Centrifuga

“Violinista matto / che ascolti là fuori / una cosa da nulla / ma che fa piangere l’anima…”

Fernando Pessoa, Poesie

 

La ragazza con la frangetta era seduta a un tavolino con una gamba più corta delle altre, e, mentre cercava di seguire quel folle tip tap ondeggiando come sul ponte di una barca, beveva a sorsi un cappuccino bollente e guardava fuori dalla vetrina la città – come sempre caotica e immensa – che si rigirava su se stessa, attorcigliandosi attorno al traffico, allo smog e ai semafori eternamente rossi che puntellavano le strade.

La gente entrava e usciva, si sedeva al bancone e prendeva un caffè al volo prima di tornare ai propri affari o rimaneva mezzore intere a leggere i giornali e a guardare i fondi delle tazze; la ragazza li osservava cercando di immaginarsi la loro vita fuori di lì, le persone che conoscevano, le cose che facevano, le luci della loro cucina, i quiz pre-serali che guardavano, i loro film preferiti e tutto il resto – era un gioco che la divertiva enormemente. Fuori, la città ribolliva di milioni di respiri al minuto, tremava sotto i miliardi di passi e movimenti tellurici, si contorceva nel dolore degli incidenti stradali e nelle urla delle casalinghe bruciate dal ferro da stiro e rideva coi bambini che si inseguivano nei cortili; la città si ubriacava nel susseguirsi vorticoso delle ore, dilatandosi e restringendosi come dentro una centrifuga.

Negli imperscrutabili filari della probabilità, del caso o del destino della ragazza, sedersi al tavolo invece di prendere come al solito un caffè al volo fu fatale, perché mentre sorseggiava il suo cappuccino fece inavvertitamente cadere lo sguardo sul tavolo di fronte al suo e vide poco oltre, due tavolini più in là, un ragazzo giovane e non troppo bello che stava mangiando un kiwi – il ragazzo aveva tagliato il kiwi a metà e dalla buccia scavava col cucchiaino la polpa verde e amarognola come se la buccia fosse una coppetta o una tazzina. La ragazza si mise a fissarlo senza pensare alla scortesia o all’imbarazzo di quel gesto, e guardando il kiwi mangiato metà alla volta iniziò a ripensare al suo passato, a quand’era un’adolescente e a quando stava insieme ad un ragazzo che mangiava il kiwi esattamente in quel modo; improvvisamente, rendendosi conto che erano quasi dieci anni che non gli pensava davvero, si accorse che con lui era stata anche felice – forse perché era giovane –, che si era divertita e che forse era stato un po’ un peccato averlo perso. Si chiese dove fosse, cosa facesse nella vita, se avesse una famiglia oppure no e se fosse soddisfatto, si domandò se le pensasse ancora qualche volta o se anche lui come lei si ricordava solo di sfuggita della loro breve storia adolescenziale fatta di solletico, lotte, baci, brufoli e sesso. Forse, si disse, come in quella vecchia canzone di Vecchioni, di quello che non ho fermato e che valeva oggi mi pento.

Racconto di Alessandro Punti

Annunci
L'ospite Inatteso

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...