“Gli eventi non finiscono mai” di Fabiano Spessi

Non capita tutti i giorni di poter parlare di un esordio letterario che ci tocca da vicino.
Fabiano Spessi, ospite inatteso di ROA con numerosi racconti, ci prova, si lancia senza paura e pubblica il suo primo romanzo, Gli eventi non finiscono mai (Giuliano Ladolfi Editore, 2018). Come raccontare, quindi, in modo scanzonato e non banale la vita di tre amici trentenni – anno più anno meno – che tentano di stare a galla tra feste, workshop, eventi, instagram stories e una realtà che a volte è più precaria dell’aria che respiriamo?
La leggerezza c’è, nella narrazione, nei toni, nella volontà di toccare temi delicati in modo tutt’altro che pedante (il precariato, ad esempio, o la figura del musicista divenuto un NEET che divide l’appartamento con i nostri magnifici tre), ma al tempo stesso la vita, come spesso accade anche fuori dalle pagine di un romanzo, si prende il proprio spazio con prepotenza, e ci costringe a guardarla per quella che è, in tutta la sua mancata delicatezza. L’esordio di Spessi non è perfetto. È appunto un esordio, ed è giusto che sia così.

– ROA

Estratto 1

Andiamo avanti a eventi. Io, Renato e Federico non ci perdiamo nemmeno un’inaugurazione, un dj set, uno spettacolo di luci, il concerto di una nuova band che ha l’ambizione di comporre, più che canzoni, inni generazionali. Siamo amici e coinquilini, dividiamo un grande appartamento in cui alloggia anche un quarto soggetto, un musicista. Ma lui è come se non esistesse; non perché sia sempre in tour, tutt’altro: una anno fa ha scelto di vivere da hikikomori, cioè come quei teenager giapponesi che si barricano nella propria cameretta e non ne escono più. Solo che il ragazzo in questione non è più un ragazzo, bensì un ultratrentenne come noi altri. Goffredo – così si chiama l’artista in disarmo – è stato una piccola star del circuito musicale alternativo. Il suo volto emaciato e barbuto compariva sulle copertine di settimanali specializzati e sui manifesti di sempre imminenti concerti in giro per la Penisola. Aveva un seguito di non pochi fedelissimi che conoscevano tutte le strofe dei suoi tre dischi, Precario 365 giorni all’alba, La Follower che amo e il suo capolavoro Hipster, biciclette e fragole. Finché un giorno, inaspettatamente, ha postato sulla sua pagina Facebook poche righe che hanno gettato nello sconforto i propri estimatori: Mi ritiro dalle scene, lascio la musica perché non reggo più lo stress del palco e delle interviste. Mi dispiace, fatevene una ragione. E in effetti, dopo qualche settimana in cui si sono susseguiti appelli alla ragionevolezza, preghiere e offerte di aiuto e di ascolto, i fan di Goffredo sono spariti da tutti i social del loro idolo e hanno eletto, a propri poetici portavoce, altri trentenni emaciati e barbuti. Comunque, da quel giorno e da quel post, il nostro coinquilino non è più uscito dalla sua camera se non per andare in bagno. Tre volte al dì, a turno, io, Renato e Federico bussiamo alla sua porta e gli passiamo del cibo.

Estratto 2

13/6/1984. Mia madre e mio padre avevano gli occhi lucidi mentre guardavano la tv. Non era un film commovente, era la realtà: i funerali di Enrico Berlinguer. Per i miei genitori non era morto un leader politico, era venuto a mancare un faro, un punto di riferimento. Un padre. E, morto un papà, non se ne fa un altro. Io non avevo neanche dieci anni e non capivo perché due adulti potessero essere così tristi non per la scomparsa di un parente ma per il decesso di un estraneo; un estraneo che era certo molto famoso tanto che i telegiornali quel giorno parlavano solo di lui e anche quelli che quando era in vita non l’amavano quel giorno l’amavano come quelli che l’avevano sempre amato. Eppure di solito la tv la guardavamo per distrarci, era il modo più semplice per lasciare la realtà fuori dalla porta di casa. C’erano i cartoni animati, per lo più storie di giovani giapponesi con tratti somatici occidentali che, al prezzo di mille sacrifici, diventavano dei campioni di calcio (Holly e Benji) o di pallavolo (Mila e Shiro). I telefilm invece erano a stelle e strisce: famiglie americane che, a ogni puntata, affrontavano problemi di piccolo cabotaggio a cui si trovavano sempre soluzioni nel giro dei canonici trenta minuti, pubblicità compresa, di ogni episodio: I Robinson, Casa Keaton, I Jefferson, Arnold e via di seguito. Di sera potevamo guardare film o programmi affollati di gente ipervitaminizzata: sul fronte maschile, Rambo e le sue vendette, Rocky che portava messaggi di pace in un’Unione Sovietica ovviamente innevata, Schwarzenegger in vesti di cyborg o di poliziotto infiltrato nella criminalità; sul fronte femminile, le pettorute ragazze del Drive in, trasmissione in cui si susseguivano comici che interpretavano paninari (“Ho cuccato una sfitinzia! Troppo giusto!”) e studenti universitari meridionali fuori sede. Anche la musica era soprattutto un’arte visiva grazie ai videoclip che Videomusic mandava in onda a ciclo continuo; canzoni pop interpretate da ragazzi dalla faccia pulita come Rick Astley, i Bros, che volevano a tutti i costi diventare famosi (“When will I be famous?”), gli Spandau Ballet (“I am beatiful and clean and very very young”) e ragazze supersexy come l’inglesina Patsy Kensit o la genovese Sabrina Salerno (“Boys boys boys, I’m looking for a good time”). A onor del vero, ogni tanto i cantanti italiani lasciavano trapelare una certa dose di inquietudine nei loro tormentoni: strade di periferia dove i tram non vanno quasi più, un certo Luca che continuava a bucarsi, addirittura lamette per tagliarsi le vene. Ma erano delle lievi incrinature che certo non lasciavano immaginare che di lì a poco, alla fine del decennio, proprio la tv ci avrebbe sbattuto in faccia che l’immenso luna park in cui eravamo costantemente immersi come in un liquido amniotico sarebbe stato chiuso a causa di un crollo: quello del Muro di Berlino. Il piedistallo su cui era stato edificato il nostro allegro, rutilante, fanciullesco mondo era stato abbattuto. Non capivo il nesso fra la riacquistata libertà dei popoli che vivevano oltre la Cortina di Ferro e la fine della festa per l’Occidente; la Storia aveva preso un nuovo corso ed era più veloce della mia capacità di comprenderlo. In ogni caso, l’infanzia era finita e non c’erano possibilità di proroghe. Un paio d’anni dopo la colonna sonora degli anni Ottanta, il pop, avrebbe lasciato posto al rock e a una nuova età della vita: l’adolescenza. “Smells like teen spirit”, cantavano i Nirvana.

L’autore. Fabiano Spessi è nato a Milano. Ha pubblicato una trilogia poetica che comprende L’arte dell’incontro (Italic, 2015), Una promessa di felicità (Giuliano Ladolfi Editore, 2016) e La seconda nascita (Giuliano Ladolfi Editore, 2017). Nel 2018 ha pubblicato il suo primo romanzo, Gli eventi non finiscono mai (Giuliano Ladolfi Editore). Diversi suoi racconti sono apparsi in internet, in particolare su ROA – Rivista online d’avanguardia.

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