L’anno in cui la neve impedì la messa

Aveva nevicato tantissimo quell’anno. Così tanto che i sentieri ben puliti del paese erano scomparsi; e dopo di loro le panchine, poi le siepi, infine anche le case. Addirittura la chiesa, l’edificio più imponente di tutto il villaggio (gli abitanti ne andavano così fieri: era la chiesa più grande di tutta la contea e ospitava fino a trecento persone!) quasi non si vedeva più. Dalla neve bianca spuntavano solo la punta del tetto, un pezzettino di torretta e il campanile.

Campanile che ora, la vigilia del santo Natale, chiamava tutti i parrocchiani a raccolta per prepararsi alla venuta di Nostro Signore. Ma per via del muro di neve che impediva a chicchessia di uscire, tutto il paese osservava le campane suonare festose e inutilmente, e si chiedeva come fare per raggiungere la chiesa. Ebbene, soluzione non c’era se non quella di rimanere a casa.

E così le famiglie si prepararono ad accogliere il Gesù bambino non nella navata un po’ fredda e raccolta della chiesa, con le parole gentili e solenne di Padre Mario a fare da guida, ma in casa loro, al loro tavolo, nei letti dei bambini, tra le braccia confortevoli delle poltrone. Non ci furono preparativi con i cappotti, i berretti, il bastone della nonna che non si trova e il cane che, insomma, viene anche lui ché fa parte della famiglia.

E le anziane signorine del paese non poterono fare a gara a chi arrivava prima dinnanzi al portone, o a chi cantava più forte gl’inni natalizi, o a chi aveva il completo più elegante e il libretto dei canti più nuovo. Si sistemarono tutte chi sulla poltrona, chi sul divano, chi alla finestra e chi di fronte al caminetto, e si rilassarono, sapendo che una buona zuppa di pollo, un po’ di salsiccia e un filone di pane morbido le aspettava in dispensa per la mezzanotte, quando il Bambino fosse nato (prima no, prima si mangia di magro o si osserva il digiuno).

Perfino Padre Mario, attonito e perplesso da tanta neve che gli impediva di compiere il suo sacro dovere e di accogliere il Salvatore insieme al suo bravo gregge, abbandonò la chiesa semibuia e vuota con i suoi crocifissi e le sue statue per ritirarsi nel piccolo appartamento nella canonica, per pregare di fronte al fuoco in compagnia della signorina Arabella. E la signorina Arabella, la rispettatissima e temutissima perpetua del parroco, fu felicissima di poter dare al caro padre una tazza di brodo di verdure (ché la carne non si mangia alla vigilia) e di tirarlo su di morale con un’eloquenza degna dei più grandi sofisti; ché anche la neve è volontà dell’Altissimo, e chi siamo noi per giudicare il Suo operato.

Così la mezzanotte, quell’anno, arrivò in un modo inaspettato. Arrivò tuttavia in un paesino felice, sereno come non lo era da anni. Ogni salotto era diventato una chiesa, e quante persone riscoprirono la serenità dell’attendere, davanti al camino, con un mondo di silenzioso candore fuori dai vetri e la famiglia stretta intorno, o con il silenzio ad accogliere preghiere e speranze solitamente sovrastati da parole e canti! E quando Gesù nacque, quella notte, nacque nei cuori di gente che aspettava proprio lui, e contenta di poterlo accogliere nella gioia della propria casa.

 

Illustrazione di Dario Danielli

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Claudia Campana

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