Come dance with me!

La balera di C. era poco più che un vecchio granaio ridipinto di verde mela, con un palchetto e un bancone ricavati da quattro assi sgangherate, ma per noi era l’America: nella nostra campagna non c’era altro posto in cui ballare twist e boogie-woogie il giovedì sera, e per di più con delle band dal vivo, non da un paio di juke-box gracchianti! I padri controllavano le figlie più giovani dalle sedie lungo le pareti, e non si vendevano alcolici, ma solo bevande gassate: Giorgio allora rubava un po’ di whiskey dalla riserva di suo padre e ci rovinavamo la gola prima di uscire, nascondendo il fastidio con rauche esclamazioni d’entusiasmo.
Quella sera aveva rubato al padre anche il paio di scarpe che indossava, e gli andavano un po’ larghe. Erano di bella fattura, lucide e nere, in contrasto con la camicia verdolina e un po’ lisa in cui lui s’agitava: da quando eravamo entrati non s’era ancora staccato dal muro e fremeva di timidezza. Io stavo qualche passo avanti a lui, bevevo la mia Cola e ondeggiavo lentamente al ritmo della musica, guardandomi attorno con aria felina. Giorgio m’invidiava quella sicurezza, simulata così ad arte da essere ormai sincera.
La sala iniziava ad affollarsi e scaldarsi. Le contadine in abito buono cercavano di coprire con i profumi alla moda l’odore di granaglie che quelle pareti ancora emanavano; avevano ombretti luminosi e i colli scoperti nei vestitini che si cucivano da sole.
Lanciai un’occhiata a Giorgio: “Sciogliti le spalle, sembri una scopa”.
Lui rise indispettito ma mi ascoltò: si stiracchiò come un gatto e passò la mano sui capelli tirati all’indietro, con lo sguardo perso davanti a sé e un vago sorriso inquieto sulle guance ben rasate.
Poco più in là, intenta a sgambettare con un’amica, una ragazza aveva perso il ritmo, distratta da quel gesto tranquillo, e da quegli occhi che oltrepassavano la folla.
Mi feci più vicino a lui e gliela indicai con un cenno di capo.
“Chi intendi? Quella lì vicino al palco?”
Quando si stupiva, il suo volto sembrava stropicciarsi; per sua fortuna, mai troppo da fargli perdere quel fascino un po’ affilato e nobiliare, che non ci aspettava di trovare tra una gioventù che scavava in miniera e lavorava la terra.
Annuii: “Sì, vestito verde, capelli neri. Piccolina. Continua a guardare in questa direzione.”
Lui notò meglio quanto fosse carina la sua ammiratrice e protestò vivacemente: “Sciocchezze, Alberto!”
Mi stampai un’espressione sorniona in faccia fino a infastidirlo. “Mi illudi per niente, non sta guardando verso di me”, ripeté per convincersi.
“Lo sta solo facendo in modo discreto…”
“Ti diverti a prendermi in giro.”
Sembrava aver molto caldo e gli feci tracannare la mia Cola senza ricevere  nemmeno un grazie, ma glielo perdonai. Si percepiva il bollore con cui tentava di guardare nella direzione della ragazza senza rivelare il suo tormento.
Rincarai la dose: “Andiamo, fidati di me! Invitala a ballare al prossimo lento.”
“Oh certo! Smettila, insomma, lo sai che non son mica te. Guardati, tutto molleggiato, e a tuo agio…” e mi scimmiottò. Ci conoscevamo da quando entrambi avevamo lasciato le scuole medie, ed era un comportamento che nei miei confronti aveva sempre avuto; io non facevo che accoglierlo come il complimento che in fondo era.
“Hai ragione, sono così irresistibile che infatti non sto ballando con nessuno! E invece lì una ragazza ti sta mangiando con gli occhi”, ribattei.
“Ah, ho capito il tuo gioco! Stai cercando di scaricare l’amico imbarazzante per poterti divertire da solo, ammettilo! Molto furbo, amico mio… Chi hai già adocchiato?”
Gli diedi un finto pugno sul braccio: “Piantala una buona volta! E vai a chiedere a quella ragazza di ballare, dico sul serio. O lo farò io per te.”
“Ehi! Non ci scherzare neanche.”
“Ecco, non vuoi fare brutta figura? Vacci tu prima che lo faccia io, muoviti!”
Lo vidi riempirsi il petto d’aria un paio di volte, per ridare ossigeno alle guance arrossate: scoppiava di voglia di farsi avanti e lo sapevamo entrambi. Ci impiegò ancora alcuni minuti, ma poi prese coraggio e mi salutò con la commozione e la serietà di un commilitone.
Non appena lo vide voltare i piedi  – in quelle scarpe belle ma troppo grandi – verso di sé, la ragazza s’illuminò e la sua espressione divenne timida e impaziente come quella di Giorgio. Sembrava essersi già scordata del padre in fondo alla sala, dell’amica davanti a sé, del ballo che continuava mentre lei cercava di sentire le parole balbettate da quel ragazzo bello, d’una goffaggine intrigante.

Distolsi lo sguardo, non potendo sopportare oltre quella scena, e tornai a far vagare la mia aria indagatrice e indifferenze sul brulicare degli altri ballerini.
Le ragazze roteavano colorate, i ragazzi allentavano i colletti delle camicie che non erano abituati a portare. Sulle musiche più scatenate ballavano tutti insieme, in un marasma di colori e volti sudati, scegliendo già verso chi rivolgersi non appena fossero iniziati i balli a coppie; e tutti fremevano, frastornati dal calore dell’attesa, immersi in quel piccolo sogno in cui la figlia del rigattiere e il maestro elementare diventavano Fred Astaire e Ginger Rogers per una sera.
Al partire del lento mi appoggiai lungo la parete, braccia incrociate, aria di chi avrebbe potuto ma in quel momento non aveva voglia – desideravo sembrar libero e sprezzante, al punto da esserlo ormai diventato.
Sentii il bisogno di fumare all’aperto, ma un fastidio morboso mi teneva legato a quella sala, in cui non volevo essere e da cui al contempo non volevo uscire.
Sotto quelle luci fioche e calde, che davano un colorito di paglia a tutti quei volti giovani e accaldati, ballava la persona per cui mi maledicevo in segreto, innamorato senza alcuna via d’uscita.
Ballava con le mani titubanti appoggiate sulla vita d’una ragazza, avvolta in un vestito verde; ballava con le scarpe belle, ma troppo grandi perché non sue, a impacciarne teneramente ogni passo di danza.
E io rimanevo lì, appoggiato il muro, invischiato nella mia menzogna, così ben fatta da essere ormai indistinguibile da me stesso.

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Anna Rusconi

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