L’uragano Katrina s’abbatte su Schönhauser Allee

Al numero civico 108 il pesante portone di legno s’apre su un androne che potrebbe essere anche il corridoio d’un ospedale psichiatrico: violenta luce a led, piastrelle bianche, piastrelle azzurrine. Il palazzo al numero 108 di Schönhauser Allee ha una conformazione labirintica, prima sali le scale e giri a destra, poi percorri un corridoio e sali altri gradini, poi svolti nuovamente, a sinistra stavolta – o forse no? –; gradini, corrimano in legno, moquette rossa, vecchia e logora, polvere e calce un po’ dovunque. Ci devono essere dei lavori di ristrutturazione.
Emilie fa strada nel suo vestito bianco, Franz segue ubbidiente. L’elegante e precisa oscillazione del bacino di Emilie, le scapole che alternativamente si palesano, il ritmo delle chiavi che le suonano nel palmo della mano rappresentano per Franz un palliativo al disordine che lo circonda, là al numero 108 di Schönhauser Allee. Concentrato su questa sinfonia di movimenti, quasi non nota che Emilie s’è fermata davanti a una porta. Entrano e Franz getta un’ultima volta uno sguardo ai pezzi d’intonaco sulla moquette: forse tutta questa confusione finirà.
Rumore, rumore, di ferro, di freni che schioccano al vento di vane sequele, le trombe dell’Apocalisse! No, è solo il passaggio della S-Bahn.
Le simboliche S41 e S42, la Ring, l’anello della metropolitana che cinge i formosi fianchi di Berlino come un cilicio e distingue, per definizione, un dentro e un fuori: un rassicurante “dentro”, comodamente rappresentabile su una cartina turistica dell’InfoPoint di Brandenburger Tor: il mondo racchiuso in un foglio A3, un mondo nel quale non ti puoi perdere perché la mappa indica sempre la strada corretta, a patto di saperla leggere. E poi c’è il “fuori” – la grande Babilonia – dove tutto diventa troppo grande per l’uomo e anche la metropolitana ad un certo punto si ferma: ti lascia al capolinea e torna verso il buon vecchio “dentro”. Ti senti abbandonato ed inerme come alla fine del mondo.
Ma Schönhauser Allee si trova proprio sul percorso della S-Bahn: basta attraversare un marciapiede per passare dal “dentro” al “fuori” e, cosa più importante, puoi sempre decidere se tornare indietro. Schönhauser Allee è il confine, le Colonne d’Ercole della metropoli.
Ora ci sono quattro pareti, la stanza di Emilie, uno spazio chiuso e rassicurante come l’anello della Ring, quasi materno: un piccolo tavolo con due sedie dall’aria instabile a sinistra, un letto sulla destra, in mezzo un ampio spazio vuoto, una terra di nessuno. Emilie si leva gli scarponcini e rimane scalza sul parquet caldo: “Accomodati”, ed esce dalla stanza.
Franz appoggia entrambe le mani sul tavolino socchiudendo gli occhi, poi saggia la resistenza delle sedie – una davanti all’altra – e si siede su quella più instabile. Al di fuori di quelle quattro mura, la pioggia ticchetta sui vetri delle finestre, la grande Babilonia ha oltrepassato il confine della Ring, che non ha potuto opporre resistenza, e ora piange capricciosa: forse tra poco scatenerà la sua folle ira, punterà il dito e tutto s’accartoccerà sotto la sua potenza così come Dio, a suo tempo, ha fiaccato le membra della Babilonia antica. Ecco suonare ancora le trombe dell’Apocalisse, del disordine che avanza! E la S-Bahn sferraglia via, lontano dal civico 108 di Schönhauser Allee.

Emilie rientra nella stanza con due tazze di tè in mano e si siede di fronte a Franz, che alza leggermente il mento e la guarda. E lei guarda lui, soffiando a intervalli regolari sulla tazza bollente. Un paio d’occhi scuri e fissi quelli di Emilie – la pace, pensa Franz – e vorrebbe allungarsi sul tavolo senza dir nulla e sfiorarle le labbra screpolate dal freddo, ma proprio per questo lo farebbe delicatamente. E lei non direbbe niente, lo lascerebbe fare. Franz sta per allungare una mano ma il caos scatenato dalla grande Babilonia entra prepotente nella stanza, la invade: d’improvviso la pioggia s’è fatta più forte, i rami degli alberi sbattono sui vetri ed esigono vendetta, vendetta contro quella innaturale pace nella stanza di Schönhauser Allee. Emilie s’avvicina alle finestre e tira i pesanti tendoni beige. E anche la grande Babilonia sembra allora chetarsi e i grandi occhi scuri di Emilie incrociano ancora quelli di Franz – la pace.
Franz mugugna dondolandosi sulla sedia che scricchiola: “Mi sembra di avere l’uragano Katrina in testa”.
“In che senso?” Emilie aggrotta le sopracciglia.
“Nel senso che da quando sono qui…” esita e schiocca la lingua “…con te, mi sembra di non capire più niente”.
Emilie ridacchia compiaciuta “Ah sì?” e prende la mano di Franz fra le sue.
Lei sembra divertirsi quando mi impappino, riflette Franz, ma non è un problema. Passa del tempo, è difficile dire quanto, ma anche la grande Babilonia s’è stufata di soffiare e ora riposa. Il mattatoio sembra aver concluso i propri compiti, per oggi.
Ora Emilie e Franz sono sdraiati sul letto, al buio, e lui affonda il viso nei morbidi capelli di lei. “Sono contenta che tu sia venuto qui”, dice d’un tratto Emilie, e si stringono più forte.
In quella stanza – quattro pareti, un tavolo, un letto – al numero civico 108 di Schönhauser Allee l’ordine sembra aver prevalso e i due giovani s’assopiscono. Col giorno si risveglierà tuttavia anche la grande Babilonia e il mattatoio di Berlino riprenderà il proprio ingrato ciclo: forse le trombe dell’Apocalisse suoneranno davvero e per l’ultima volta, pensa Franz prima di addormentarsi con Emilie fra le braccia.

Illustrazione di Dario Danielli.

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Nicolas Campagnoli

Quello che scrive (e pensa troppo). Studente di Lettere classiche, appassionato di matematica e di lingue improbabili, insaziabile lettore, amante degli aperitivi e filosofo da bar: chi avrebbe mai pensato che potesse scrivere per una rivista online?

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