Una giornata al bar

Notò quell’individuo passare dopo aver servito i due caffè agli operai con la tuta arancione. Camminava davanti alle vetrine del bar con passo lento, quasi affaticato. Vestito con un completo blu, la camicia bianca e una cravatta a strisce grigie, sarebbe stato un libero professionista, come tanti altri, se non fosse stato per quella valigia di metallo, grande e dalla forma insolita; e, a giudicare dall’andatura dell’uomo – sbilanciata sul lato destro – anche molto pesante.
Quando lo vide passare di nuovo dall’altro lato del marciapiede, dopo circa venti minuti, si accorse che si trattava di una tanica.
“Hai visto lì?”, domandò Andrea rivolto al collega che, nel frattempo, stava togliendo le tazzine dalla lavastoviglie.
Maurizio alzò la testa e guardò appena oltre la vetrina.
“Chi?” domandò aggrottando le sopracciglia.
“Il tipo con la tanica.”
Maurizio lo guardò torvo scrollando il capo: “Credevo che volessi farmi vedere una ragazza figa. Cosa vuoi che me ne freghi…”
“Ma non ti sembra strano che gira con una tanica invece della ventiquattr’ore?”
“Avrà finito la benzina, non ci vedo niente di strano.”
Andrea si strinse nelle spalle poi servì un nuovo cliente.
Lo rivide due ore dopo sul ciglio opposto della strada, vicino alla fermata dell’autobus. Era in piedi, immobile, e fissava un punto indefinito davanti a sé. Andrea prese la banconota che il cliente aveva lasciato nel piattino, la mise nella cassa e rese la moneta di resto. Pigiò un tasto, staccò lo scontrino e lo pose al cliente augurandogli un buon pomeriggio poi riprese a guardare con curiosità l’uomo con la tanica in mano. Tutto il corpo era inclinato verso destra, pendeva con il braccio e il busto, come fosse affetto da una grave scoliosi. Andrea notò che era magro, molto magro, quasi ridicolo in quel completo largo. Da quella distanza gli parve di un’età indefinita tra i trenta e i cinquanta anni. Aveva dei capelli scuri che sembravano incollati alla fronte e alle tempie come un casco e un viso smunto, dal colore olivastro, sul cui mento spuntava una barba rada, quasi adolescenziale. Solo le labbra, tumide e carnose, avvampavano come un enigma su quel volto impenetrabile.
Andrea si domandò perché, dopo aver passeggiato per ore con una tanica in mano, ora quell’uomo stesse immobile sul marciapiede, quando il capo lo richiamò con tono severo: “Cosa guardi lì fuori? Non vedi che c’è il signore da servire?”
Andrea tornò dietro il bancone, passò accanto a Maurizio, che stava preparando due caffè, e pronunciò un “prego” in direzione del cliente.
“Un bitter rosso”, rispose l’uomo.
Andrea si abbassò, prese la bottiglia dal frigorifero, rimosse il tappo e versò il contenuto in un bicchiere. Aggiunse il ghiaccio, la fetta di arancia e pose il bicchiere al cliente. Fu allora che Maurizio lo colpì col gomito dietro la schiena. Andrea si voltò e il collega gli indicò col mento l’uomo sul marciapiede che reggeva la tanica con entrambe le mani, appena oltre la testa, e stava versandosi il contenuto addosso. Un gruppo di ragazze e una signora col nipote, in attesa dell’autobus, si allontanarono intimoriti, lasciando il vuoto attorno all’uomo.
“Ma cosa fa, è pazzo!” esclamò Andrea a labbra strette.
I due si guardarono, esitarono un istante poi gettarono un rapido sguardo verso il titolare, intento a riordinare i succhi di frutta nel frigorifero, poi Maurizio rise in silenzio, con gli occhi chiusi e un ghigno malizioso sulle labbra mentre Andrea dovette coprirsi la bocca per tenere a freno il suo impeto di ilarità.
Nel frattempo, l’uomo si era versato tutto il contenuto della tanica e, fradicio da capo a piedi, riprese, stralunato, a fissare lo stesso punto indefinito di prima. Quando il titolare si voltò e raggiunse la cassa, i due baristi si finsero – d’un colpo – seri e impettiti.
Una trafelata signora fece il suo ingresso nel bar spingendo un passeggino.
“Senta” chiese rivolta verso Andrea, scavando con entrambe le mani nella borsa che aveva a tracolla, “vorrei un succo di frutta per la bimba.”
Maurizio domandò a quale gusto indicando con la mano il frigo con la porta trasparente mentre Andrea prese il bicchiere dalla lavastoviglie e lo appoggiò sul bancone. Fecero appena in tempo a sentire la risposta “arancia” che si udì un grido secco e prolungato provenire dalla strada.
Nel bar tutti volsero lo sguardo verso l’esterno. Dopo pochi secondi l’aria tutta intorno fu un’esplosione di urla strazianti che si confusero con le grida di sgomento dei passanti.
Andrea trattenne il respiro per lo spavento poi si fiondò fuori dalla porta a vetri. Vide un uomo avvolto dal fuoco correre tra le auto lungo la strada. Dimenava le braccia urlando a squarciagola. Dopo pochi metri piombò a terra, rotolò su sé stesso diverse volte torcendo le braccia e le gambe, poi si fermò. Ebbe ancora qualche spasmo prima di rimanere immobile, con le fiamme che continuavano a bruciare il suo corpo.

Racconto di Angelo Lachesi.
Illustrazione di Danipas.

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L'ospite Inatteso

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