“Luce rubata al giorno” di Emanuele Altissimo: un esordio sentito

“Gli edifici sono come noi. […] Più sono grandi, più sono complicati. […] E diventa difficile capire dove le cose sono andate storte”.

Prendete le relazioni familiari come un edificio, fatto di fondamenta solide su cui poggia l’intera struttura: più un edificio si erge in altezza, cresce, più si indebolisce, o in un altro senso, si complica. Aumentano le parti, i pezzi, le variabili. Il principale nemico di un edificio è l’oscillazione, che porta con sé l’imprevisto. Ogni palazzo però, ha un grado di sopportazione intrinseca: è quella che in ingegneria viene chiamata tensione ammissibile, la massima tensione che un materiale è in grado di sopportare, e a cui questo può essere sottoposto senza che venga superata la soglia di sicurezza, oltre la quale l’edificio rischierebbe il collasso.

Luce rubata al giorno (Bompiani), esordio letterario di Emanuele Altissimo, classe 1987, è un romanzo che parla di soglie, urti e cadute: ruota intorno a quel concetto di tensione ammissibile appena descritto, e lo fa raccontando la storia di due fratelli, Olmo e Diego, nel momento in cui il carico da sopportare è di proporzioni titaniche: la morte dei genitori in un incidente stradale, e il lento e dissestato percorso di lutto che entrambi, con modi diametralmente opposti, sono costretti ad affrontare. A cucire il nucleo e a tentare di preservarlo è il nonno Aime, tutore dei due nipoti. Così, sullo sfondo maestoso della località montana immaginaria di Gros Pin, il romanzo è il racconto di un urto inevitabile, di un equilibrio precario in cui i tre si ritrovano, un edificio che rischia di crollare sotto il propagarsi della tensione che viene via via a crearsi. Ed è quella di Olmo la voce, il fratello minore, che rievoca quella vacanza montana, come se fosse ancora lì (ma ora è cresciuto e può solo ricordare).

Diego, il maggiore, che chiede prima aiuto alla filosofia e poi al senso di appartenenza del corpo militare, allenandosi per l’esame di ammissione all’Accademia, dei due è il fratello che più fatica a colmare il vuoto lasciato dalla scomparsa dei genitori. Non solo: il suo è un vuoto fatto di rancore, di pensieri inespressi, che si infiltrano nelle fondamenta e indeboliscono l’edificio dall’interno; un vuoto che non trova una fonte sana di rilascio e sovraccarica progressivamente la struttura, in vista dell’inevitabile collasso. E non è un caso che Diego sia in qualche modo l’epicentro dell’oscillazione, il vero protagonista che collide con tutto e tutti, rimanendo incompreso persino agli occhi del fratello che ricorda.

Ora proviamo a immaginare il romanzo di Altissimo come un edificio. A livello strutturale, funziona. La base è il modellino dell’Empire State Building che Olmo costruisce durante la sua vacanza e che si lega con un filo rosso al racconto dell’incidente del 28 luglio del 1945, quando un B-25, aereo militare, si andò a schiantare sul grattacielo (quello vero), che resse alla collisione rimanendo in piedi. Le pareti dell’edificio, che si rincorrono senza mai trovarsi, sono da una parte il racconto di Olmo e Diego, dall’altra quello parallelo del tenente Smith Jr., pilota del B-25, e Betty Lou, l’addetta all’ascensore dell’Empire State Building. Per quanto ridotta, la storia nella storia del tenente Smith e di Betty è un catalizzatore molto forte: più il racconto prosegue, più un senso di progressiva tensione si insinua nelle relazioni tra Olmo, Diego e il nonno Aime. La cima del grattacielo, infine, è la cima della montagna che svetta come monito e come sfida davanti ai due fratelli: cosa significa affrontare il lutto? Accogliere l’enormità del fatto, o sfidarlo nel cercare di superarlo, o ancora, di domarlo?

L’idea di base del romanzo è anche la migliore delle intuizioni: le relazioni viste come edificio fatto di innumerevoli pezzi, e che a differenza di un semplice modellino, non possono essere cambiate in favore di qualcosa di più semplice e comprensibile: “Pensai che se fosse crollato, l’avrei riportato al negozio, chiedendone uno con meno pezzi”, dice Olmo guardando il suo modellino dell’Empire State Building.

Resta forse un rammarico, durante la lettura: quello di conoscere troppo poco i pensieri di Olmo, il vissuto emotivo rielaborato anni dopo le vicende. La voce di Oli che ricorda l’aggravarsi della malattia di Diego sembra abbandonarsi troppo poco alle tonalità emotive, lasciando invece ampio spazio alla descrizione delle vicende, come se in qualche modo egli stesso se ne sentisse estraniato. E in effetti Luce rubata al giorno è in qualche modo vittima di un paradosso: si abbandona senza paura nel trattare temi delicati (materia viva per l’autore che li tratta), e al contempo pone un filtro, una barriera protettiva che possa permettere a Olmo di sopportarli. È come se lo stesso protagonista abbia in sé depositata una tensione ammissibile proiettata sul lettore; come se ci fosse una zona grigia che non emerge per il timore di un eccesso di esposizione. Così, Luce rubata al giorno incarna anche in questo senso le due anime dei protagonisti: da una parte accoglie, dall’altra doma.

Al di là di considerazioni di stile e registro, quello di Altissimo è un buon esordio, un romanzo che lascia dietro di sé una scia di vissuto che si sente e si vede. La si vorrebbe vedere di più, certo, ma questo è un segnale della bontà del racconto, che arriva dritto al lettore e lo rende partecipe di quell’estate a Gros Pin e di quella spensieratezza rubata che non tornerà più: ma quando il buio si dirada, ricompare la luce.

Francesco Fiero

Quello che (ci) pensa. Classe 1989, nasce a Milano. Diviso tra cinema e letteratura, per non sbagliare si laurea in Filosofia. Ama passeggiare, specie se una libreria è nelle vicinanze.

2 risposte a "“Luce rubata al giorno” di Emanuele Altissimo: un esordio sentito"

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