Blitz

Nei paesini intorno alla riva del lago si coltivavano limoni e olive fin dal Medioevo. Gli alberi si inerpicavano per le colline che subito diventavano ripide, preambolo delle montagne che chiudevano il bacino d’acqua in una corona di alture. Gli abitanti vivevano da secoli di quel mestiere, fatto di pazienza e lenta fatica.
Emma distolse lo sguardo dai filari che appartenevano alla sua famiglia, sollevò i borsoni vuoti e si diresse verso il magazzino.
Forse era dall’antichità di quel mestiere che Emma aveva derivato il suo senso di rispetto reverenziale per la natura: se all’inizio dell’adolescenza le sue posizioni radicali avevano avuto il gusto della ribellione, iniziava ormai a riconoscerci il germe dell’appartenenza. Certo, suo padre trovava ancora strano il suo veganismo: ma anche quell’incomprensione tra padri e figli, in fondo, era naturale.
Ci mise qualche minuto a orientarsi nel magazzino: era stato sempre disordinato fino ai limiti dell’indecenza, e lei inoltre non lo frequentava più spesso quanto prima. Era tornata solo da un paio di giorni a casa dei suoi genitori, a purificarsi dai mesi passati a studiare in città – aria irrespirabile, frotte di turisti, la massa di persone che attraversavano quella sospensione umida di smog e odori sporchi. Il professore di Diritto penale le aveva stretto la mano comunicandole il suo ultimo trenta di quella sessione, e lei s’era affretta a salire su un treno poche ore dopo.
Rovistò tra mucchi di vanghe e zappe sporche di terra, gerle rotte e inutilizzate da anni appese alle pareti, attrezzi accatastati alla rinfusa in ogni dove; alla fine, trovò la cassetta che cercava.

“Sicura, tesoro, che non vuoi provare questa caciotta? La producono qui vicino, li conosco bene, allevano loro le mucche e…”
“No grazie, mamma”, ripete Emma con un sorriso sottile e automatico.
Osservò il cellulare sotto il tavolo della cucina: nessun messaggio di Michele, né degli altri. Si costrinse a prenderlo come un buon segno: non avevano trovato difficoltà a raggiungere il suo paesino. Mancavano una decina di minuti all’appuntamento.
Si pulì gli angoli della bocca squadrando i suoi genitori, e si alzò dalla sedia nella speranza di risultare il più disinvolta possibile: “Scusatemi, devo andare. Faccio tardi a un appuntamento”.
“Con chi esci?”, chiese distrattamente la madre, mentre puliva il fondo del piatto con un pezzo di pane.
Emma deglutì impercettibilmente. “Qualche vecchio amico delle medie. Rimpatriate da studenti fuori sede.”
La madre alzò lo sguardo intenerito: “Buona serata allora”.

Michele la vide arrivare da lontano, ma aspettò che lei gli fosse praticamente a fianco per spegnersi la sigaretta sotto la scarpa. Rimase attaccato al muretto, la macchina parcheggiata poco più in là, un filo di tensione nella posa delle braccia incrociate.
“Hai portato tutto?”
Emma annuì, deponendo il borsone davanti a lui. “Dove sono gli altri?”, chiese.
“Stanno arrivando, hanno avuto qualche problema con la macchina di Ema, ma ce la facciamo. Nessuno si è tirato indietro, comunque.”
Lo disse guardandola negli occhi, come a sondare un suo vacillamento; lei si costrinse all’immobilità.
Michele aprì il borsone, forzando la zip difettosa; Emma, colta da un fremito alle gambe, si giustificò:
“Spero vadano bene, non ne ho trovati altri da noi”.
Michele sollevò una delle cesoie portategli dalla ragazza e l’osservò nella scarsa luce della sera: “Vanno più che bene”.
A quel punto le sorrise sotto i folti baffi, così fuori luogo su un volto ancora pieno di femminilità giovanile. Emma non si tranquillizzò, ma la sua agitazione si colorò di una nota positiva, di un entusiasmo ribollente che non aveva sentito, sulla strada che l’aveva portata lì.
“I passamontagna?”
“Li porta Davide.”

Diventare vegetariana era stato per Emma qualcosa di molto più semplice di una scelta: quando era giunta alla coscienza piena di cosa significava la presenza di carne nel proprio piatto, aveva saputo che non ne avrebbe mangiata più. Non aveva ancora finito le scuole medie, all’epoca.
Non vi aveva colto nessuna particolarità, in questo cambiamento e nell’incomprensione delle persone che aveva intorno: era abituata a quel doloroso senso di estraneità. Voler studiare Giurisprudenza e decidere di non mangiare più carne, in fondo, non erano mai stati per lei molto distanti a livello qualitativo: erano sue caratteristiche che suscitavano nella piccola comunità d’origine la stessa diffidenza.
Le sue “scelte”, dicevano, ma cosa significava davvero? Erano desideri e comportamenti che provenivano a Emma da una zona indefinita e profonda del proprio animo. L’unica sua vera scelta era stata dar loro voce.
Racchiusa nella sua solitudine, si era posta sempre meno dubbi sulle incongruenze stridenti tra ciò che pensava lei e le opinioni degli altri: e quindi aveva insistito per continuare a studiare, forte degli alti voti ottenuti, e aveva rifiutato di mangiare esseri viventi che non avrebbe avuto il coraggio di uccidere con le proprie mani.
Poi era arrivata l’università, la gioventù intellettuale e mantenuta, i dibattiti da aperitivo, le manifestazioni studentesche. La scoperta: il suo rifiuto di mangiare carne non era percepita più come una caratteristica irrazionale, una delle solite stramberie di Emma – no, essere vegetariani significava schierarsi. Manifestare una posizione politica. Era uno sguardo obliquo sul mondo, che pretendeva di sezionare il senso comune, di ridurre in cenere i concetti imperanti di capitalismo, identità, dignità individuale.
Molti avevano intravisto la sua svolta radicale nel passaggio al veganismo, ma Emma sapeva che non era così: aveva smesso di sfruttare gli animali per cibarsi in ogni forma possibile con naturalezza, proprio come prima era diventata vegetariana – con quel desiderio muto e profondo di lasciare sulla Terra l’impronta meno profonda possibile; vivere lieve, non far male a nessuno. Essere un breve attimo di silenzio.
Poi era arrivato l’attivismo.

L’aria era satura di scricchiolii e versi graffianti, che scendevano lungo la spina dorsale di Emma e le si incagliavano nello stomaco. Era impossibile pensare che quei rumori provenissero da degli esseri viventi.
Ma era così: lo vedeva grazie ai fasci di luce delle torce, che lei e i suoi amici reggevano in mano, puntate su una distesa di gabbie luride, una sopra l’altra, a formare muri reticolati coperti di sporcizia e sterco. All’interno, un ammassarsi brulicante dei piccoli corpi spelacchiati dei visoni – dovevano essere centinaia. Centinaia di esseri viventi cresciuti per essere scuoiati, sacrificati all’industria delle pellicce di lusso.
“Bastardi”, mormorò Milena con orrore e rabbia.
“Mi sento male”, fu invece il borbottio di Emanuele, che nascose bocca e naso con il palmo. Emma compatì il ragazzo: anche lei, che era decisamente più abituata agli odori delle stalle e degli allevamenti e dei concimi, non riusciva a trattenere un terribile senso di nausea. Sentiva nodi in tutto il corpo: lo stomaco, i muscoli, ogni sua singola fibra sembrava torcersi su sé stessa e immobilizzarla. Era stata l’ultima a entrare, non riusciva a scavalcare le reti di cinta; lo sguardo dei suoi compagni l’aveva fatta diventare paonazza sotto il fastidioso passamontagna, e ora la preoccupazione sembrava avvolgerla in un sudario.
“Veloci, raga, non abbiamo molto tempo.”
La voce di Michele come al solito li riportò all’azione.
Strinsero le cesoie tra le mani agitate e iniziarono a recidere le grate delle gabbie.

Essere un breve silenzio.
Lasciare immutato il flusso in cui le era capitato di vivere.
Le sembrava di non aver mai desidero altro, nella vita.
Ma si era sbagliata: se si trovava in quell’allevamento, di notte, con il viso intrappolato in un passamontagna che le pizzicava le guance, e le pesanti cesoie dei genitori tra le mani, trafugate come se fosse un’estranea – c’era qualcosa che aveva desiderato ancora di più.
Cercò con lo sguardo gli altri – compagni, attivisti, forse amici – nel buio.
Non era più sola.
Ne valeva la pena? Stava facendo la cosa giusta?

“Emma, muoviti!”


Rumori metallici di rottura, passi svelti sul pavimento lurido, l’intensificarsi dei versi pungenti degli animaletti – cos’era che li faceva esplodere in quelle grida? Euforia? O paura?
I loro piccoli corpi scheletrici sgusciavano tra i loro piedi, confusi, alla ricerca di una via d’uscita. Il capannone dell’allevamento di visoni era una bolgia buia, in cui Emma e gli altri cercavano di uscire – “In fretta raga, in fretta!” – senza calpestare gli animali appena liberati.
Emma gettò il fascio di luce della torcia davanti a sé, e vide uno dei visoni intento a morderne un altro, che si agitava in preda al terrore; presa da un moto di panico e disgusto, li divise con un colpo del piede. Sentì lacrime agitate salirle agli occhi.
“Vieni!”
La mano salda di Michele le prese il polso e la trascinò fuori. Alla luce sbiadita della notte, rivolse lo sguardo smarrito a quel ragazzo, al suo viso liberato dal passamontagna: un viso bello, che amava in silenzio, con quei tratti delicati e i baffi fuori dal tempo.
Non vi lesse altro che emozione nervosa per quello che avevano appena fatto, e fastidiosa insofferenza per lei – sempre l’ultima, sempre timorosa, sempre impacciata.
Emma trattenne il pianto, oppressa dal peso inaggirabile delle proprie scelte.

Illustrazione di Rebecca Breda

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Anna Rusconi

Quella che fa l’editing. Lettrice onnivora e relativista cronica, ama la storia ebraica, le tisane e il power metal. Sembra una persona tranquilla, finché qualcuno non mette la virgola tra soggetto e verbo.

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