Come un vetro

Pierre Dumézil stava fisso davanti a quella strana lastra, perplesso, eppure la conosceva bene. Era il 1932 e il Grande Vetro, l’opera di Duchamp di cui si era tanto parlato e si parlava tuttora, campeggiava con il suo volto ignoto davanti alle teste dei critici, che cercavano di scrutarla, capirla, afferrarla. Pierre, più che critico d’arte era un amatore che, indubbiamente, si prendeva molto sul serio. E adesso era lì, a girarci intorno. Senza capirci granché. Ancora una volta.
Osservava la lastra e dentro, come sospese, scrutava le immagini delle opere passate di Duchamp, simboli che insieme formavano un grande affresco del percorso artistico dell’autore: un vetro popolato da macchine agricole, mulini, pistoni e cilindri. E quella… quella era la sua dodicesima visita al Grande Vetro. Visite diluite negli anni, intervallate da periodi di profonda riflessione.
Pierre portava in mano un taccuino logoro, pieno di fogliacci volanti unti d’inchiostro, pasticciato da capo a piedi. Con un gesto meccanico scarabocchiava altre parole, ma sembrava quasi che il movimento venisse dettato da altro, da una tensione nervosa del muscolo, che scaricava un pastone fatto di pensieri all’apparenza ingovernabili. Ma lui puntava a lasciare delle tracce leggibili, informazioni che potessero servire a dare dei risultati validi, perché di questo si trattava: risultati.
Di reali interpretazioni, ancora, non se n’erano viste. Pierre voleva essere il primo a proporne una scientificamente valida. Inoppugnabile. Univoca. Una di quelle interpretazioni per cui ti ritrovi un gruppo di persone in cerchio pronte a stringerti la mano, a proporti conferenze e seminari. Ecco il traduttore del Grande Vetro, esplicatore principe del pensiero duchampiano, eccolo Pierre Dumézil, che finalmente occupa il posto che merita nella società!
Era certo una grande motivazione, e lui non lo faceva per la fama, no, il suo era un contributo alla storia dell’arte, perché l’arte non si fa solo con gli artisti ma anche coi critici, diceva lui. Forse non lo credeva veramente, forse era un modo per darsi un tono, eppure nel 1926 con grande orgoglio si era appuntato: “Lo sguardo critico doma le forme che l’artista getta nel caos”. Frase di cui era moderatamente orgoglioso, ma che sembrava nascondere un malcelato fastidio per quel lavoro di Duchamp che proprio non capiva. Non a caso, si era appuntato la frase in esergo al suo taccuino intonso, al primo incontro con quella lastra, che a distanza di anni ancora non si voleva mostrare. Un’opera illeggibile, opaca, ecco cos’era.
Alcuni cominciavano a sostenere che il lavoro di Duchamp fosse l’ennesima provocazione, un rompicapo buono solo a togliere di mezzo la critica o a metterla in ridicolo. Ma per Pierre Dumézil queste erano scappatoie buone solo ad evitare il problema. Anzi, a gettare il vero discredito sulla loro classe. Il silenzio equivale alla disfatta. No, riportare l’ordine era una missione molto seria, lo sapeva, a lui era stato affidato questo compito. Lui solo, Pierre, avrebbe risolto il mistero!

E mentre rinforzava il suo pensiero proiettandosi in là nel tempo, un’altra scarica meccanica, rivolta ora all’interno, si ficcava nella sua testa come una lama di vetro. Così si avviò verso casa, perché quello era il momento di produrre. Di elaborare davvero i pensieri. Ma il dolore acuto, l’angolo acuminato di quel frammento di lastra, premeva, premeva e sembrava dire altro.

Passò un anno e le sortite all’esterno di Dumézil si erano ridotte al minimo. Non usciva più di casa, se non per soddisfare i suoi bisogni primari, a volte nemmeno quelli. E per andare a trovare il Grande Vetro. Voleva provare a stabilire un contatto dialogico: gli parlava come avrebbe parlato a una persona. Ma con le persone Pierre non parlava più da tempo. Gli capitava di ridere senza motivo, senza gioia, e di rispondere a quelle risate con altre teorie, quelle che in testa si stavano calcificando e che uscivano solo spingendole.
“Guarda il suo titolo, Pierre, guarda il suo titolo”, si diceva, e stringeva i denti, “quello vero, non l’espressione didascalica della sua forma, La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche, ecco, il vero titolo, ecco il suo contenuto. La forma che è vetro, che è titolo, il Grande Vetro, è solo un’incubatrice del suo significato vero. Il sottotitolo-didascalia che dà forma al titolo didascalico, il contenuto esposto in trasparenza che copre la forma opaca-contenitore”. E premeva così forte i denti che i pensieri uscivano di bocca come il ronzio di una zanzara. Voleva solo dormire Pierre, voleva solo dormire.

La mattina dopo non era rimasto che un fischio in sottofondo, come se fosse esplosa una valvola, come fosse saltato un pistone. “La macchina vuole manutenzione,” diceva, “vuole manutenzione e si deve fermare”.
E la macchina si fermò per qualche mese. Pierre aveva messo da parte tutto, ripreso a mangiare regolarmente, a uscire di casa, lavarsi, curarsi.
Ma poi, in quel fatidico 1934, uscirono le Note, La Scatola Verde: tiratura limitata 320 copie, qui è custodito il segreto del Grande Vetro! Qui, solo qui! Dentro alla scatola, gli appunti, i lavori preparatori di Duchamp, le risposte! La risposta!

Pierre Dumézil morì di fatto quel giorno, quando decise di procurarsi La Scatola Verde. Quando decise di aprirla. Ormai non gli interessava più interpretare, ma comprendere. “Qui c’è la chiave, Pierre. Tornerà l’ordine e il caos scomparirà, tornerà l’ordine e il caos scomparirà”. Ma, analizzati gli appunti, si rese conto che il caos l’aveva fatto uscire lui, da quella scatola: frammenti, pensieri irrelati, accostamenti impossibili. “Non c’è ordine logico, numerazione, un sopra e un sotto che mi dica dove sono indicandomi una direzione. Solo nomi, pensieri e descrizioni che non rispondono, domandano solo, ancora. Basta domande, basta!”.
Ma il peso e la gravità di quegli appunti erano travolgenti, lo avviluppavano bramosi di essere qualificati. Doveva capire, provare a capire.
Fuori il sole scintillava e Pierre macerava in casa, chino tra un mare di fogli suoi e non suoi, una mischia di parole, una nuvola di fumo fatta di allegorie. E si incarogniva, dentro ai tubi, ai pistoni, li vivisezionava, li scomponeva, li decongestionava, cercando di strapparli a quel conglomerato di senso che non sembrava dire niente. I suoi fogli e le sue consistenze, liscio, setoso, temporale, immateriale, i fogli di Duchamp e le sue terminologie, setacci, cilindri, vasi capillari. E quella macina, in mezzo alla lastra, che tritava tutto. Le categorie si affastellavano una sopra l’altra, chiedevano fuoco, per bruciare in un rogo: “Sì, questi ceppi devono ardere, del fuoco sacro che divampa nel significato!”. Ma Pierre tremava, aveva freddo. Fuori il caldo scioglieva le pareti, l’intonaco dei palazzi si staccava e lui affondava tra le parole. È vapore, aria. Non la afferro.
Girava tutto, tutto, strideva e girava. Allora Pierre provò ad alzarsi e uscire di casa. Doveva andare da lui, il Grande Vetro. Interrogarlo, per l’ultima volta.
Entrò nel salone, sudicio, logoro, con le ultime forze si fece strada tra alcuni uomini che volevano fermarlo e portarlo via, ma lui riuscì a raggiungerlo, il Grande Vetro: “Rispondimi! Ti ho fatto una domanda! Rispondimi!”. Nessuna risposta. E in quel momento, Pierre, andò in frantumi. Ma non si spaccò. Era ancora lastra, era ancora vivo, a terra, verso la fine.
Fu in quel momento che Pierre alzò lo sguardo: in un istante guardò l’opera con occhio vivo, e l’opera gli passò attraverso, come un vetro. Una tenue linea sulla bocca di Pierre, una crepa sul viso, ricalcò una risata felice, trattenuta dietro le labbra, per essere custodita.

Morì con gli occhi aperti, portandosi il segreto con sé.

Illustrazione di Dario Giallo.

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Francesco Fiero

Quello che (ci) pensa. Classe 1989, nasce a Milano. Diviso tra cinema e letteratura, per non sbagliare si laurea in Filosofia. Ama passeggiare, specie se una libreria è nelle vicinanze.

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