Il progresso

Non importava quanto fornelli, ripiani e tendine venissero lavati: la cucina di quel minuscolo appartamento odorava sempre di cavolo bollito.

Giulio deglutì il suo caffè annacquato con triste disgusto e gettò la tazza nel lavello; si mise a controllare che nella sua tracolla di cuoio, abbandonata su una sedia, ci fossero tutti i libri di chimica e i fogli sparsi dei propri appunti. Il suo coinquilino, notando che si stava preparando a uscire, smise per qualche secondo di ruminare la sua colazione a base di pane nero e uova sode: “Your lunch.”

Giulio si scosse, come risvegliato da un sonno leggero, e annuì: accanto ai fornelli avevano abbandonato la sera prima alcuni panini malfatti. Li divise in numero equo e li avvolse in due pezzuole. Alle proprie spalle, sentì lo spiegazzarsi del giornale che l’altro stava leggendo con la solita flemma.

Henrik era un dottorando danese che si era trasferito dalla propria piccola cittadina sul Baltico per studiare fisica all’Università di Friburgo; a parte questo, Giulio non sapeva quasi nient’altro su di lui. Era una persona ruvida e taciturna, che seguiva con ossessione le inserzioni culturali e sportive dei giornali tedeschi, sebbene sembrasse non capire per nulla quella lingua, dato che si rivolgeva al giovane coinquilino italiano solo in inglese. Sotto quei modi bruschi e quasi inquietanti, tuttavia, si intravedeva una sorta di grezza gentilezza: preparava spesso il pranzo per entrambi, e lasciava a Giulio tutte le pagine dei giornali che non trovava rilevanti – le notizie sull’andamento della disperata Borsa tedesca, l’arrancare della Repubblica di Weimar, l’avanzata tumultuosa del fascismo in Italia e le lodi entusiaste dei nazionalsocialisti locali.

Quella mattina però nemmeno Giulio riuscì a lanciarsi in quelle letture: la sua mente era gremita di pensieri e preoccupazioni che gli facevano scorrere brividi lungo il corpo, e gli impedivano di concentrarsi su qualsiasi altra cosa. Uscì di casa salutando a bassa voce Henrik, che gli rispose con un brontolio.

Il giorno in cui era arrivato a Friburgo, una vecchia gli aveva sputato addosso.

Quel ricordo lo colpì dal nulla, mentre si dirigeva a piedi verso la propria università. Forse era per lo stato d’agitazione in cui si trovava, e che la sua memoria corporea ricollegava immediatamente a quel momento turbante; o forse era per le nuvole, e l’odore umido del brutto tempo che si avvicinava, che rendeva quella giornata novembrina così simile all’ambientazione del suo ricordo.

Erano i primi di settembre, e il cielo minacciava quelle piogge ininterrotte che avrebbero accompagnato le sue prime settimane di permanenza. Giulio aveva cercato per quasi un’ora la “Strasse” dell’appartamento indicatogli per missiva da Frau Körtig, l’ottuagenaria presso cui viveva in affitto. S’era avvicinato, trascinando i pesanti bagagli, a una donna col capo avvolto in un nero vedovile, curva, intenta a osservare la vetrina di un negozio. Aveva cercato di rivolgersi a lei con le poche parole di tedesco che conosceva, ma la sua pronuncia dovette sembrarle incomprensibile; aveva tentato allora in francese, e infine anche in italiano, preso da una strana agitazione davanti a quello sguardo che si induriva man a mano che lui balbettava nei pochi idiomi che conosceva. Era stato a quel punto che la donna aveva stretto la bocca rinsecchita e sputato sui pantaloni di velluto di Giulio – quelli belli, comprati per far bella figura con la proprietaria. Lui si era allontanato senza riuscire a dire una parola, mentre il silenzio intorno a loro era schiacciato dalla sequela di incomprensibili insulti lanciati dalla donna. In mezzo a quello sbraitare, Giulio aveva colto uno “Jude”. Gli si erano arroventate guance e orecchie, e aveva allungato il passo.

Con una simile agitazione a scombussolargli ogni fibra corporea si fermò davanti alla chiesa dell’università, a farvi un gesto della croce – più un gesto di abitudine che di scrupolo religioso. Gli serviva a fugare la propria solitudine: il rigore gesuitico di quella facciata, d’un giallo malato, gli ricordava qualcosa del suo piccolo paese d’origine.

Chiuse gli occhi su quell’immagine e lasciò che il rumore cittadino lo avvolgesse: e dentro il buio della sua mente Giulio vide le cupole di mattoni disfarsi, le travi di legno marcire; le lastre di marmo facevano posto a lucide distese di resina termoindurente, le vetrate colorate a pezzi di trasparente celluloide colorata, come finestrini d’automobili. Colori più vivi, di brillante vernice, si spandevano sui dipinti barocchi.

Via gli stucchi rovinati e le grottesche statue lignee, ereditate dal Medioevo: un Cristo in bachelite rossa era crocifisso su due strette lamine d’acciaio. Le candele fioche che circondavano l’altare, diventato ora un massiccio tavolo di ghisa scura, erano sostituite da bulbi incandescenti, e l’elettricità vivificava le sacre pareti come l’anima soffiata nelle narici di Adamo.

Spalancò gli occhi, soffocato dall’emozione della fantasia: si diresse a grandi passi verso l’università, immerso tra gli alberi senza foglie e i passanti in lunghi cappotti; il tremore metallico delle biciclette sulle strade lastricate si mescolava alle voci, ai passi, al frinire dei cavalli che trasportavano carretti e sporadiche carrozze. Il vento soffiava dalla foresta nera che incombeva su Friburgo, presidio armato in quella guerra tra civiltà e natura in cui l’uomo scavava miniere, costruiva motori a combustione interna, distendeva chilometri di ferrovie, tagliava i monti, attraversava gli oceani più velocemente che in qualsiasi altra epoca.

Si ripeteva tutto questo, stringendo a sé la borsa malconcia: lo avevano ammesso nell’avanguardia di quel progresso e lui vi avrebbe brillato.

C’era un prezzo da pagare: lo sguardo supponente dei colleghi, ogni volta che doveva pronunciare ad alta voce il suo nome, o scriverlo in qualche registro di presenza. Capitava che lo scimmiottassero: “Giu-li-o Nàt-ta”, calcando quelle vocali aperte con scherno e diffidenza. I più baldanzosi passavano davanti a lui e fingevano di sentire fetori di ogni genere. Era difficile migliorare il proprio tedesco parlato: pochi gli rivolgevano la parola, nei corridoi dell’università, e il suo coinquilino si ostinava a utilizzare solo quell’inglese stentato. E meno Giulio riusciva a comunicare, più stava solo; studiava per ore nella cucina odorosa di cavolo, o in un angolo della biblioteca. Studiava fino a farsi venire l’emicrania.

Salì le scale del dipartimento di Chimica ed entrò nell’aula del laboratorio: La lezione stava per iniziare. Si infossò nell’ultima fila, le orecchie tese e lo stomaco tutto annodato.

Il professor Staudinger squadrava il magro gruppo di nuovi studenti ammessi al suo seminario da dietro le tonde lenti degli occhiali. Sotto i baffi ben curati spuntò qualcosa di simile a un sorrisetto di scherno: dovevano sembrare tutti terrorizzati, rifletté Giulio. Non ci si poteva aspettare altro, del resto: come gli aveva ripetuto entusiasta il suo docente del Politecnico, a Friburgo avrebbe avuto la possibilità di seguire uno dei maggiori luminari della chimica contemporanea. Il giovane Giulio Natta osservava i tratti del proprio professore, così banali e quasi spiacevoli, cercando il segno inequivocabile della rivoluzione che doveva ribollire in quell’uomo: l’Adamo dell’era della plastica.

Hermann Staudinger si alzò, prese il gesso e iniziò a farlo scorrere sulla lavagna con un rumore di polvere stridente. L’aria era piena di un silenzio elettrizzato.

In una grafia sgraziata il titolo del corso comparve sul nero verdognolo dell’ardesia: “makromolekulare Chemie: das Polymer”.

C’era un prezzo da pagare per essere lì; ma ne valeva la pena.

Hermann Staudinger ottenne il premio Nobel per la chimica nel 1953, grazie alle sue scoperte sulla tecnologia dei polimeri.

 

Per le fondamentali ricerche nello stesso ambito, Giulio Natta ottenne il Nobel dieci anni dopo il suo maestro.

Illustrazione di Matteo Sassaroli.

Annunci
Anna Rusconi

Quella che fa l’editing. Lettrice onnivora e relativista cronica, ama la storia ebraica, le tisane e il power metal. Sembra una persona tranquilla, finché qualcuno non mette la virgola tra soggetto e verbo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...