Le strane idee

Era una verità che nessuno avrebbe osato pronunciare ad alta voce, ma che tutti nascondevano dietro i saluti ingessati, e le lunghe occhiate che venivano ogni anno lanciate da una parte all’altra della tavolata natalizia: mio cugino Giuseppe non era un ragazzo normale.

Avevamo solo tre anni di differenza, ma io ero ancora un tredicenne gracile, voce bianca nel coro, glabro come un ranocchietto; anche Giuseppe lo era, ma perché si rasava accuratamente capelli e barba: le radici delle basette gli lasciavano un leggero alone bluastro sotto la pelle delle guance. Era distante da me, e non faceva che sottolinearlo con la sua spinosa supponenza nei miei confronti. Bramavo un contatto con lui: in fondo eravamo gli unici maschi, abbandonati tra tutte quelle cuginette e sorelle infiocchettate, che durante il cenone avevano un odore appiccicoso di cannella addosso perché aiutavano la nonna a infornare biscotti tutto il giorno – non come me e Giuseppe, che eravamo invece intenti in ogni genere di malefatte.
Perché sembrava considerarmi un insetto, è vero, ma ogni tanto mi rivolgeva uno sguardo sbieco – che mi mandava un brivido di esaltazione e spavento lungo il corpo –, si chinava verso di me e mi bisbigliava la sua ennesima, strana idea.
Una volta era rubare le bambole di pezza di Matilde, mia sorella, e fargliele ritrovare sbrindellate; un’altra era tentare di mettere nel piatto del prozio della frutta secca, a cui lui era mortalmente allergico; e ancora, scherzi crudeli ai cani della nonna e alle galline che tenevano nell’aia in fondo al cortile.
Io mi univo con titubanza, spinto solo da quel bruciante desiderio di compiacerlo e mostrargli tutto il mio spregio simulato per l’autorità: volevo che mi considerasse un grande, come lui. Eppure qualche remora veniva anche a me, a sentirlo sghignazzare di tagliuzzare i capelli a una cugina, o di dar fuoco alla coda del vecchio Milo, un pastore tedesco vecchio e pacifico.
Che fosse un ragazzo cattivo? Se qualcuno lo pensava, si guardava bene dal dirlo. C’era però una qualche apprensione nel modo in cui la zia sottraeva svelta le posate dalle sue mani, quando s’offriva di apparecchiare con lei; e il nonno non gli parlava con il burbero tono che riservava a noi altri cugini, e questo – lo potei capire solo più tardi – non era una forma di rispetto, ma di diffidenza.
Nessuno osava davvero arrabbiarsi con lui, né fare commenti a riguardo con la madre, la zia Linda: era una donna dai nervi fragili, consumati da un susseguirsi di sfortune e dolori – la malattia, la fuga del marito, quel figlio oscuro cresciuto da sola, con i pochi soldi che le provenivano dal suo impiego in sartoria. Emanava un senso di declino nei vestiti lisi e nei capelli mai acconciati, sempre più radi.
Lei non proteggeva mai Giuseppe, ma nemmeno lo sgridava; lo fissava con gli occhi tormentati e dolenti, torcendosi le mani per la sua incapacità di capire la creatura che aveva partorito.
E Giuseppe, quando si accorgeva di quello sguardo che cercava di scavargli dentro dall’altro lato della tavola, ricambiava con un sorriso furbo, scaldato dall’eccitazione dell’ultima malefatta andata a buon fine; sollevava la bottiglia davanti a sé e diceva, con la voce dolce di soddisfazione: “Vuoi altro vino, mamma?”

 

Illustrazione di Rebecca Breda.

Anna Rusconi

Editor wannabe. Lettrice onnivora e relativista cronica, ama la storia ebraica, le tisane e il power metal. Sembra una persona tranquilla, finché qualcuno non mette la virgola tra soggetto e verbo.

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