Il mio silenzio

“Non è incredibile?”
Hai ragione. Io, almeno, è solo davanti a coincidenze così crudeli che qualche dubbio sul destino me lo faccio ancora venire. Non percorro mai questa strada per tornare al mio bilocale: passare per il parco non fa che allungare il percorso verso casa. Oggi mi ci ha trascinato il vago senso di insoddisfazione che da qualche mese intorpidisce le mie giornate, e la fastidiosa sensazione di non star andando da nessuna parte nella vita – ecco, meglio ritardare il momento in cui queste sensazioni mi assaliranno mentre ceno da solo; oggi per la prima volta ho preso la via di questo parchetto desolato.
Quindi sì, Clara: è davvero incredibile ritrovarti qui.
“Ma dimmi un po’, cosa fai adesso?”
Non so mentire, ma farfuglio nella speranza che qualche dettaglio del mio noioso lavoro si perda nella conversazione e tu non te ne faccia un quadro preciso.
Non oso chiederti come sia finita la tua lotta con l’università. Ricordo solo che un amico comune mi ha detto che non riuscivi a passare nessun esame del secondo anno. Mi sono sentito tradito: proprio tu, la migliore della nostra classe…
“Suoni ancora il basso?”, mi chiedi.
Brilla nei tuoi occhi il ricordo di qualche concerto a cui ti ho invitato all’ultimo anno di superiori. Ci hai portato un ragazzo dell’altra classe, con cui poi ti sei frequentata per qualche mese. Avevi un taglio di capelli corto all’epoca, era delizioso; ma anche così, lunghi fino alle spalle, ti stanno molto bene. S’adattano ai tuoi tratti incupiti, privi di quell’irrequietezza giovanile che li animava… Quanti anni fa, ormai?
“No, alla fine la band si è un po’ persa di vista… Poi sai, con il lavoro e tutto il resto.”
“Non è semplice, immagino.”
Stringi le mani intorno al manubrio del passeggino: ogni tanto ne provengono vagiti senza personalità, e ogni volta ricambi con uno sguardo da leonessa premurosa. Mi rendo conto di non provare alcuna curiosità per il volto di tuo figlio. Spero mi perdonerai, Clara, ma non voglio vederlo per niente.
Mi percorre un desiderio viscerale e impulsivo. Prenderti le mani, parlarti con lo sguardo fisso nei tuoi occhi invecchiati – sì, proprio invecchiati – e dirti che è con te, da ciò che non ti ho detto, che ho iniziato a vivere vittima del mio silenzio.
Ma a te non può importare più, ormai. Non sento nemmeno se importa ancora a me. E prima che me ne renda conto, rimane solo il rumore sgraziato delle ruote del passeggino, che spingi verso casa tua, volgendomi le spalle.
Foto di Anna Alexandra Antonini.

 

Anna Rusconi

Editor wannabe. Lettrice onnivora e relativista cronica, ama la storia ebraica, le tisane e il power metal. Sembra una persona tranquilla, finché qualcuno non mette la virgola tra soggetto e verbo.

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