Liberazione. Fra 25 aprile e Silvia Romano.

Aprile, quale tema migliore se non Liberazione?
Avevo già in mente quello di cui parlare: il 25 aprile e l’importanza del tramandare alle nuove generazioni l’eredità della Resistenza.
Perché, sarà scontato dirlo, ormai la mia generazione è l’ultima che ha potuto godere della testimonianza diretta da parte dei propri nonni.
I ragazzi nati nel 2000 non avranno più questa fortuna. Non avranno più i nonni che racconteranno loro di quando è scoppiata la guerra, di quando si andava a ballare nelle balere, della tessera obbligatoria del partito, del nonno che era stato partigiano. Non accadrà più, e man mano la Seconda Guerra Mondiale si sentirà sempre più lontana: il fascismo, come vediamo oggi, viene già mitizzato. Stiamo perdendo la nostra memoria storica e insieme a questa perdiamo una fetta di identità nazionale che si rivedeva nella Repubblica italiana, nel diritto alle donne di votare, e, ovviamente, nell’antifascismo.

Ma facciamo un passo indietro, perché questo non è l’argomento di cui parlerò questo mese.
Oggi voglio parlare di un altro tipo di Liberazione.

Mentre scorrevo il mio feed di Facebook, mi sono imbattuta in un articolo su Silvia Romano.

Mi si è stretto il cuore.

Penso alla paura che ha un genitore di lasciare partire un figlio, delle insicurezze, ma anche della fiducia che ogni genitore ripone nei propri figli e, per questo motivo, li lascia partire.
I genitori lasciano partire i figli alla scoperta del mondo perché trovino la loro strada, perché non c’è niente di più importante della libertà di costruire da sé il proprio futuro.
Detto ciò penso a Silvia, mia coetanea, milanese, che solo per pura casualità non ho mai incontrato in vita mia. Infatti abbiamo tanti conoscenti in comune, e alcuni miei amici hanno frequentato il suo stesso liceo.
Silvia, una ragazza che come me è partita, perché credeva in qualcosa ed è andata a fare una delle cose più nobili che si possano fare: è andata ad aiutare i bambini in Kenya, è andata a lavorare in un orfanotrofio come volontaria.
Destino vuole che vengano affidate a Silvia delle responsabilità e un nuovo ruolo, motivo che la porta a trasferirsi in un altro luogo, molto meno protetto.
Ma non è colpa di Silvia, non totalmente, perché a 23 anni hai tutto l’entusiasmo del mondo e vuoi fare del tuo meglio, vuoi dare il 100% e non ti scoraggi.
Pensi: un nuovo compito, posso farcela.
Noi giovani a volte, è vero, dovremmo avere più sale in zucca ed essere più prudenti, ma è anche vero che quanti dei nostri conoscenti sono andati a fare volontariato? Quanti di loro sono tornati con bellissime storie di un periodo della loro vita in cui si sono prestati per delle cause più grandi?
In realtà molti.
Io non sono mai andata in Africa, non ho mai avuto il sacro fuoco del volontariato, ho sempre gestito dalle Colonne di San Lorenzo questo sito e ho sempre pensato al teatro e alla cultura. Ma ognuno ha un suo fuoco personale, ed è semplicemente un caso che non abbia mai avuto il forte bisogno di aiutare sul luogo gli altri. Ognuno di noi sarebbe potuto essere Silvia. Penso ai miei compagni del liceo che durante l’estate partivano per l’Europa dell’Est o per l’Africa, chi per lavorare negli orfanotrofi, altri per aiutare nella costruzione di nuovi edifici, altri ancora nelle riserve naturali.
Ma non tutti lo apprezzano, perché alcuni dicono che il volontariato si dovrebbe fare a casa propria, dove c’è davvero bisogno e mica andare in un stato lontanissimo giusto per farsi un po’ di Safari.
Molte persone dicono che sia stato un gesto irresponsabile, che Silvia avrebbe dovuto essere più prudente. È vero, non c’è dubbio, la prudenza non è mai troppa già a casa propria, figuriamoci in uno stato in cui non sei nata né cresciuta, in cui, per quanto tu possa fare del bene, sarai sempre un’estranea.
Ma è anche vero che ora come ora non serve fare moralismi, non serve a niente giudicare una ragazza per quello che ha fatto. Perché non importa che in Italia ci sono tante persone che hanno bisogno di aiuto, non importa che Silvia non sarebbe mai dovuta partire. Questi discorsi lasciamoli a più tardi, a quando Silvia sarà tornata.

Ma Silvia tornerà?

Mi ricordo benissimo quando Silvia è stata rapita, ero nel mio primo appartamento a Rotterdam, una giornata grigia (come tante giornate olandesi), stavo per andare al cinema e ho letto su Facebook un articolo. Non avevo idea di chi fosse Silvia Romano, ma la storia mi ha agghiacciato. Al contempo ero sicura che sarebbe tornata, in poco tempo, sana e salva a casa.
Mentre ero al cinema pensavo alla nostra percezione del tempo: come può passare velocemente il tempo quando fai qualcosa che ti piace, e come può sembrare infinito in altre situazioni. Pensavo alla percezione del tempo di Silvia Romano; pensavo a che notte dura avrebbe passato, cosa le sarebbe potuto accadere, pensavo al suo sentirsi perduta, spaventata e disperata.
Pensavo che quella notte l’avrebbe vissuta come un’eternità, ma ero sicura che tutto si sarebbe risolto in poco tempo. Lei sarebbe tornata a casa traumatizzata, con una ferita difficile da curare, ma sarebbe tornata.
Insomma, una volontaria italiana di famiglia italiana, un esempio di expat nella norma, sorridente e laureata, avrebbe sicuramente fatto rientro a casa.
Ho continuato a seguire la sua vicenda da lontano, a volte ne parlo con mia madre, e rimaniamo in attesa. Sono passate settimane, poi mesi, e non è ancora tornata.
Penso ai suoi amici, che conducono una vita normale, che devono fare i conti con il fatto che Silvia sia chissà dove, con chissà chi, e chissà se tornerà mai. Me li immagino mentre si divertono, mentre compiono le loro attività quotidiane; e mentre sono intenti nelle abitudini di tutti giorni si ricordano di Silvia. Un colpo al cuore, nostalgia, tristezza. Ma poi bisogna ritornare alle proprie vite.
Penso alla famiglia di Silvia, ai genitori che non si sono mai espressi riguardo alla vicenda pubblicamente, che hanno voluto mantenere privato il loro dolore. Immagino al doversi addormentare la notte, quando non sei più assorto dalla frenesia del giorno.

E oggi, mentre stavo per mettermi a scrivere l’editoriale sull’importanza della Liberazione e della testimonianza partigiana mi imbatto nella pagina “Via Padova Viva”, e leggo un articolo su Silvia Romano. Non si avanza di un millimetro nelle indagini, o almeno così sembra, e poi si legge qualcosa riguardo a un traffico illegale di avorio, a una sparatoria, in cui forse potrebbe essere stata coinvolta. Forse le hanno sparato. Forse non c’è più.
Non sappiamo niente. Dopo molti mesi, nessuna notizia.
Noi in quanto rivista online non possiamo fare molto, sarebbe bello potere avere un grandissimo impatto sulla vicenda.
Ma se manteniamo l’interesse vivo, e non ci dimentichiamo Silvia, potremo avere un impatto.
Quindi ricordiamoci di Silvia, ogni giorno, e facciamola tornare a casa.

Illustrazione di Rebecca Breda

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Valeria Pagani

Quella che fa cose. Nata a Milano nel 1995, vive e lavora tra le Colonne di San Lorenzo e Festa del Perdono. Ama il teatro e avere sotto controllo tutto (non sempre ci riesce).

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