Perché “Istruzioni per diventare fascisti” di Michela Murgia è un libro riuscito a metà

Buona inizio anno, cari amici di ROA!

Il libro di cui vi parlerò oggi è il piccolo saggio Einaudi scritto da Michela Murgia, autrice che amo e stimo, che si intitola “Istruzioni per diventare fascisti” ma che, secondo me, questa volta non ha colpito nel segno.

Mi spiego.

L’intero libriccino (leggibile in un pomeriggio) spiega come si diventa fascisti e quali siano, di fatto, gli aspetti tipici che tratteggiano questa ideologia; quanto essi siano visibili e ben radicati anche nella nostra quotidianità. Il tema è quanto mai urgente e importante, e la penna e la testa (soprattutto) della Murgia non sono mai banali.

Tuttavia, credo che il grande difetto di questo libro sia proprio lo stile: è infatti interamente giocato sull’ironia, a partire dal titolo (azzeccatissimo, come pure la premessa). L’ironia è una gran bella cosa, non fraintendetemi, ma non sempre risulta essere la scelta migliore. La trovo efficace in piccole dosi, protratta per cento pagine un po’ meno.

La prima domanda che mi pongo è: chi leggerà questo libro? La risposta che mi sono data è la seguente: senza alcun dubbio, chi ha già una radicata propensione per l’antifascismo, o chi è già antifascista. E quindi può apprezzarne l’ironia, e nel mezzo, trovarci anche molti spunti interessanti che tenderanno a rafforzare la propria idea.

Poniamo un altro caso. Che questo libro finisca nelle mani di chi, invece, non sia fascista, ma simpatizzi per un certo tipo di atteggiamento, o che magari sia un “fascista inconsapevole”.

Ecco, a mio avviso, lancerebbe il testo dopo mezza pagina. Ma non perché non sia in grado di capirlo, o perché si riconoscerebbe in alcuni passaggi, ma perché si sentirebbe sbeffeggiato da chi, inevitabilmente, si pone in una posizione di superiorità, da chi sembra parlare (o scrivere) dall’osservatorio privilegiato della sua torre d’avorio.

Ed ecco qui il clamoroso autogol di Michela Murgia.

Per mettere in luce degli aspetti sicuramente importanti e veritieri, per leggere il presente così com’è, ha scelto una modalità che, di fatto, ha fornito un assist meraviglioso a coloro che tacciano la sinistra italiana di essere radical chic e lontana dalla vita vera delle persone. Ha confermato che sì, una certa sinistra è quella che prende in giro i ministri per i congiuntivi, che non si mischia con il popolino, senza chiedersi mai, però, perché il popolino sia attratto inesorabilmente da chi gli somiglia, e non cerchi più nella politica un modello migliore di sé.

È un cambiamento epocale questo, con il quale tutti dobbiamo fare i conti.

Siamo in un momento storico che considera gli intellettuali poco più di niente, che fatica ad ascoltare chiunque proponga un pensiero complesso. Vogliamo tutto e subito, e lo vogliamo adesso. Nel lavoro, nella politica, nella vita privata di ciascuno di noi. Siamo dei perfetti consumatori, dei fruitori onnivori che dimenticano tutto in un baleno per proiettarsi subito sulla conquista successiva.

È molto difficile contrastare un meccanismo così pervasivo e ci siamo dentro tutti, chi più, chi meno.

E allora ritornano alle mente, in modo inesorabile, le parole di Pier Paolo Pasolini a proposito di che cosa sia il fascismo in una società come la nostra.

Scriveva infatti:

 “L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, fascismo. Essere laici, liberali non significa nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi ad un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli. Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società.”

Ciò significa che è necessario fare una riflessione che parta da noi stessi e si estenda diametralmente intorno a noi, fino ad arrivare alle frange più estreme, quelle macchiettistiche. Il punto è proprio questo: non chiamarsi fuori. Riconoscersi in questa barbarie e capire come uscirne. Di questo avremmo bisogno.

Ma se il discorso nella sua interezza non presuppone affatto la nostra messa in discussione, allora non ha senso nemmeno intavolarlo l’argomento, perché risulterebbe l’ennesima lezioncina impartita ex cathedra da coloro che si sentono investiti di luce divina, ma che, in realtà, finiscono per cantarsela e suonarsela da soli, la canzoncina, rischiando davvero di rimanere gli unici interlocutori di loro stessi.

Silvia Spinelli

La recensitrice libresca. Classe 1988, nordica per caso. I libri sono letteralmente la sua vita, ci abita dentro da sempre: prima come lettrice, poi come studentessa appassionata di Letteratura e Linguistica a Milano, ora come libraia. Adora la letteratura italiana, i racconti brevi, il cinema, ma soprattutto il teatro, la passione di una vita, su e giú dal palco. Non guarda serie tv e spera che dopo questa affermazione continuerete comunque a leggerla con affetto. Sogna di continuare a fare esattamente ció che fa.

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