Abitare il tempo. “Un piccolo buio” di Massimo Coppola

“Ora le pareva un privilegio poter riappropriarsi del tempo attraverso lo spazio: non tutti hanno la possibilità di tornare indietro, di sedersi su un aereo e insieme alle migliaia di chilometri veder tornare indietro anche il tempo della propria vita”.

Recensire Un piccolo buio (Bompiani, 2019) non è impresa semplice. Massimo Coppola – già regista, autore televisivo e fondatore della Isbn edizioni – fa il suo debutto nella narrativa con un romanzo ambizioso, che muta continuamente punto di vista, portando al lettore un affresco di cento anni di storia attraverso gli sguardi dei numerosi protagonisti che si passano il testimone lungo la narrazione. Una cosa però, si può dire: il vero protagonista di Un piccolo buio è il tempo, e con lui la vita e la morte di Palazzo Vittoria, edificio inaugurato ai tempi del fascismo che seguiremo nella sua evoluzione fino al lontano 2036. Tempo che è una sorta di protagonista in absentia: tanto si fa notare al lettore, scandendo il ritmo e i capitoli del romanzo, quanto si nasconde ai suoi protagonisti, che lo ignorano, o più semplicemente, lo hanno dimenticato.

Palazzo Vittoria quindi, che vive dei suoi ospiti, abitanti di un microcosmo dinamico, e tra loro ne spiccano due in particolare: Michele, regista di cinegiornali in epoca fascista, poi assurto a “Maestro” negli anni di rinascita del paese – cinico, disincantato, proiettato nel passato come una pellicola usurata, in uno spazio dove c’è tempo solo per guardare indietro – e Leda, ricercatrice emigrata all’estero con un sentimento ambivalente per ciò che è stata la sua vita e per quello che ha lasciato per strada.

Pur essendo il tempo a tirare le redini della storia, su un punto occorre essere chiari: Un piccolo buio non è un romanzo storico. Se ne è parlato, ma risulta difficile riconoscerlo come tale e anzi, si rischia forse di travisarne il contenuto. Gli eventi che scandiscono la storia d’Italia sono appena abbozzati e servono più per dare un tempo vitale all’edificio protagonista che per dar voce ad aspetti di rievocazione o commento degli eventi che hanno definito la storia del nostro paese; certo, la Storia sfiora le vite dei personaggi con il mutamento dei costumi e dei rapporti familiari negli anni ’60, gli ideali e le debolezze nei ’70 e così via, ma il contraltare di questa scansione è la distanza di Michele, Leda, Vittoria e gli altri, dai fatti della Storia che li superano. Del resto, il romanzo di Coppola non vuole raccontare il tempo attraverso la Storia, ma una storia attraverso il tempo. E per certi versi il gioco delle lancette che puntano perennemente in avanti vive di un contrasto insanabile col tempo vissuto dei protagonisti. Primo tra tutti Michele, ma con lui uno degli altri personaggi più ispirati del romanzo, Leda. Entrambi sembrano vivere il tempo unicamente come passaggio. C’è chi si fa trascinare, come Leda, per poi porre un freno e ritrovare il tempo perduto della giovinezza. Chi invece, come Michele, il tempo tenta di farlo suo fermandolo. E nel suo gesto di rubare le lancette di un orologio per tenere stretto in eterno il momento già perduto dell’amore irripetibile, è racchiusa l’essenza del romanzo: l’importanza dello spazio e il ridimensionamento del tempo; la vittoria del luogo sul dinamismo degli eventi, della storia nel senso universale del termine; ma anche il dannoso ripiegamento sul ricordo che annulla la possibilità che quel tempo torni a fluire verso qualcosa di nuovo. Così, venendo a mancare la dimensione temporale, la misura data ai personaggi di Un piccolo buio è quella dello spazio di Palazzo Vittoria, unico appiglio, luogo di stasi, ritorno e ricordo.

L’esordio letterario di Coppola non è perfetto: ha forti discontinuità di qualità e stile, vuoi per i continui cambiamenti di registro – molto difficili da gestire – vuoi per l’eccessiva macchinosità nel voler far quadrare i conti ad ogni costo, avviluppandosi nelle ponderose trame relazionali dei suoi protagonisti, soffocati a tratti dai continui rimandi. Vero è che, come accennato in precedenza, quando a raccontarsi sono Michele e Leda vengono raggiunti picchi di qualità non indifferenti. Prendete “Spider”, il capitolo più sentito del romanzo: qui a parlare è la sincerità di una donna che si avvicina alla fine e, consapevole di morire, decide volontariamente di spendere gli ultimi mesi di vita nel cercare di ottenere il punteggio massimo a un gioco di carte su computer. Tempo recintato, perché se Spider si può controllare, la malattia esonda e non può essere arginata. Tempo buttato, gettato via, ma anche riacquistato grazie alla scelta di tornare a casa, nel luogo dove tutto era cominciato, “prima di andarsene e di dimenticarsi tutto di quel tempo eterno e non misurabile che aveva speso al Centro Ricerche”.

Qual è allora l’immagine che rimane di Un piccolo buio? Quella di una linea del tempo a due direzioni: dove è più importante lo spazio in cui si sedimenta il ricordo, che il muoversi della freccia in una o l’altra direzione.

Francesco Fiero

Quello che (ci) pensa. Classe 1989, nasce a Milano. Diviso tra cinema e letteratura, per non sbagliare si laurea in Filosofia. Ama passeggiare, specie se una libreria è nelle vicinanze.

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