Anche i moscerini si suicidano

Fin da piccolo m’insegnarono l’importanza d’ascoltare le diverse campane. Provai a farlo ogni ora, per dodici ore al giorno, per sette giorni. Solo quando l’oculista mi disse che ormai era troppo tardi per l’otorino e che gli occhi invece, almeno quelli, erano integri, ci vidi chiaro.

Le campane erano i racconti molteplici e diversificati che si creavano allo scoccare di un solo e unico accadimento.

Il fatto era singolo ma i punti di vista infiniti. Eppure tutti i protagonisti avevano due occhi e la situazione era apparsa a tutti la medesima. Non per Polifemo, lui aveva una visione limitata e in quel momento stava facendo l’occhio dolce alla figlia del pastore. Questo era la guida spirituale per gli abitanti del paese e i suoi figli sapevano chiudere un occhio, porgere l’altra guancia, stringere le mani, non lavarsele di fronte ai bisognosi (infatti erano proprio i bisognosi a non stringere le mani ai figli del pastore perché schifati), dare pacche sulle spalle e anche coprirle in caso di sparatoria al Polo Nord, dove nonostante uno si copra bene, se colpito, muore comunque.

Le mie orecchie, probabilmente, non sarebbero tornate mai più utilizzabili. Ci misero del tempo a liberarsi perfino solo del fischio che le lusingava quotidianamente.
In compenso imparai a leggere il labiale e realizzai come le parole, private del loro suono, guadagnassero peso specifico.
Quelle vuote non sarebbero mai più esistite e a volte l’idea di non tornare ad ascoltare mi confortava.
Ero costretto a guardare in faccia le persone e a rimanere attento.

All’inizio non fu facile. Come prima cosa andai dal mercante, abile nel fare orecchie, e ne chiesi un paio nuovo.
Capii subito perché fosse così bravo, dal momento che mi guardò e fece finta di niente. Poi corsi in strada, verso la  piazza principale. Ricordo che c’era una psicologa che era tutta orecchie e nel vederla mi spaventai. Sì, perché lei non lavorava in un padiglione, il padiglione era proprio il suo. Enorme. Così vidi le mie speranze di guarigione immediata svanire e con loro il mondo come lo avevo percepito. Ci misi un po’ di tempo a cogliere i lati positivi, soprattutto quelli che mi avrebbero consentito di capire che tutti, nei miei confronti, avrebbe tenuto sempre lo stesso tono. Dunque darselo, con me, sarebbe stato inutile.

“Cosa è, secondo te, uguale per tutti?”
Risposi la morte.
“No, lei è quella cosa per cui da questo transito non si esce vivi, ma nel mentre? Cosa è uguale per tutti?”
Tacqui.
“Il sali e scendi della vita. Prima o poi tocca a tutti.”
Rise e corse via.
Pensai.
Da lontano aggiunse poi: “Io sono Bruno però non mi chiamo mai. Mi chiamano gli altri.”

La mia salita era silenziosa eppure la fatica si faceva sentire. Ridicolo. Diventi sordo e l’unica cose che senti è il peso che ti grava.
Bruno aveva settantasei anni e stava chiaramente affrontando la sua discesa, chissà poi se sarebbe stata l’ultima.
Vissi il nostro incontro come un passaggio, una staffetta. Vissi quelle poche parole stese sulle sue labbra come un rincoramento. Era il mio “Op!” al passaggio del testimone. A proposito, proprio al passaggio di costui avvenne il misfatto. Il testimone nel caso specifico era oculare e si chiamava Bulbo.

Era lì, intento a fare jogging sulle infinite vie del Signore, quando udì un tonfo sordo (che se non lo sentono gli altri lui non si sente mai) e vide a terra la ragazza e il moscerino. Lui era ancora li quando arrivai e in pochi istanti, la scena del presunto crimine diventò un vespaio. La donna e il moscerino erano a terra inermi. Mentre i lombrichi erano a terra ivermi, ma è un’altra storia.
Lei con una mano sull’occhio e una sulla coscienza. Lui con le sue ali immobili.
Un uomo provò a fare aria per sventolarlo ma il moscerino volò via, per qualche centimetro ricadendo a terra palesemente morto.
La donna si alzò in piedi e con l’occhio annegato nelle lacrime confidò ai presenti di non averlo visto.
“Lo ha ucciso!” gridò un passante.
“Ho visto tutto, è stato un incidente!” rispose un altro.
Tra la folla si fece spazio un uomo che con voce calma spiazzò tutti.
“No signori cari. Ero proprio davanti alla scena quando accadde il misfatto. Il moscerino si è lanciato contro l’occhio ben certo del destino che lo avrebbe atteso.”
I presenti risero, alcuni gli diedero del pazzo, altri del ciarlatano.
Io, che non potevo leggere tutte le labbra, mi fissai su ciò che diceva il testimone oculare:
“Voi tutti proponete una soluzione ovvia. Di comodo se vogliamo. Io invece, che ero qui presente, vi propongo ciò che ho visto con i miei occhi e ribadisco, il moscerino è morto suicida.”

Il testimone oculare era fermo sulla sua posizione. Era infatti un mezzo busto in marmo del noto comandante delle Forse Armate: Forsennato (dubbioso pure di esser stato partorito, dunque).
Capo di un plotone di dubbiosi pronti ad innestare dubbi in men che non si dica (rimanendo così soltanto non si dica, che a sua volta non viene nemmeno detto) avvalorando la loro versione dei fatti.

Proprio io infatti chiesi al mezzo busto:
“Sei sicuro?”
“… E tu?”

 

 

(Spin Off)

“Non conobbi mai il benessere ma solo lo stare mezzo mezzo. Di mezze misure si può vivere e sì, anche amare con le mezze verità.
Mi fu dato spesso del mezz’uomo, ma cosa volevano saperne loro? L’avere gambe significa esser tutti d’un pezzo? Oppure basta avere un cuore?
Un cuore che funzioni in senso orario e che irrori gli altri, non solo gli arti. Che basti a questo mezzo corpo, per poter viaggiare con la mente, mentre il mentre viaggia intorno ad esso. Mentre il tempo si compiace del suo esistere a prescindere da chi osa attraversarlo.
Non si scappa al tempo.
Non si sopravvive ad esso ed è per questo che le sole gambe non potranno mai servire a superarlo.”

Eccolo il sapore amaro del dubbio. Quel verme che dall’interno della nostra mela trova spazio e si affaccia dalle nostre cornee, giusto il tempo di lasciarci catatonici. Con gli occhi fissi e privi di battito ciliare.
Uno strisciare, tra le certezze della corteccia cerebrale, che lascia insicurezze nel suo percorso.
Dopo la domanda del mezzo busto, fui dubbioso perfino sull’oggetto dei dubbi da lui intimatimi.
Osservavo il moscerino a terra e non riuscivo a credere che si fosse suicidato.
“Sei così sicuro di non sentirmi?”

Nemmeno il tempo di accordarmi con me stesso sulla risposta, che il mezzo busto mi morse un dito. Gridai.
Mi sentii gridare.
“Vi dico che si è suicidato!”
Ora non sentivo più niente. Nuovamente.
“Hai capito o no che non è sempre tutto come appare? Sentire il mondo esterno equivale a sentire davvero? Il dolore del mondo che ti circonda ha un suono? Il tuo dolore lo senti?”
Ora lo avevo avvertito.
“Quel grido era il tuo dolore più superficiale, ma il male interno? Come puoi ascoltare il dolore di un moscerino se non metti in dubbio che lui possa soffrire? Come potete, voi tutti, non porre un piccolo dubbio su questo?”
Tutti adesso pendevano dalle sue labbra; solo io le leggevo e mi ci aggrappavo disperatamente…

“Vola, non ha problemi di sorta. Dovrebbe essere spensierato. Come ci si sente ad essere un problema per gli altri durante la propria cena? Come ci si sente ad essere cacciati a manate? Com’è perdere la propria famiglia a causa della noia altrui?
La signora che aveva investito il moscerino piangeva e le sue lacrime scolorivano le nostre certezze.
“Come potete pensare, anche solo per un istante, che il solo essere vivo sia abbastanza, quando nessuno percepisce il tuo dolore?”
Provai a ricordare il suono del mio urlo ma l’unica cosa che mi venne in mente fu il verme sinuoso.
Il mezzo busto tacque e con lui tutto il piccolo gruppo di persone che si era venuto a creare attorno al moscerino.

Quel nucleo di bocche cucite mi rese di nuovo udente. Ascoltavo lo stesso loro silenzio. L’aria, anch’essa, trattenne il fiato e gli alberi smisero di agitarsi diventando, per scelta di primordiale semina, passanti statici.
Il ciottolato da terra provava a vedere tutto dal suo punto di vista, quello di colui che da sempre si fa mettere i piedi in testa e che per questo ha fatto proprie le parole del mezzo busto.
L’erba si asciugò per l’ennesima volta le sue lacrime di rugiada, visto che tra i suoi confini troppo spesso aveva visto morire altri moscerini.
Il silenzio toccò le orecchie di tutti e non diede scampo a chi cercava di romperlo. Perché questo tipo di silenzio è una forma di rispetto per chi è stato e ora non è più. Questo tipo di silenzio non si azzittisce sovrastandolo con parole mute, non si lacera con uno sguardo che non può che essere rivolto a terra verso quel ciottolato, che ora, è anche schiena che sorregge le colpe di noi tutti.

 

Racconto di Emiliano Gambelli.

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