Pit, giù nel fosso

Pit barcollava fuori dall’osteria Zur-Licht, quando a un tratto rotolò giù in un fosso.

Il bosco osservava silenzioso il ruzzolone di Pit, che già imbevuto d’alcol si inzuppava d’acqua, annaspando al gelo nel cercare di uscirne vivo. Un rumore sordo, che nessuno poteva sentire.

Quel giorno Pit, mentre camminava verso il monte per andare a messa, si era trovato di fronte a due pastori che suonavano un preludio dolcissimo. Era come se la messa fosse uscita dalla chiesa per giungere all’aria aperta. Come se un’intermittenza, uno strano strappo tra il dentro e il fuori avesse permesso quella liturgia tra i prati. Pit cercò di godersi ogni istante della delicata melodia, tanto che, alla fine, a messa non ci andò.

Si fermò a parlare con i due pastori, dopo il loro personale concerto. Pit era entusiasta, sembrava li conoscesse da tempo. Di sicuro questo era il pensiero che qualcuno poteva fare nell’assistere alla scena. Quei tre si conoscono da tempo, sì, non c’è ombra di dubbio. Pit continuava a dare pacche sulle spalle ai due pastori, con un sorriso tra i più lunghi e sinceri della sua vita. Stava fermo, fisso, davanti a loro. Era una vera e propria liturgia quella che aveva appena vissuto. E quel concerto lo aveva ispirato al punto da insistere nell’offrire ai due pastori un pasto caldo e un bicchiere di buon vino.

Così i tre, dopo aver gustato uno stufato di carne con delle patate inzuppate nel brodo, cominciarono a bere del vino rosso scarlatto e il clima, pian piano, si fece sempre più allegro. Poi, inevitabilmente, sopraggiunse la pesantezza. Dopo qualche bicchiere di troppo la vista di Pit si era ormai annebbiata, come quella dei due pastori. I due decisero di fermarsi alla locanda per passare la notte. Pit, invece, doveva tornare a casa. Sua moglie Linda lo aspettava. Chissà dov’è finito, starà pensando. No, devo tornare assolutamente a casa, anche per mio figlio Peter. Anche lui si starà chiedendo dove sono, fregandosi la mano sul braccio, impaurito. Devo tornare. Non ho nemmeno soldi da spendere per stare qui, li ho finiti. Così, ringraziò con tutto il calore che aveva in corpo i due pastori  e cominciò a dirigersi verso casa.

Si era alzata una fitta nebbia fuori dalla locanda. Pit non riusciva a distinguere nulla. Per un istante si domandò se fosse il caso di tornare, ma le gambe pensarono più veloci della testa. Tentò di farsi guidare dal rumore del vento. C’era un bosco vicino a casa sua, avrebbe usato quello come punto di riferimento. Lì il suono del vento sarebbe stato molto diverso che sulla piana. Sarebbe stato quel suono la sua personale guida.

Giunse in qualche modo al limitare del bosco e riuscì a identificare l’entrata. Vedeva tutto più scuro, sentiva il frusciare dei rami e delle foglie degli alberi. Il vento si intrufolava sinuoso tra gli arbusti. Pit camminava adagio, cercando di fare attenzione a dove metteva i piedi. Poi il fango cominciò a dare qualche problema. Avrebbe dovuto badare a quel terreno così fangoso, per capire che era in prossimità del fosso. Ma il pensiero non fece in tempo ad arrivare a Pit, che era troppo zuppo d’alcol per ragionare lucidamente. Così, bastò uno scivolone e un tonfo nell’acqua per portar via Pit, che quel giorno era stato così bene.

Quando Linda e Peter trovarono Pit ormai morto nel fosso, fecero un funerale.

Una musica funebre suonò durante la messa, con le porte rigorosamente chiuse.

Racconto di Francesco Fiero.

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