La casa dell’orco

Il giorno in cui sono scappata dalla casa dell’orco è stato il più spaventoso della mia vita.
La libertà non sempre è una certezza, quel poco che si raggiunge potrebbe essere perso da un momento all’altro. Ma non potevo permetterlo. Non potevo ritornare nella casa dell’orco.
Correvo scalza per una strada che non avevo mai visto prima, in bilico fra disperazione e gioia.
Flashback sconclusionati mi balenavano per la testa in modo prepotente, uno dietro l’altro.
Lo odiavo, volevo la sua morte, che soffrisse più di qualsiasi altra persona al mondo. Volevo vendetta. Anche se mentre correvo pensavo solo alla libertà. L’aria fresca dell’alba mi entrava piena nei polmoni. Era quello l’odore della libertà? Forse era solo l’odore della normalità, una normalità che non vivevo da anni.
L’asfalto sotto i piedi era freddo, ruvido, piccoli sassolini mi si attaccavano alla pianta del piede.
Era da anni che non correvo, non ero abituata, ma l’adrenalina che avevo in corpo mi permetteva di continuare la mia fuga.
Mi giravo in maniera convulsa per accertarmi che non fosse dietro di me. Avevo il respiro affannato. Ogni volta che mi giravo non vedevo nessuno, ma sentivo la necessità di continuare a farlo.
Non mi fidavo dei miei sensi.
Magari quello che stavo vivendo era soltanto un’illusione.
Caterina come Sigismondo.
L’orco mi aveva fatto leggere l’opera poco prima, forse per sadismo, forse per altro.
Ma l’asfalto sotto i miei piedi era davvero ruvido. I muscoli delle mie gambe facevano uno sforzo vero. Sentivo il mio corpo vivo. Stava davvero accadendo. Avevo paura di risvegliarmi il giorno dopo ed essere ancora legata a quel letto.
Volevo solo tornare a casa. Ma non conoscevo la strada.

L’orco mi aveva portata via dai miei genitori un giorno d’estate. Ero al mare con la mia famiglia. Mamma e papà stavano discutendo in riva al bagnasciuga e io giocavo con il mio secchiello. Non era la prima volta che li vedevo litigare, ero agitata e mi alzai per fare un giro. Ero arrabbiata.
Poi l’orco arrivò. Un uomo sulla cinquantina, bermuda beige, camicia a quadri. Sorriso sicuro e tranquillo.
Aveva un’aria così buona.

“Ti piacciono le stelle marine?”
“Non le ho mai viste.”
“Allora ti porto in un posto in cui ne potrai vedere tantissime. Non aver paura, è qui vicino e i tuoi genitori mi hanno detto che puoi venire con me.”
“Davvero?”
“Sì, ci ho appena parlato.”

Mi prese per mano, andammo via dallo stabilimento balneare, e quando capii che ero lontana dai miei genitori era troppo tardi. Mi mise un sacchetto sulla testa, mi spinse in macchina e partimmo.
Mi disse che i miei genitori non sarebbero mai venuti a prendermi, che non mi volevano più.
Io ero sicura sarebbero venuti. Aspettavo in silenzio con fiducia, ma i giorni passavano. E si trasformarono in anni.
L’orco mi aveva nascosta bene.
Le giornate divennero tutte uguali, scandite da paura, rabbia e schifo.
Sia amante che maestro, si occupò della mia istruzione. Mi insegnò la Bibbia e alcuni classici, quelli che aveva in casa. Dovevo passare il tempo anch’io.
Ma l’orco sapeva anche arrabbiarsi e sapeva punirmi.
Per esempio, una volta, non vidi la luce del sole per mesi. La mia pelle si era rinsecchita, i miei occhi erano gonfi e stanchi di continuare a cercare spiragli di luce. I capelli cadevano. Mi facevo compagnia chiacchierando con me stessa.
“Dio ti vuole bene Caterina.”
“Se ti vuole bene allora perché sei qui, eh? Caterina?”
L’orco mi sentiva parlare dall’altra parte della stanza, allora mi concesse la grazia.
Tornai a vedere la luce del sole. Capitò molte volte di essere punita in questo modo.
La privazione della luce. La chiamava così.

Non rimasi mai incinta, perché l’orco era un uomo scrupoloso.
Non presi mai nessuna malattia, perché l’orco era un uomo pulito.

L’orco era un uomo che andava in chiesa e credeva in Dio. E quando mi faceva del male, o mi faceva soffrire, se ne andava in camera sua e lo sentivo sussurrare:

Liberami, o Signore.

Per il male che infliggo a questa ragazza. Per la mia devianza sessuale.
Liberami dal peccato. Liberami dal maligno che risiede in me.
Liberami, o Signore.

Andava avanti per ore, e io ero disgustata e spaventata. Quelle notti di pentimento l’orco era confuso. Voleva liberarmi. Voleva lasciarmi andare. Tante volte mi aveva promesso la libertà, tante volte me l’aveva negata, rinchiudendomi in una stanza buia.
L’orco poi veniva in camera mia a chiedere il mio perdono. E piangeva, piangeva, finché non ero costretta a perdonarlo. E allora diceva che mi amava e si convinceva che il nostro fosse amore. E che lui mi aveva fatto del bene a portarmi via, perché mi aveva cresciuta come una figlia.
Che eravamo gli unici esseri umani ad essere davvero puri. Dio ci aveva scelti.
Eravamo puri. Anche se io mi sentivo sporca. Sentivo il fango dentro. Il mio cuore era una palude.
Mi amava come una figlia. Mi diceva questo.

“Caterina, nessuno ti amerà come ti amo io.”
“Nessuno.”

I giorni passavano e io crescevo. Brufoli. Mestruazioni. Peli. Seno. Sedere. Sempre più attraente. Ma non per l’orco. L’orco non mi considerava più pura. Non ero più una bambina. Avevo perso il mio candore infantile.
L’orco si odiava. Lo sentivo a volte che gettava a terra tutte le stoviglie, spaccava i piatti, i bicchieri, urlava frasi sconclusionate. Poi si fermava, scoppiava a piangere. Poi veniva da me.

“Caterina non lasciarmi mai.”

Ma non potevo lasciarlo, ero legata alla sponda del letto. E lo sapeva anche lui. Ma sembrava a che a volte se ne dimenticasse.
Poi quella notte fece un errore, una piccola distrazione.
Mi sciolse dalla catena. Per farmi un favore. Era da quasi un anno che non mi liberava.
Secondo lui, anch’io meritavo la libertà. Si coricò di fianco a me.
“Se scapperai ti troverò.” Disse prima di addormentarsi.

Uscii subito di casa e cominciai a correre.
Il vicinato era pieno di villette a schiera, in fondo alla via una rotonda, poi il sole che sorgeva.
Dovevo trovare una centrale di polizia. Un telefono. Qualcuno.
Intanto correvo. I piedi mi sanguinavano. La mia pelle era come carta velina.
Mi girai per un’ultima volta, ero ormai lontana dalla casa dell’orco, l’aria fredda mi entrava nei polmoni.

Dovevo solo trovare la strada di casa.

Valeria Pagani

Quella che fa cose. Nata a Milano nel 1995, vive e lavora tra le Colonne di San Lorenzo e Festa del Perdono. Ama il teatro e avere sotto controllo tutto (non sempre ci riesce).

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