Se provassimo a guardare

Cammina lungo la riva del fiume e non fa che pensarci. Si tocca i capelli e non fa che pensarci.
Ora, se provassimo a guardarla negli occhi, capiremmo subito che il male di cui soffre è qualcosa di serio. Di logorante. Allora proviamo a guardarla negli occhi, proviamo a guardare cosa ci si nasconde.
Vorrebbe tornare a quella notte, quella notte in cui si conobbero. Loro due, così diversi. Invisibili, scomparvero nella folla che li assillava.
Ora, se provassimo a guardare gli occhi di lui, capiremmo immediatamente le sue cattive intenzioni; vedremmo anche gli occhi di chi ha pianto a lungo e vuole negarlo. Di chi, ferito, ha deciso di diventare quello che non è, una nullità.
Lei lo sapeva, perché lo aveva guardato a lungo negli occhi quella notte, aveva provato a capire cosa lo avesse spinto così oltre. Cosa lo avesse portato a lasciare la parte migliore di sé a casa. Quella parte che lei voleva, curiosa, conoscere. Lei aveva percepito qualcosa, lo aveva sfiorato; anche se non direttamente.
Proviamo a capire.
Quella sera lei indossava delle calze rosse, un cappotto verde e un basco. Era carina, un po’ stramba, ma carina lo era certamente. Aveva un rossetto scuro, per incupirsi un po’. Perché voleva così. Quella sera non voleva vedere nessuno, ma a quell’evento doveva andarci, doveva, perché odiava deludere le persone, ché a se stessa non ci pensava mai.
Quindi era lì. Svogliata, con le sue calze rosse, a fissare il nulla, e pensava ai libri che l’aspettavano a casa: quelli che le mettevano ansia, ma che le facevano anche vedere una luce; che seppur fioca, c’era.
Ora lei lì, con le sue calze rosse, non voleva nulla, eppure desiderava qualcosa. Desiderava che quella serata potesse portarla da qualche parte, in posti che le mancavano da un po’.
Lui invece quella sera lì voleva esserci; vestito un po’ a caso, con quei suoi pantaloni neri larghi, desiderava tornare a casa con qualcuno, ché si sentiva solo da un po’, e alla fine da solo ci dormiva comunque, anche se quella porta la varcavano in due.
Erano strani entrambi, così diversi, eppure visti vicini non sembravano così distanti. Uno accanto all’altro riuscivano a sentire una strana vibrazione: quella vibrazione che un po’ lo imbarazzava, davanti a quegli occhi scuri che lo guardavano per capire se ci fosse qualcosa lì dentro. Per capire se ci fosse davvero.
Ora, se provassimo a guardarli da lontano, noteremmo subito quella scarica elettrica che i due corpi rilasciano uno accanto all’altro. Se provassimo ad avvicinarci, percepiremmo sicuramente quella strana attrazione tra i due. Allora avviciniamoci, e guardiamoli attentamente.
Lei lo fissava, senza ascoltarlo; distratta dai lineamenti del suo viso, lo guardava come se potesse toccarlo, come se potesse con il suo dito percorrere tutto il perimetro del suo viso. Lui non la fissava, ma si sentiva osservato e parlava, parlava troppo, era a disagio. Allora noi ci sentiamo un po’ in imbarazzo con lui, anche se la scena ci diverte. Ci chiediamo quando finalmente la cosa potrà cambiare; quando questa attrazione li porterà lontani da lì, da quelle luci e da quella musica che con loro non c’entrano nulla.
Ora, concentriamoci sui dettagli. Lui gesticolava, forse un po’ troppo: le sue mani non si controllavano, e non faceva che creare guai. Lei invece era immobile e stringeva il suo calice di vino, aveva le sopracciglia un po’ imbronciate, anche se in realtà non era imbronciata, era solo attenta. Attenta a non fare nulla di sbagliato, attenta a lui, che stava cercando di portarla con sé.
Ora, loro due, in una stanza. La stanza di lui, che ha visto tante cose, troppe per essere elencate ora. E ne sentiamo il peso ad ogni passo. Lei lo sapeva, mentre scansava i calzini sporchi sul pavimento. Lo sapeva mentre lui le camminava un passo avanti e la trascinava per la mano. Lui non se ne accorgeva, mentre con tranquillità lasciava entrare le persone nella sua vita, come se non potessero toccarlo, come se lei non potesse farlo. Che gli fosse successo qualcosa era quasi scontato, e questo qualcosa doveva essere stato importante. Lei questo lo sapeva, per questo era lì. Tra i calzini sporchi, l’odore di chiuso e le frasi ritagliate male. Lei lo sapeva mentre si toglieva dai piedi quelli stivaletti scomodi e si lasciava andare. Loro lo sapevano mentre, stesi sul letto, si stringevano la mano e guardavano in alto. Come se il soffitto fosse fatto di stelle. Ma se guardiamo quel soffitto ci vediamo solo delle crepe. Se ci guardassimo attraverso, però, quelle stelle sembrerebbero esserci, proprio lì, lì dove guardano loro.
Lui era lì, non riusciva a guardarla, e pensava a quale canzone avrebbe potuto accompagnare un momento del genere, così lasciava scegliere a lei, anche se lei la musica non avrebbe voluto ascoltarla, avrebbe voluto restare in silenzio; ché le piace, ci si ascolta meglio.
There is a light that never goes out. Lui quella canzone la conosceva, anche bene, e ce ne accorgiamo subito. Forse avrebbe voluto non ascoltarla, anche se l’ascoltava, lì, accanto a lei.
Ora, se provassimo a guardare lei con gli occhi di lui, non riusciremmo certo a capire la strana sensazione che provava a livello dello stomaco. Se invece provassimo a sentire ciò che provava lei, qualcosa capiremmo. Continuava a guardare il soffitto, anche se sapeva che lui la guardava, anche se riusciva a sentirla, la sua voglia di lei, come se lei avesse potuto concedersi. Lei non aveva nessuna minima intenzione di lasciarsi andare con lui, perché i suoi occhi li aveva visti e sapeva che non sarebbe stato giusto. Ma non riusciva a lasciarlo andare. Gli stringeva la mano come se non potesse più lasciarla.
Se quello fosse amore, non ci è concesso saperlo. Sappiamo solo che se provassimo a guardare attraverso quegli strati di pelle, di muscoli, sotto le costole, lì dove c’è il cuore, lo troveremmo certo acceso, che batte, forse un po’ più del solito. Forse normalmente, ma è lì, e batte.
Quella notte, non accadde granché, anche se un segno se lo lasciarono.
E ora lei cammina, lungo la riva del fiume, sobria dal suo amore, anche se sa che un solo tocco potrebbe farla ubriacare, un semplice tocco. Custodisce i ricordi di quella notte come se potessero servirle un giorno a stare meglio, come se potessero un giorno riuscire ad illuminare le zone buie del suo cervello.
Ora, se provassimo a fingere come fa lei, diremmo che quella notte non è accaduto nulla. Ma noi non sappiamo fingere, non lo sa fare neanche lei, e ci piacerebbe vederlo tornare, ci piacerebbe vederli insieme; anche se sappiamo che quella porta l’hanno varcata in due, ma non staranno mai insieme.


Racconto di Alaska (Annalisa Tesoro).
Illustrazione di Camilla Capitanio.

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