Non mi va di parlarne

“Sei arrabbiata”.

“Non sono arrabbiata”.

Mia madre alza le sopracciglia e avvicina piano la tazza di tè alle labbra colorate di viola, “Sei arrabbiata…”, sorride e si appoggia con la spalla al muro. “Se ti va di parlarne…”

“Non sono arrabbiata”, dico scandendo bene le parole, e torno al mio libro.

Avevo sedici anni, allora, e adesso ne ho diciassette, e certe volte mi comporto come se ne avessi tredici.

Prendo la matita e faccio per sottolineare, ma la punta si spezza, “Fanculo”.

“Rebecca…”.

“Che c’è?”. Alzo gli occhi dal libro, mamma è ancora appoggiata al muro, la tazza vuota in una mano e una scatola di cartone nell’altra, “Me l’avevi promesso…”.

La guardo un momento senza capire, poi leggo sulla scatola “Teli in plastica 3 metri x 5”.

“Le foto…”. Mi sfugge un mezzo lamento e mamma abbozza un sorriso.

“Se ti va”.

“Non puoi chiedere a qualche modella? A qualche tua studentessa?”.

Mamma appoggia scatola e tazza sul tavolo, “Ma tu sei più bella”, dice, e sorride. Io alzo gli occhi al cielo.

“E te l’ho già detto, mi servono colori particolari”, si avvicina e mi accarezza piano i capelli.

Io rimango immobile, poi mi alzo e cammino verso il salotto, “Beh, approfittane allora perché a breve tornano neri. Come la pece”.

Mamma mi segue, “Ma… tu adori i tuoi capelli azzurri!”, dice scandalizzata, come se le avessi detto, “Mamma, sai che c’è, sono incinta e non so chi è il padre”.

“Sembro una deficiente. Ma perché non me l’hai vietato come avrebbe fatto qualsiasi mamma normale?!”.

Mia madre sospira e apre piano la scatola di teli in plastica 3 metri x 5, ne accarezza un lembo, “Qualcuno ti ha preso in giro?”.

“No!”, sbotto.

“Centra qualche ragazzo?”.

Mi lascio cadere sul divano, il gatto che dorme sullo schienale non fa una piega. “No che non centra qualche ragazzo. È che… non ho più quindici anni, dai”.

Mia madre cerca di trattenere un sorriso e dice, “Ne hai sedici”.

“Ok senti, facciamo queste foto”, mi alzo e le prendo la scatola dalla mano, “Che poi devo uscire”.

Il telo di plastica è sottile e ha un odore fastidioso, chimico. Mi si attacca alla pelle, ai capelli elettrici. Ai miei capelli da deficiente.

“Come devo mettermi?”.

Di mia madre vedo solo la figura sfocata, l’arancione caldo del suo maglione.

“Dritta, così… La testa un po’ girata verso destra…Okay, così. Ferma!”.

La sua voce mi arriva ovattata. Sento solo il mio respiro calmo e regolare, il battito cardiaco. Penso, “Sono viva”, e fa una strana sensazione. Non c’avevo mai riflettuto più di tanto. Non che sia una rivelazione, una scoperta.

“Aspetta che spengo la luce”.

Per un istante non vedo più niente, poi mamma accende l’abat-jour e me la punta addosso.

“Mi hai accecata”, dico. “E comunque da qui sotto si vede tutto sfocato. Tu mi vedi?”.

Mamma resta un momento immobile, le labbra viola si curvano in un sorriso, “Ti vedo benissimo”. Rimane un istante in silenzio poi dice, “Allora… Come ti senti?”, avvicina la macchina fotografica al viso, “Cos’è che ti fa sentire così arrabbiata”.

“Oh, ti prego, non renderla una seduta psichiatrica. Ecco, ci sono cascata in pieno. Intrappolata in un telo di plastica che sa di merda e mi rovina i capelli, più di quanto non lo siano già”.

Mamma ridacchia e scatta la prima foto.

“Non ero in posa. E non c’è niente da ridere”.

“Era una prova!”.

“Nella camera oscura c’è nascosta una delle tue amiche sensitive con qualche cristallo per trasformare la mia angoscia in energia positiva, vero?”.

Mamma continua a ridere e scatta un’altra foto. Sfugge un sorriso anche a me.

“Oh, finalmente”, dice, e scatta.

Rimaniamo un attimo in silenzio. Il telo sottile e trasparente, opaco, si alza piano a ogni respiro. Tiro fuori la lingua e lo sfioro. Che schifo. Mamma sta guardando le foto sul display della macchina fotografica.

“Quindi…sei angosciata?”, dice ostentando indifferenza.

“Piantala”.

Mia madre sospira e si alza in piedi, “Va bene, va bene, va bene. Vado a prendere l’analogica. Torno subito”.

Rimango a gambe incrociate sotto questo telo che sa di schifo e ne rompo piano un lembo con l’unghia. Scoprire che prima o poi si muore, quella sì che è rivelazione, una scoperta terrificante.

“Rullino in bianco e nero, come piace a te!”, mia madre torna a sedersi a terra e si mette a trafficare con la macchina fotografica.

“Mica ti servivano colori particolari?”.

“Voglio fare qualche prova”.

“Come vuoi…”.

Mamma mi chiede di guardarla, poi di voltarmi, poi di chiudere gli occhi. Di toccarmi i capelli, poi di non toccarmeli più. Di sorridere, poi di rimanere seria. Scatta una ventina di foto e intanto parla, ma ho smesso di ascoltarla al “Sai, Rebecca, quando avevo la tua età anch’io…”. Mi guardo l’unghia con cui sto rompendo piano la plastica, lo smalto nero è tutto sbeccato. Vorrei tanto dirle, “Sai mamma, non me ne frega niente in realtà. Non ne voglio parlare punto e stop”.

“Ma…Non mi stai ascoltando…”, dice a un certo punto mia madre, e appoggia la macchina fotografica a terra, “Non mi ascolti”, vedo la sua sagoma arancione avvicinarsi.

“Ma che fai…”

Mia madre si infila sotto il telo di plastica e dice: “Mi metto qua con te, così capisco se mi ascolti oppure no”.

“Mica mi vedevi benissimo”.

“Era una metafora”.

“Lo so”.

Rimaniamo in silenzio. Lei cerca di incrociare il mio sguardo, ma io continuo a guardarmi le unghie, il lembo di plastica stracciato.

“Stavo dicendo che poi, quando di anni ne ho compiuti ventiquattro, mi è sembrato di rivivere una seconda adolescenza, forse peggiore della prima. Volevo fare tanto, tantissimo sesso occasiona…”

“Mamma!!!”, mi copro il viso con le mani, “Dio, ma cos’ho fatto di male?”.

“Fammi finire”, dice, i capelli attaccati alla plastica che si solleva piano ogni volta che gesticola. “Dicevo, volevo…”.

“Sì, ho capito cosa volevi”.

“Ecco, quello. Non essere legata a nessuno – pensavo che il concetto di libertà fosse quello, non essere legati a nessuno – e al tempo stesso sposarmi e avere dei bambini e cucinare…”

“Vomito”.

“Esattamente. L’attimo dopo mi sentivo così, nauseata anche solo all’idea. Volevo fare la reporter, la giornalista, partire per la Bosnia, documentare quello che stava succedendo. Cose importanti, cose che la gente doveva sapere… E al tempo stesso fregarmene, fregarmene completamente ed essere un’artista”, mamma ridacchia, “Un’artista!”, rimane assorta nei suoi pensieri per qualche istante, “Volevo studiare, imparare, eppure c’erano giorni in cui me ne stavo chiusa in biblioteca e pensavo che la mia vita la stavo sprecando così, a marcire tra le mura di una biblioteca di provincia a ripetere e ripetere e ripetere…E io volevo vedere il mondo, tutto il mondo, mica starmene in provincia. Mi sentivo in gabbia, come…”, sospira e alza lo sguardo, “Come sotto questo telo qui”.

Le sorrido, “Hai finito?”.

Mamma annuisce.

“Non centra niente con… come mi sento io”.

L’espressione soddisfatta di mia madre si fa accigliata e per un attimo mi dispiace di non averla ascoltata mentre parlava dei suoi sedici anni. Lì, magari, mi ci sarei ritrovata. Oppure no.

Mamma prende una lunga boccata d’aria, “Facciamo così. Ora torno a farti le foto, okay? Ma ti voglio meno rigida, fai a pezzi questo telo, balla, muoviti un po’. D’accordo?”. Mia madre solleva il telo – che si abbassa piano, come a rallentatore – e torna a essere una macchia arancione che si muove nella penombra. Accende lo stereo e prende un CD.

“Io alla tua età ascoltavo loro”, dice, e parte Rebel Girl delle Bikini Kill a un volume assordante.

Illustrazione di Matteo Sassaroli.

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Elisa Carini

Quella che scrive e che nella vita non vorrebbe fare altro. Vive con un gatto nero nella bella Milano dove legge, studia, traduce libri e beve troppo caffè.

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