diadema e i fermagli d’oro –, si strinse alla vita la tunica di porpora, il simbolo della regalità d’Oriente, fissandovi sopra l’armatura con attenzione.
“Come vi sentite?” domandò Teodoro.
“Incredibilmente libero, amico” disse l’imperatore, posandogli una mano sulla spalla. Si era reso conto che il terrore che a più riprese lo aveva assalito durante la veglia era improvvisamente scomparso: liberatosi di quel fardello, al suo posto percepiva ora una tranquillità viscerale, avvolgente e quasi materna. Che si trattasse di quel senso di liberazione – più propriamente rassegnazione – tipico del morituro? Oppure Dio aveva davvero parlato, svelandogli la grandiosità del proprio disegno, che ovviamente al buon Teodoro sfuggiva? Il soldato non lo sapeva ma scorse nello sguardo del suo re una luce che lo incoraggiò a seguirlo e si sentì anch’egli libero di condividerne il destino.

Salirono a cavallo e si salutarono con calore, partendo poi al galoppo verso le mura, dove i turchi stavano per sfondare le difese bizantine. La vista della porpora imperiale eccitò a tal punto i pochi soldati rimasti che per qualche tempo sembrò addirittura possibile respingere gli assedianti. Dal canto suo, Costantino pareva quasi invasato, correndo da una parte all’altra dei bastioni e impartendo ordini con ferrea disciplina: subito dopo lo si vedeva in basso, confuso tra i propri soldati, intento a trasportare pali per assicurare la porta; poi saliva improvvisamente a cavallo per infiammare il coraggio dei fanti roteando la spada per aria.

Tuttavia, alla fine la porta cedette e un fiume di ottomani in armi si riversò nella città. Costantino e Teodoro si ritrovarono fianco a fianco, serrati in formazione nell’ultima, disperata difesa attestata presso la Porta di San Romano. Al generale parve che l’imperatore fosse una spanna più alto di tutti, sfolgorante nell’armatura illuminata dai primi raggi del sole: gli ricordò il fulgore ieratico delle icone di Cristo, che tante volte aveva ammirato durante le funzioni ufficiali in Santa Sofia. Prima essere travolti dalla mischia nemica, Teodoro si rivolse a Costantino: “non c’è sudario migliore della porpora”.

E Costantinopoli fu perduta.

 

Illustrazione di Rebecca Breda.

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Nicolas Campagnoli

Quello che scrive (e pensa troppo). Studente di Lettere classiche, appassionato di matematica e di lingue improbabili, insaziabile lettore, amante degli aperitivi e filosofo da bar: chi avrebbe mai pensato che potesse scrivere per una rivista online?

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