Il Caos

Il Cittadino R23 svoltò a destra costeggiando il Cerchio Grande e imboccò la Direttiva Retta. Come tutti i giorni ammirò l’ordine assoluto che regnava nella sua bella città: strade perfettamente dritte che intersecavano a intervalli regolari gigantesche piazze circolari, tutte fiancheggiate dai palazzi degli uffici e delle abitazioni. Lo Stato, nella sua lungimiranza, aveva stabilito che gli edifici pubblici si ergessero su un lato, e i dipendenti abitassero di fronte, dall’altro lato della strada. Finiti erano i tempi preistorici in cui bisognava affrontare infiniti tragitti per arrivare in ufficio. Il pendolarismo era uno di quegli esempi che lo Stato riportava come fenomeni assurdi: immense masse di gente costrette ad alzarsi alle prime luci dell’alba per percorrere chilometri stipate in mezzi pubblici scomodi e poco igienici per arrivare in ufficio; e alla sera, stravolte, ricominciare la diaspora sacrificando tempo per riposarsi, vedere i figli, coltivare un hobby. E, ovviamente, aumentando a dismisura la fatica e diminuendo di conseguenza la produttività.

Invece nello Stato tutto ciò era stato corretto e ottimizzato: il lavoratore poteva alzarsi poco prima dell’orario d’ufficio. Faceva colazione con la famiglia, si preparava in tutta calma, attraversava la strada e si sedeva alla scrivania, pronto per la giornata. E il figlio che usciva con lui doveva arrivare tutt’al più alla fine della strada per trovare la scuola. Finiti erano i tempi della diseguaglianza sociale: ogni cittadino lavorava allo stesso modo, con gli stessi orari e la stessa paga. I vestiti erano uguali, eleganti e sobri per mettere in risalto le qualità di ognuno senza essere indecorosi. E finito il lavoro, allora si riponeva la divisa e ci diversificava, com’era giusto che fosse, secondo l’estro e il gusto personale.

Il cittadino incrociò un Androide e notò che una delle mani era lievemente rovinata, una delle dita smaltate color panna rimaneva piegata. Prese nota del numero di matricola del robot e arrivato al termine della strada, all’incrocio con il Cerchio Grande 1425, si fermò un secondo all’ufficio Manutenzione Androidi a segnalare il danno. Le intelligenze artificiali riportavano malfunzioni relative alla loro forma, ma segnalarli era comunque compito di un Cittadino. Gli Androidi erano essenziali per svolgere lavori che potevano distogliere il Cittadino dalla redditività: guidavano i mezzi di trasporto necessari per i lunghi trasbordi, come i treni ultrasonici, svolgevano lavori di costruzione, riparazione e manovalanza pesante, manutenzione, controllo.

Era vista comune e nient’affatto straniante veder camminare, mescolati alle persone in divisa che popolavano le grandi direttive, questi alti esseri chiari, con le giunture dinoccolate più scure e il viso anonimo di manichino che svettava al di sopra della folla. I libri di storia ricordavano ancora come i primi anni dello Stato moltissime persone li avessero trovati terribilmente inquietanti, spaventate dai loro occhi umani in tutto tranne che nell’espressività incastrati in visi inumani. Ma gli androidi nulla erano se non Intelligenze Artificiali con un corpo fisico, create dall’uomo per aiutare l’uomo. E ora erano indispensabili all’ordine magnifico che l’umanità aveva raggiunto, senza schiavi, senza povertà, senza infelicità se non quella personale che ogni tanto assale l’uomo un po’ senza motivo, e che è insita nella sua natura.

Mentre rifletteva con gusto su tutte queste cose, il Cittadino R23 si bloccò sui suoi passi. Con la coda dell’occhio, passando, aveva notato qualcosa di insolito sulla facciata di un palazzo. Tornando indietro, R23 si accostò alla macchia scura. Là dove avrebbe dovuto terminare una liscia facciata color crema e cominciarne un’altra, c’era un pertugio. Una fessura, così sottile e bassa da passare, appunto, per una macchia; un portale che dava su un cunicolo polveroso come il Cittadino non aveva mai visto. Perplesso, vagamente indignato che nessuno l’avesse riportato all’Ufficio Urbanistico e suo malgrado anche curioso, R23 si accostò all’apertura e sbirciò nell’ombra. D’un tratto, in fondo al vicolo, qualcosa si mosse d’un movimento inconsulto e si appiattì contro il muro. Un Androide, il viso in ombra, si voltò e prese a inoltrarsi tra le due facciate, la sua sagoma alta che svaniva rapidamente con una strana andatura esitante. Il cittadino sapeva che avrebbe dovuto riportare il fatto all’Ufficio di competenza, ma la curiosità era più forte di tutto: Fece un respiro profondo e si tuffò nel vicolo senza guardarsi indietro.

Quasi immediatamente la strada prese a scendere, e a inoltrarsi serpeggiando nel sottosuolo. Dopo un lungo tragitto nella quasi totale oscurità, R23 si accorse che i muri che costeggiavano il sentiero mutavano pian piano, la superficie più ruvida e il colore apparentemente più scuro. Si accigliò lievemente: nulla se non le sfumature del bianco e del panna coloravano gli edifici dello Stato. Eppure, sbucando improvvisamente su una via trafficata e incredibilmente rumorosa, di bianco R23 vide molto poco. Illuminata allegramente dalla luce di un sole artificiale e assolutamente verosimile, un’intera città si estendeva sotto gli occhi del Cittadino R23. Un’intera città che, dalla collina fittamente costruita dalla quale era sbucato, pareva un formicaio impazzito, il Regno del Caos incarnato. Le strade serpeggiavano senza ritegno né logica, intervallate irregolarmente da rettangoli, ovali, strane forme geometriche senza capo né coda. Di cerchi perfetti e ampi nemmeno l’ombra, di rettilinei solo una pallida imitazione. E le case! Le case si affastellavano l’una sull’altra, di altezze diverse, di stili diversi, le facciate dei colori più assurdi; con terrazzi, balconi, poggioli, comignoli storti di quelli che lo Stato faceva vedere sui libri di storia. E in mezzo a quel delirio, patchworks di piante svettavano allegramente senza alcun ordine a ciuffi, mazzi, cascate. Da un balcone tralci di edera penzolavano fino al piano di sotto, nella casa accanto un immenso glicine avviluppava tutta la facciata, nella strada accanto pini e pioppi svettavano in mezzo alla carreggiata, e la gente doveva girarci intorno per proseguire.

Con gli occhi sgranati, il Cittadino R23 si inoltrò in quella gimcana infernale, incespicando lievemente sul selciato irregolare e pieno di muschio. I cittadini di quello strano mondo, ignari chiaramente di qualsiasi concetto di logica e ordine, gli sciamavano affaccendati intorno. A R23 prese quasi un colpo quando una ragazza lo evitò all’ultimo: era vestita come se fosse daltonica, con un abito blu e le scarpe nere, una sciarpa rosso geranio e in mano un quaderno marrone. Troppi colori, troppe stranezze, e l’abito della ragazza era così corto che nessun Cittadino avrebbe potuto guardarla senza sentirsi colto in flagrante di qualcosa di molto, molto inappropriato. Si chiese se gli abitanti di quel mondo sotterraneo sarebbero stati in grado di trovare un ospedale nella loro stessa città, se fosse svenuto per i troppi stimoli. Non ne era certo.

Mentre barcollava frastornato, R23 quasi impattò con un Androide. Si fermò aspettando che quello lo circumnavigasse con placida andatura, ma l’alta sagoma davanti a lui si limitò ad attendere, come se si aspettasse che risolvesse lui stesso l’impasse. Alzando il viso, R23 incontrò le fattezze familiari d un Guardiano dello Stato, la bocca appena abbozzata nel viso ovale color panna. Eppure, e un brivido di puro terrore lo percorse da capo a piedi, gli occhi che incrociarono i suoi non erano quelli vuoti di un Androide: ammiccarono, e lo scintillio che li animava diede la distinta impressione di un sorriso. Chinando il capo di lato in un gesto del tutto umano, l’Androide lo scrutò per un attimo, e in quegli occhi scuri ed espressivi s’illuminò la comprensione. Come facesse un viso costruito per essere immoto ad esprimere così tante espressioni, il Cittadino R23 non l’avrebbe mai capito. Ma di fronte all’enigmatico sorriso consapevole di un essere che non avrebbe dovuto provare emozioni, il sangue gli si gelò definitivamente nelle vene, ed R23 si precipitò dimentico di qualunque dignità lungo la strada appena percorsa, terrorizzato di non trovare più l’uscita da quel posto.

Anche ad anni di distanza, seduto nel suo appartamento luminoso e chiaro, o passeggiando lungo le perfette strade dritte mano nella mano con sua moglie, continuò a chiedersi se quel mondo, il Mondo del Caos, come lo chiamava lui, non se lo fosse sognato. Ma lo sguardo dell’androide non lo aveva più lasciato, e aveva preso la strana abitudine di scrutare ogni essere alto che incrociava, cercando quel barlume di intelligenza. Ma non si accorgeva, R23, Cittadino dello Stato, che ogni tanto, una volta superatolo, un Androide chinava impercettibilmente il capo e gli occhi gli si arricciavano impercettibilmente in un sorriso consapevole. Dopodiché, l’essere rialzava il volto e serenamente proseguiva per la sua strada.


Illustrazione di Dario Giallo.

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Claudia Campana

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