La danza del pianista ribelle

All’inizio degli anni cinquanta, Monkey era il pianista fisso del night club Mickey’s di Manhattan, nonché sua maggiore attrazione. Non semplicemente per il suo talento, comunque immenso, capace solo lui di gestire il fraseggio frastagliato e pieno di cluster del pianista, ma soprattutto per la sua arroganza. Monkey era infatti solito lasciare, durante il giorno, annunci ai suoi colleghi jazzisti, nei quali li sfidava la sera presso il suo locale. Il clou della serata era infatti il tecnicismo misto a libertà espressiva di Monkey, il cui unico scopo era irridere gli avversari.
Perché Monkey era il più bravo di tutti. E questo lo voleva dimostrare. In ogni occasione. Aveva dentro di sé uno spirito ribelle, incontrollabile, che aveva un’esigenza viscerale di essere espresso. Come quella volta, nel 1954, quando la polizia di New York City fermò l’auto sulla quale viaggiavano Monkey e l’amico Buddy. Gli agenti trovarono dei narcotici a bordo, presumibilmente di proprietà di Buddy, Monkey era troppo irrequieto per farsi di narcotici, prediligeva sicuramente gli eccitanti. Monkey però rifiutò di testimoniare contro l’amico, una mossa ineducata, come la sua diteggiatura, e quindi la polizia confiscò la sua tessera del sindacato dei musicisti, cosa che gli rese impossibile esibirsi dal vivo a New York. Peggio della prigione, per uno come Monkey. Certo, passare le giornate in studio a registrare era comunque un ottimo ripiego per la sua figura professionale. Non fu costretto a cambiare il suo lavoro, e le session in studio, in cui regalava ai microfoni le sue armonie strane e ricercate, furono una manna per il produttore; ma non appaganti del tutto per Monkey.
Lui aveva bisogno di un pubblico, a cui dimostrare il suo virtuosismo ritmico fatto di ritardi e accenti spostati; a cui suscitare reazioni di cui inebriarsi. Per questo motivo, nel 1957, Monkey andò per la prima volta in Europa, dove inizio ad esibirsi a Parigi. Lì, al whiskey di chiusura locale, solo tra camerieri e habitué, conobbe Kathleen Annie van-Thelonicus, membro della famiglia … e mecenate di svariati musicisti jazz (motivo per cui il nome della famiglia rimarrà segreto). Monkey era molto rispettato e stimato da critici e colleghi, ma i suoi dischi vendevano poco, e la sua musica veniva ancora vista come troppo “difficile” per un pubblico mainstream. Per incrementare il suo profilo commerciale, Kathleen Annie gli presentò il sassofonista Sonny Bill Williams. L’intesa fu immediata. Ma il risultato non fu quello sperato. Incisero assieme un album. Ma per nulla, di nuovo, adatto al pubblico. La complessa title track era così difficile da suonare che la versione finale dovette essere messa insieme montando diverse take della traccia stessa.
Kathleen Annie allora capì che, per aiutare il suo amico, doveva muoversi in altre direzioni. Smosse tutti i suoi vasti e potenti canali di conoscenza e riuscì a far riottenere a Monkey la tessera del sindacato dei musicisti. Monkey ricominciò in grande stile ad esibirsi a New York, città che prediligeva alla capitale parigina, per il semplice fatto che il pubblico è culturalmente più avvezzo ad esprimere l’apprezzamento in modo caciaroso. Certo, la compostezza francese era perfetta per l’uso magico dei silenzi tipico di Monkey, ma il jazz è libertà e contrasto, e Monkey, essendone la quintessenza, voleva che anche il pubblico fosse uno strumento che improvvisava. Ma appunto, quale personaggio del genere può avere una vita tranquilla?
Il 15 ottobre 1960, mentre erano in viaggio verso il Comedy Club di Baltimora, Maryland, Monk e la van-Thelonicus furono fermati dalla polizia a Wilmington, Delaware. Quando Monk si rifiutò di rispondere alle domande del poliziotto sul perché viaggiasse insieme ad una donna bianca, gli agenti lo colpirono con i loro manganelli. Sebbene nell’auto furono rinvenute anche delle sostanze stupefacenti, il giudice Christie della Corte Suprema del Delaware invalidò le accuse di detenzione di narcotici a causa dell’aggressione immotivata nei confronti di Monk, operata dagli agenti di polizia della pattuglia. E meno male che andò così: gli anni ’60 furono il decennio migliore della produzione di Monkey. Fosse finito in prigione, il jazz sarebbe stato tutto un’altro genere. La padronanza della scala cromatica di Monkey, incisa nei numerosi album registrati sia in studio che live, ha formato i musicisti fino ai giorni nostri.
Ma anche la migliore delle improvvisazioni ha la sua fine. E Monkey scomparve dalle scene nella metà degli anni settanta. Il bassista Wally, che conosceva Monkey da più di vent’anni e suonò insieme a lui nel tour del 1971, raccontava sempre, a chiunque lo ascoltasse al vecchio MIckey’s :«In quella tournée Monkey disse al massimo due parole. Intendo veramente solo due parole. Non salutava, non chiedeva che ore fossero, niente di niente. Il perché, non lo so. Ci scrisse una lettera alla fine del tour dicendoci che la ragione per la quale non riusciva a comunicare o suonare con noi, era perché Artie ed io eravamo troppo brutti». Medici, critici, pettegoli erano convinti che questo comportamento di Monkey fosse dato da una malattia mentale sopraggiunta con l’età. Ma dimenticano due fatti. Che Monkey ha sempre e solo vissuto per la musica, anzi, era lui stesso musica. Monkey ha saputo giocare con le note prendendosi gioco di esse: non si limitava ad improvvisare sugli accordi del tema di base ma ne reinventava la struttura armonica facendo appello al suo istinto primitivo generando dissonanze e giochi di note che si rincorrono e si urtano in una esemplare disinvoltura. E probabilmente, ad un certo punto, la performance era finita. E dopo gli applausi il pianoforte non suona più. Monkey trascorse i suoi ultimi 6 anni di vita ospite nella dimora dell’amica e benefattrice Baronessa van-Thelonicus. Durante questo lasso di tempo non suonò mai il piano e si chiuse in un ostinato mutismo incontrando pochissime persone. Morì di infarto il 17 febbraio 1982, e venne sepolto nel Ferncliff Cemetery di Hartsdale (New York).

Illustrazione di Rebecca Breda

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Andrea Predieri

Andrea Predieri: quello che ascolta. Musica, chiacchiere, ma raramente se stesso. Anagraficamente classe 1993, nel cuore 1850. Studia giurisprudenza ed è un curioso patologico. Questo lo porta a vivere in un susseguirsi di sogni in cambiamento.

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