Have yourself a merry little Christmas

La porta del bar sfiora una piccola campana appesa al soffitto. In sottofondo una canzone di Natale, da dietro il bancone un pigro “Stiamo chiudendo”. Pietro alza lo sguardo e indica la campana con un dito, poi un cappello da babbo Natale abbandonato su una sedia. “Hai visto mamma, l’ha dimenticato qui…”, dice, e io gli accarezzo la fronte, “Sì, amore”. Mia madre alza piano lo sguardo dalla cassa e lo inchioda nei tavoli vuoti. C’è ancora qualche tazzina da portare via, una fetta di torta lasciata a metà. Mio padre, che pulisce il bancone con uno straccio, rimane immobile, poi guarda verso la porta. “Alice…”. La sua voce è un soffio. Pietro si aggrappa alle mie gambe, mi cerca la mano, e io gliela stringo. “È lui il nonno?”, bisbiglia, e io rispondo di sì. Mio padre guarda Pietro, poi me. “Alice…”, ripete. “Ciao papà”. Mia madre rimane alla cassa, gli occhi chiusi. Papà si avvicina, le labbra deformate dal pianto, le sopracciglia aggrottate. “Ma dove…”. Ha quasi tutti i capelli grigi, nuove rughe che gli solcano la fronte chiara. “Dove…”, lo straccio gli cade a terra. “Sono tornata”. Deglutisco a fatica, prendo in braccio Pietro e lo stringo forte, “Ti voglio bene”, sussurro, e lui affonda il viso nel mio collo, una ciocca di capelli attorcigliata tra le dita. “Lui è Pietro”. Mia madre si avvicina zoppicando appena. Indossa gli occhiali, sotto le lenti due occhi stanchi, increspati da piccole rughe. Porta i capelli tagliati corti, mia madre, di un colore più chiaro. Sorride e accarezza la schiena di Pietro. “Ciao”, dice al nipote, un po’ impacciata. “Sono tornata”, ripeto, e i miei genitori scoppiano in lacrime, tutti e due, e si stringono. Mio padre prende il viso di mia madre tra le mani e dice, “È tornata, è viva, hai visto, lo sapevo”. Mi abbracciano, Pietro che ci guarda e ride.

Pietro si infila in bocca l’ultimo pezzetto di muffin alla banana, la punta del naso e le dita sporche di cioccolata.
“Dov’eri? Cos’è successo? Perché?”, mio padre continua a scuotere la testa, “Perché? Abbiamo pensato di tutto, che fossi morta…”.
“Stuprata in qualche angolo e gettata chissà dove…”.
“Rapita…”.
Alzo lo sguardo dal legno del tavolo e mi sforzo di guardare i miei genitori, “Scusate”, dico, e vorrei tornare a quella mattina di giugno, quando tutto è cominciato, “Vorrei potervi spiegare…”
“Devi”, dice papà, e mamma aggiunge, “Ce lo devi”.
“Lo so. Perdonatemi”.
“Sparisci e torni così, sei anni dopo con…”, mio padre guarda Pietro, la cioccolata anche in fronte, e gli sorridono gli occhi.
“Sono stati anni terribili…”, mia madre si copre il viso con le mani, “Polizia, interrogatori, terapia…”.
Papà ha gli occhi arrossati, le labbra che tremano, “Ma cos’è successo? Ti hanno fatto del male?”.
“No”, rispondo, “Non avrei mai voluto…ma non ho avuto scelta”, guardo Pietro, “Per lui, per voi…per me”.
“Chi è il padre?”, chiede mia madre, e abbozzo un sorriso, perché lei capisce sempre tutto.

La sveglia che ho puntato per le otto e trenta suona, respiro a fatica. Rimango immobile, poi Pietro mi guarda e dice, “Dai mamma rispondi” – gli occhi di un cerbiatto, le fossette sulle guance – e io dico ai miei che è una chiamata urgente. Loro annuiscono e mentre mi avvicino alla porta sento Pietro che dice, “La cioccolata è superbuonissima”, e i miei genitori che ridono, e mi costringo a non voltarmi, ad aprire la porta. La campana suona, Pietro ride, e i miei genitori ridono e mi costringo a non voltarmi perché altrimenti sarebbe la fine. Il freddo mi colpisce in faccia come uno schiaffo, mi stringo nella giacca e comincio a camminare, spengo il telefono. Non riesco a respirare, e devo piegarmi in avanti, le mani sulle ginocchia, per prendere una boccata d’aria. Comincio a singhiozzare, a tossire. Nel buio, le luminarie lungo la via sono sfocate, macchie verdi e rosse e bianche. Mi viene da vomitare. Mi aggrappo al muro e cerco di calmarmi, di respirare. Mi costringo a non voltarmi, a non tornare indietro. Dal primo piano di un appartamento suona Have yourself a merry little Christmas e io cerco di non voltarmi, di non tornare indietro, ma non ci riesco. Mi affaccio alla vetrina. I miei sono abbracciati dietro al bancone, mamma piange, poi sorride, poi ricomincia a piangere. Il locale è illuminato di una luce aranciata, calda. Mia madre accende l’albero di Natale nell’angolo della stanza e lo guarda assorta, entrambe le mani sul petto. Papà prende un altro muffin e si avvicina a Pietro, che ha lo sguardo nel cappello di babbo Natale appoggiato alla sedia, i gomiti sul tavolo. Sorride, poi all’improvviso si volta e i nostri sguardi si incrociano. La strada è deserta, silenziosa, solo Have yourself a merry little Christmas, il clacson lontano di un’auto e la campana del bar. Papà appoggia il muffin davanti a Pietro, e lui gli sorride, gli si getta tra le braccia. Mamma accoglie il cliente con un sorriso, anche se il locale è chiuso. Leggo il labiale, “Buon Natale”, dice.

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Elisa Carini

Quella che scrive e che nella vita non vorrebbe fare altro. Vive con un gatto nero nella bella Milano dove legge, studia, traduce libri e beve troppo caffè.

4 risposte a "Have yourself a merry little Christmas"

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