Un gran casino

Chiara la guarda e Cecilia – un istante, nemmeno il tempo di rendersene conto – la odia. Appoggia la penna sul banco, abbassa un momento lo sguardo e poi sorride alla sua migliore amica. La prof dice “Très bien, Chiara”, e Cecilia bisbiglia “Bravissima”. Fuori dalla finestra, i palazzi sono illuminati dal sole. A Cecilia fanno pensare a dune di sabbia stagliate nel cielo turchese. “Per essere dicembre c’è una bella giornata”, aveva detto suo padre quella mattina. Quando diceva cose così proprio non lo sopportava, suo padre. Cecilia scarabocchia dei fiori lungo il margine del quaderno e sospira. L’aula di francese è tappezzata di fiocchi di neve di cartoncino e glitter, di stelle gialle con al centro la scritta “Joyeux Noël”. Nell’angolo, accanto al cestino della spazzatura, un minuscolo albero di Natale, gli aghi di plastica verde sparsi sul pavimento impolverato. Paolo si volta verso di lei. Ha su quel maglione rosso che le ha prestato una volta, quando erano in gita a Firenze e lei stava morendo di freddo. Il giorno dopo l’aveva passato a casa con la febbre, Cecilia, il maglione di Paolo ancora nello zaino, schiacciato tra il quaderno di matematica e il libro di italiano. “Hey, mi presti il temperino?”, le chiede, e Cecilia rimane in silenzio per un istante. Sua madre l’aveva trovato alla fine, il maglione, e aveva cominciato a chiederle, “Ma allora ce l’hai anche tu, un fidanzatino!”, e Cecilia era scappata in camera sua in lacrime, arrabbiata, il petto che le esplodeva. “Hey?”, Paolo le passa la mano davanti agli occhi e Cecilia sente le guance che bruciano, il cuore in gola. “No”, risponde, e Paolo aggrotta le sopracciglia, perché il temperino Cecilia ce l’ha sul banco, proprio accanto al diario. “Se non vuoi prestarmelo non fa niente”, dice arrossendo debolmente, accennando una risata. Cecilia prende il temperino e glielo piazza in mano. Quella di Paolo è calda e un po’ sudaticcia. “Prof posso andare in bagno?”, chiede Cecilia alzandosi in piedi all’improvviso, la voce acuta, che trema. Chiara si gira per guardarla. “In francese, Cécile”, dice la prof senza staccare gli occhi dal registro su cui sta scrivendo. Cecilia pensa che gli adulti a volte lo fanno proprio apposta, che li odia tutti, tutti, dal primo all’ultimo. Non se lo ricorda come si dice “Posso andare in bagno” in francese, così Cecilia rimane lì impalata in silenzio, la prof che continua a scrivere sul registro, Paolo che la guarda. “Ma vaffanculo”, pensa Cecilia, e si rende conto troppo tardi di averlo detto ad alta voce, quando è già in corridoio con la prof che le urla dalla porta, “Torna subito qui”. “In francese, prof”, pensa lei chiudendosi a chiave in bagno. Si siede a terra con la schiena appoggiata al muro. C’è freddo e uno dei rubinetti perde acqua. Le porte verdi dei gabinetti sono piene di scritte, qualche adesivo. Vorrebbe piangere, ma anche ridere, Cecilia. “Ma vaffanculo”, bisbiglia, “Sono proprio messa male”. Pensa che un giorno, quando sarà al liceo, magari, ci riderà su, che non è successo niente di grave, in fondo, poi però comincia a piangere perché ha appena detto alla prof, “Ma vaffanculo”, e lei di solito queste cose non le dice. Vorrebbe gridare al mondo che a lei il francese fa proprio schifo, comunque, e a Chiara che aver preso “ottimo” non la rende migliore di nessuno. Vorrebbe avere il coraggio di chiedere a Paolo di prendere un gelato insieme e parlare con sua mamma di tutte quelle… “cose” che prova – a volte cose brutte, cosa a cui non sa dare un nome–, cose che non riesce a capire, che si mischiano insieme e fanno su un bel casino, che la tengono sveglia la notte. Cecilia dice ad alta voce, “Che palle, che palle”, chiude gli occhi e grida, “Che palle”. Qualcuno risponde, “A chi lo dici”, e per un attimo Cecilia crede di essere impazzita. Si alza in piedi e fa per uscire dal bagno, ma una delle porte si spalanca. Una ragazzina con le trecce nere le sorride, “A te che è successo”, chiede?”. “E a te che importa?!”. La ragazzina le si avvicina, “Io sono Roberta”. Cecilia tiene lo sguardo basso, le stringe la mano e dice, “Cecilia, piacere”. “Sai che io so come uscire da scuola senza che ci scoprono?”. Roberta si lava piano le mani sotto l’acqua fredda e Cecilia rimane in silenzio, pensando a quanto sia stupida anche solo l’idea, poi i loro sguardi si incontrano, cominciano a ridere. Girano piano la chiave nella serratura e sbirciano fuori dalla porta: via libera.

Illustrazione di Rebecca Breda

 

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Elisa Carini

Quella che scrive e che nella vita non vorrebbe fare altro. Vive con un gatto nero nella bella Milano dove legge, studia, traduce libri e beve troppo caffè.

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