Le stelle argentate

Edoardo si chiude la porta del bagno alle spalle: finalmente può prendere fiato. Non gli fa onore nascondersi, è vero; ma ha bisogno di riposarsi un attimo, di riordinare i pensieri bollenti che gli vorticano in testa.
Fuori dai bagni della stazione, una massa imbufalita di pendolari si agita tra i binari e la biglietteria: il treno delle 20:15 doveva essere in ritardo solo di dieci minuti, diventati poi venti, quaranta – alla fine lo hanno cancellato. La vettura successiva non è ancora arrivata, e la gente sciama senza sapersi raccapezzare da una parte all’altra della stazione; quando incontrano qualcuno vestito come Edoardo, con la divisa da dipendente delle ferrovie, assaltano la preda con domande voraci e insulti più o meno velati. Edoardo ne sa poco più di loro su cosa sta succedendo, o meglio, sa di non poter sapere: una distorta sapienza socratica che non soddisfa per niente i passeggeri appiedati.
E hanno ragione: sono bloccati a quell’ora in una stazione gelida, stanchi irritati affamati. Vogliono soltanto gettar via le ventiquattrore, sciogliersi le cravatte, farsi una doccia, ingolfarsi di dolciumi davanti a un qualche talk show. Edoardo deve cercare di calmarli, ridimensionare la loro frustrazione, quando è lui il primo che non riesce a liberarsi da un bruciante tormento all’altezza dello stomaco.
Rivede gli occhi emozionati di sua figlia che gli domanda se possono addobbare l’albero insieme. Si aspettava quella domanda: arriva puntuale ogni anno, al sesto cioccolatino sul calendario dell’avvento.
“Stasera”, ha risposto lui. “Su, finisci i cereali.”
Balenano davanti a lui gli sfavillii delle decorazioni natalizie, e in particolare quelli di alcune stelline argentate, trovate in un mercatino dell’usato anni fa. Elena le tiene sempre da parte per lui: è parte di un rituale affettuoso, in cui lei può occuparsi di tutto il resto, ma quelle sono solo per il suo papà.
Lo strano dolore si annoda sempre più confuso nello stomaco di Edoardo a quell’immagine: lui con gli occhi arrossati dal sonno, seduto sul divano ad aspettare il suo turno. Elena è meticolosa e lentissima nel sistemare gli altri addobbi, e lui attende, ebbro di stanchezza e della calda gioia che gli provoca la vista di sua figlia così felice.
Un annuncio dalla ridicola voce degli altoparlanti: un ulteriore ritardo.
Prende il cellulare e cerca il numero della babysitter, Maria. È la figlia di una sua vicina di casa; va a prendere Elena all’asilo tutti i giorni, alle quattro, e rimane con lei fino all’ora di cena.
“Ciao Maria sono in ritardo. Puoi restare un paio di ore in più per favore?”
Digita anche: “dici a Elena che mi spiace per l’albero?”, ma se ne vergogna subito; cancella tutto e invia solo la prima parte. Prende fiato, trattiene il respiro: si tuffa di nuovo nella stazione fredda e agitata.

Maria sbuffa: sono già le otto e sperava di poter vedere il suo talent preferito in prima serata; pensa però al regalo che vuole fare al fidanzato per Natale, e si dice che tutto sommato qualche soldo in più non le farebbe male.
Si prende un paio di sottilette dal frigo e le smangiucchia con dei crackers mentre torna in salotto: Elena ha già cenato e sta iniziando a disporre gli addobbi sull’albero di Natale. È un abete di plastica in miniatura, una vecchia pianta spelacchiata su cui le palline faticano a rimanere appese: la bambina si ingegna a impigliarle tra i finti rami, copre i punti vuoti, che rivelano la struttura in metallo, con delle ghirlande dorate. Sembra seguire un criterio decorativo metodico, del tutto incomprensibile a Maria, che vi vede solo un ammucchio di ninnoli, tutti provenienti da set natalizi diversi. Si stampa un sorriso sulla faccia stanca: “Ehi Ele! Vuoi una mano?”
Si abbassa sullo scatolone da cui la bambina estrae le decorazioni impolverate e afferra delle stelline coperte di glitter argentato.
Elena la intercetta con sollecitudine: “No, quelle no! Quelle stelline sono di papà!” le prende di mano alla ragazza e le mette da parte, accanto a sé. Le rimira qualche istante, poi solleva gli occhi vispi verso Maria: “Vuole sempre metterle lui queste…” non si risparmia un’alzata di occhi al cielo, piena di accondiscendenza. “Se lo facciamo noi si offende sicuro. Gliele lasciamo qui e così le mette lui domani.”
Maria la guarda un attimo, poi ridacchia: “Questi papà, eh?”
Elena alza le spalle, come per dire: che ci vuoi fare, lui ci tiene tanto.
Sbadiglia, è tutta assonnata. Appende l’ultimo bastoncino di zucchero finto.

 

Illustrazione di dario.giallo

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Anna Rusconi

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