Parare sibi alas

Tutti mi prendono in giro. E il mio aspetto, e la cura per il mio aspetto. A detta di tutti sono il più brutto della scuola. Specie per i miei capelli. Una capigliatura che era da sfigato pure trent’anni fa. Ma che ci posso fare? Questi sono i miei capelli. I tagli che vanno ora non mi piacciono. E per fare un piacere a nonna vado a tagliarli da quel suo amico di famiglia. Un barbiere vecchia scuola, con un negozio come non se ne trovano più a Milano. Odore di dopobarba di marche ammuffite, e nessuna luce al neon. Un barbiere che, lo ammetto, aveva già novant’anni quando tagliava i capelli al nonno negli anni in cui, a detta di nonna, era “ancora un bell’uomo” e, probabilmente, tutti gli uomini sapevano di quel dopobarba. In più, sì, lo ammetto, passo molto tempo a controllarmi su qualsiasi superficie riflettente. Cerco il miracolo in una mossa della mano. Come se quelle dita acchiappa unto fossero in grado di migliorare il mio cespuglio di capelli lisci. Che poi, spiegatemi come fanno ad essere disordinati i capelli lisci. E ovviamente quelle carogne lo notano. Notano tutto, altrimenti non sarebbero carogne. E ci vanno giù pesante. Anche Terenzio, colui che amplifica la mia preoccupazione per i capelli. Vorrei piacergli, ma lui è lì con gli altri a prendermi in giro. Per questo motivo, quando torno a casa, l’unica cosa che riesco a fare è buttarmi sul letto senza nemmeno pranzare. Mi addormento piangendo e faccio sempre lo stesso sogno: sono un gabbiano, il più bello dello stormo, che vola potente tra la città e il mare; nessuna corrente avversa mi può fermare. Mi sento libero e i mariani, lì, mi invidiano.

 

Illustrazione di GaiaMax Art & Crafts

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Andrea Predieri

Andrea Predieri: quello che ascolta. Musica, chiacchiere, ma raramente se stesso. Anagraficamente classe 1993, nel cuore 1850. Studia giurisprudenza ed è un curioso patologico. Questo lo porta a vivere in un susseguirsi di sogni in cambiamento.

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