Socialismo scolastico

Tutti gli anni, a Natale, Pasqua e in giugno per il compleanno della nonna ci ritroviamo a casa dei miei genitori. Amici e parenti. Tra tutti, il mio preferito è lo zio Antonio, il fratello della mamma. Sessantenne, alto, magro con i capelli sale e pepe sempre troppo lunghi. Di sinistra da sempre, si vanta di non aver mai lavorato per un padrone: si è infatti messo in proprio, diventando il titolare di una ditta che si occupa di commercio all’ingrosso di caffè. A chi gli fa notare, come faccio spesso anch’io, che è diventato un padrone, risponde che lui non ha dipendenti, ma solo soci che partecipano agli utili come lui. Perché così gli suggerivano di fare gli ideali della sua giovinezza, che lui chiama la primavera della vita.
Nel nostro ultimo incontro, dopo aver discusso animatamente con la zia Elena, ex elettrice del PD passata ai cinque stelle, si è avvicinato a me citando Michael Moore: “Come cazzo abbiamo fatto a ridurci così?”. Poi ha aggiunto: “E pensare che una volta, all’inizio degli anni settanta, cambiare il mondo sembrava ancora possibile e tutti volevano partecipare al cambiamento, a cominciare dagli studenti”.
Poi, sull’onda dei ricordi, ha rievocato ancora una volta un episodio che sarebbe accaduto mentre frequentava il liceo classico A., dove ho studiato anch’io.
“Il ginnasio – ha raccontato lo zio – lo avevamo passato sotto le grinfie di una prof, quella di italiano, latino, greco, che ci aveva costretti a studiare duro e senza discutere, ma in prima liceo avevamo già cominciato a prendere le distanze dai professori. L’anno dopo, noi della 2^C, eravamo quelli che davano più filo da torcere agli insegnanti. Contestavamo certi metodi di insegnamento, le interrogazioni a sorpresa e i programmi di materie come storia che arrivavano solo all’inizio del novecento. Seguivamo poco le lezioni che non ci piacevano e non perdevamo uno sciopero né altre occasioni per saltare qualche lezione.
Tuttavia al momento giusto, ovvero quando non potevamo farne a meno, studiavamo, e a parte un paio di casi disperati avevamo tutti buone possibilità di arrivare alla maturità senza scossoni. Ma c’era anche chi studiava regolarmente e non perdeva una lezione: erano sei ragazzi particolarmente diligenti che chiamavamo, scherzosamente, secchioni qualunquisti.
Il preside del liceo, un tipo burbero, ma tollerante, non aveva mai voluto prendere provvedimenti drastici contro di noi, perché il nostro profitto, tutto sommato, era buono. Inoltre eravamo noi a organizzare scioperi e manifestazioni varie del liceo, per cui qualsiasi azione disciplinare nei nostri confronti avrebbe scatenato un putiferio. Quindi pensava fosse meglio non creare altri problemi, gli bastavano quelli che già aveva. Il più spinoso riguardava le ore di storia e filosofia: l’insegnante titolare si era presa un anno sabbatico, lasciandolo alle prese con una girandola di supplenti. Alla metà di marzo si erano già alternate tre giovani ragazze alle prime esperienze didattiche. Sapendo di dover affrontare una classe problematica avevano cercato, ognuna a modo suo, di arrivare ad una convivenza pacifica. Una aveva proposto interrogazioni programmate e volontarie. Un’altra si era limitata a fare lezione solo ai secchioni pregando gli altri di non fare troppo rumore. Un’altra ancora aveva portato in classe una stecca di sigarette e le aveva distribuite a tutti.
Ma, dopo un paio di mesi scarsi, anche lei aveva ceduto.
Seguirono alcuni giorni con supplenze occasionali di professori di altre sezioni. Poi fu annunciato l’arrivo dell’ennesima supplente. Apprendemmo la notizia quasi con indifferenza, perché eravamo sicuri di aver conquistato un certo potere contrattuale che avremmo fatto valere anche con l’ultima arrivata. Ma quando entrò in classe una ragazza bionda, minuta, con gli occhi color nocciola e un’espressione smarrita, invece della solita confusione si sentì solo il brusio dei commenti a bassa voce. Così la biondina, come venne subito soprannominata, ebbe il tempo svelare le sue intenzioni: avrebbe voluto finire il programma e concordare con la classe un calendario per le interrogazioni, ma era disponibile a prendere in considerazione qualsiasi proposta utile ad arrivare alla fine dell’anno senza intoppi. Anche le supplenti precedenti avevano fatto un esordio del genere, ma nessuno l’aveva preso sul serio, e si erano ritrovate a parlare solo con i secchioni mentre gli altri erano impegnati a leggere fumetti, passeggiare nei corridoi, giocare a carte oppure a rugby, il passatempo preferito dai più scatenati. Durante la ricreazione prendevano la borsa di uno dei secchioni e poi la usavano come se fosse una palla per giocare in fondo alla classe, dietro l’ultima fila di banchi e, spesso, continuavano anche dopo la ripresa delle lezioni.
Ma quella mattina l’aspetto fragile e la voce incerta della biondina convinsero anche i più indisciplinati di noi a rimanere tranquilli. Pensammo che prendersela con una così sarebbe stato come sparare sulla croce rossa. Per qualche minuto rimanemmo tutti insolitamente in silenzio, perché nessuno sapeva cosa fare; poi, dalla penultima fila si alzò una mano, quella di Ferroni, detto il sovietico, perché sosteneva di essere fedele alla linea del PCUS. In poche parole illustrò la sua proposta, quella dividere la classe in gruppi di studio, ognuno dei quali si sarebbe occupato di un tema specifico. Per dare più forza alle sue parole concluse con una presunta citazione di Marx: “I filosofi hanno interpretato il mondo in vari modi, ma il punto adesso è cambiarlo”.
Qualche giorno dopo la classe si divise in cinque gruppi, ognuno composto da sei studenti. I secchioni si occuparono del romanticismo; gli altri preferirono argomenti più politici e studiarono la rivoluzione francese, con particolare riferimento alla comune di Parigi, il materialismo storico e l’attualità del pensiero marxista. Ogni gruppo presentò una relazione che venne letta e commentata in classe.
Qualcuno pensò che quella fosse una forma di socialismo scolastico.
Tutto sembrava andare bene; finché, dopo circa otto o forse nove settimane, inaspettatamente, la biondina annunciò la sua intenzione di andarsene, perché aveva ricevuto un incarico all’università. La notizia provocò delusione e rammarico generale. Anche i secchioni erano dispiaciuti, e pensarono ad un modo originale per salutare la biondina: alla fine dell’ultima lezione uno di loro tirò fuori da sotto il banco un mazzo di rose rosse ed andò a posarlo sulla cattedra. La biondina non ebbe il tempo di riprendersi dalla sorpresa che ci alzammo tutti in piedi e cominciammo a cantare: “Ciao ciao bambina”. Sulla sua faccia stupita apparvero tutti i colori dell’arcobaleno, e due lacrime le scesero sulle guance. Dalla sua bocca uscirono un’infinità di grazie, mentre usciva inseguita dagli applausi.
Con lei se ne andò anche quella piccola, possibile, forma di socialismo scolastico. Forse fu per quello che anche Ferroni, il sovietico, ebbe un attimo di commozione, sebbene fosse convinto che certi sentimentalismi appartenessero ad una mentalità borghese. Ma sentiva di essere stato protagonista di una piccola rivoluzione, un buon inizio, in attesa, chissà, di dedicarsi ad una rivoluzione ben più grande.
Poi, con l’arrivo di un altro supplente, questa volta uomo, che si limitò all’ordinaria amministrazione, fini l’anno scolastico. Quando furono esposti i tabelloni con i risultati degli scrutini rimanemmo piacevolmente sorpresi perché, caso unico nel nostro curriculum scolastico, fummo tutti promossi a pieni voti in storia e filosofia.
Un piccolo miracolo reso possibile dal giudizio positivo che la biondina aveva espresso sul lavoro dei nostri gruppi di studio.

“Quelli si che erano bei tempi!”, ha esclamato lo zio a questo punto. “Eravamo nella primavera della vita ed avevamo davanti un’estate che sognavamo lunga e calda. Non immaginavamo certo che poi sarebbe arrivato il grande freddo. Ma questa è un’altra storia.”

 

 

Racconto di Bruno Savi.

L'ospite Inatteso

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