Per una scrittura della sincerità. Intervista a Emanuele Altissimo

Luce rubata al giorno (Bompiani, n.d.r.) parla di equilibri familiari precari, lutti e in un certo senso rinascite. Da dove è partita la scintilla che ti ha fatto sentire l’esigenza di raccontare questa storia?

L’idea seminale è nata durante una lezione di Lia Piano alla Scuola Holden. Parlava degli errori umani nelle strutture architettoniche. Mi ha colpito come un pugno. Così ho fatto ricerche, ho trovato il saggio Perché gli edifici cadono che conteneva il concetto di ridondanza intrinseca: una specie di meccanismo difensivo dei grattacieli, il lavoro congiunto di tutti i suoi elementi per assorbire urti ed evitare il crollo. La mia idea di famiglia, insomma.

Hai detto che il romanzo in origine era molto più lungo e l’idea centrale del modellino dell’Empire State Building non era presente. Cosa ha significato per te riscrivere gran parte del libro e quanto peso hanno avuto gli incontri casuali come quello col modellino?

La riscrittura è stata dolorosa, ho tagliato tanto, procedevo alla cieca, ogni giorno ricominciavo dall’inizio. Credevo che avere una prima stesura fosse un grande risultato, per uno che vuole scrivere un romanzo. Invece ero daccapo. La casualità in un certo senso mi ha salvato. Un giorno camminavo per Torino, con un grande caos nella testa. A un certo punto sono uscito dai miei pensieri e mi sono accorto che dall’altra parte della strada c’era un vecchio negozio di modellismo, con la vetrina piena di trenini impolverati. È stato allora che l’ho visto: un ragazzino solo, che cerca di rimettere insieme la sua vita costruendo il suo primo modellino.  

Durante la presentazione hai citato Carver e il suo impegno nel non voler usare trucchi nella scrittura per sorprendere a ogni costo. Qual è da questo punto di vista il patto “etico” che hai voluto stabilire con il lettore?

È un discorso che riguarda la sincerità. Prima di tutto verso noi stessi. Non so se sono in grado di spiegarlo, è una cosa che ho sentito mentre riscrivevo il libro. Penso che i trucchi di cui parla Carver siano il nostro modo di nasconderci dietro la tecnica, quando ciò che vogliamo raccontare fa male. Sono filtri, in un certo senso. Toglierli significa affrontare il mostro, entrare nella zona disagio. Lì c’è posto solo per la sincerità.

In alcuni momenti sembra che Olmo ponga una barriera tra sé e il ricordo della vicenda che racconta, come se volesse distanziarsi dall’aspetto emotivo e dai suoi pensieri più dolorosi. È una scelta voluta per raccontare il personaggio o è stata una barriera di cui hai sentito bisogno tu stesso per scrivere questa storia?

È il frutto di una scelta, l’idea che certe esperienze della vita siano così dolorose da impedire il pensiero stesso – e quindi il discorso. Olmo registra, vive, non interpreta mai perché troppo immerso in qualcosa che non riesce a comprendere fino in fondo. Mi piace pensare che le sue lacune verbali, i suoi spazi vuoti, siano riempiti dal lettore in una sorta di cooperazione interpretativa. Ciò che a Olmo manca, ciò che manca a chiunque viva un’esperienza come la sua, è lo sguardo esterno, il conforto che arriva da fuori: qualcuno che gli dica Dai, non va così male, ce la farai. In sostanza, il conforto della prospettiva.   

Il personaggio di Diego è senza dubbio quello più “selvaggio” e debordante, sia nel modo di agire che nel rapporto con gli altri personaggi. Quanto è stato difficile gestirlo?

Meno di quanto si possa pensare. È il personaggio che sentivo più vicino, spaventoso e fragile al tempo stesso. Se chiudo gli occhi, lo vedo di fronte a me, è ancora presente con il suo magnetismo irresistibile.

Ho sempre scritto con la speranza di salvarlo.

Cosa consiglieresti agli scrittori che vogliono esordire con il loro primo lavoro? E cosa ha voluto dire per te vedere il tuo romanzo d’esordio pubblicato da una casa prestigiosa come Bompiani?

È accaduto tutto in fretta, non ho avuto il tempo di realizzarlo. O forse non ho voluto farlo. Il mio amore per la scrittura è viscerale, diffido dei “risultati”, mi piace ripartire sempre da zero, come se non avessi mai scritto, come se fosse la prima volta. Questa condizione aurorale è tutto, è quello che al mattino mi fa saltare fuori dal letto, che mi fa sentire bene con me stesso. Ho una voglia pazzesca di imparare, di mettermi alla prova. Adoro essere un principiante. Il mio consiglio è di sentirsi sempre così. L’entusiasmo dei principianti non ha rivali. 

Sei finalista al premio Kihlgren di Milano, che promuove le opere prime di autori esordienti e che intende diffondere la lettura tra i giovani, dando loro l’opportunità di valutare le opere in concorso. Qual è secondo te il messaggio che il tuo romanzo può trasmettere alle nuove generazioni?

Per me i legami di sangue sono indissolubili. Di fronte a questo assolutismo dell’amore, abbiamo due scelte: odiare o accettare.

Strade diverse, stessa origine. La prima è una ferita quotidiana. La seconda, una cicatrice. Ma nella mia esperienza un segno sulla pelle è meglio del sanguinamento. Ci ricorda chi siamo, cosa abbiamo fatto per diventare noi stessi e soprattutto che la via è libera, tutta da percorrere. A diciotto anni mi sono trovato a scegliere, ci ho messo tanto, è stato difficile. Adesso però la strada è libera. Non so se questo valga come messaggio, è quello che sostiene Aime, il nonno di Olmo. E io lo trovo molto convincente.

Potete trovare la nostra recensione del libro qui.

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Francesco Fiero

Quello che (ci) pensa. Classe 1989, nasce a Milano. Diviso tra cinema e letteratura, per non sbagliare si laurea in Filosofia. Ama passeggiare, specie se una libreria è nelle vicinanze.

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