Eppure

Eppure non ti ricordi più il nome, eppure un tempo ti piaceva pronunciarlo; ti pavoneggiavi fiero quando varcavi il confine della prima sillaba per sprofondare subito nell’ultima, quasi sbarcassi in una terra inesplorata e fossi fondatore di colonie prospere, tronfio e consapevole di essere l’unico a chiamarmi così; eppure continui a parlarmi lo stesso, mi parli in silenzio con i gesti allenati con cui accendi l’ennesima sigaretta e ti giri verso di me proprio nel momento in cui aspiri, fingendo di non sapere, di non rammentare l’intimità che quella semplice azione richiama, quella della tua auto minuscola, la prima volta che hai osato insozzarne i sedili con l’odore di fumo hai pensato bene di mescolarlo al mio, affinché non evaporassi lontano e me ne stessi lì, racchiusa in una bolla sfuocata, dietro al vetro frammentato dalla pioggia che cadeva sul finestrino dell’auto, assieme alle sciocchezze che abbiamo vissuto, al ricordo di quando ero ubriaca e tu hai fatto apposta a capitarmi di fronte, di quando sono scivolata sul pavimento di casa di tuo padre e mi sono quasi spaccata la testa, di quando abbiamo pagato sei euro una striminzita bustina di tè, di quando ti ho urlato la mia vita in un bar dove la musica era assordante e pessima e ti ho abbracciato senza neanche conoscerti – eppure hai sempre pensato che non sapessimo niente l’uno dell’altro. Eppure tutto quello che ti sto dicendo non ti smuove: resti lì, appoggiato alle grate della finestra della biblioteca, mi soffi via assieme alla cenere; eppure ero io un tempo quella che soffiava, lo facevo per gioco come fossi una specie di felino ogniqualvolta dicevi qualche stupidaggine goliardica legata alla tua giovine età, o per zittirti e vedere l’espressione incredula e divertita che ti si stampava in fronte; eppure eri tu quello che non voleva sentire quando dicevo che probabilmente saresti sparito, che una mattina ti saresti svegliato e avresti trovato improvvisamente insopportabile il mio tono da saputella, la gru di parole scaraventata sulla tua testa non appena ci vedevamo; eri tu che mi portavi le braccia al collo quando sostenevo che se non ci fossimo visti per un po’, sarebbe stato proficuo per te, addirittura rigenerante, avresti finito per trovare noiosi tutti i tratti che ti avevano incuriosito di me; eppure non ne volevi sapere, neanche nell’ipotesi, dicevi, t’infastidiva che m’intestardissi con questi discorsi, eppure non capivi che volevo essere pronta, che dovevo prepararmi, che sarebbe stato molto più difficile per me che per te vivere l’oggi, un oggi in cui io sono solo un cappellino giallo sformato e una sciarpa di lana che si ritrae di fronte alla lama dell’accendino con cui bruci i miei tentennamenti nell’avvicinarmi a te; eppure ti spaventava l’idea che potessi sbarazzarmi di te, che volessi sospingerti lontano da me offrendoti due ali con la scusa di voler alleggerire la tua mente, eppure eri tu che puntavi al compromesso storico nel quale la mia esistenza e la tua rimanevano intrecciate così, in questo limbo fumoso, in cui vi era sempre una forza a trattenerci, che tu forse vedevi come una corda, un guinzaglio, la chiamavi buon senso ed io invece la osservavo nella forma più semplice che assumeva, affetto, affetto per te che a volte mi sembravi me, affetto per me nel mio differire da te, affetto a tratti anche tragicomico nel suo disperato proposito di salvaguardarsi; eppure non si è mai trattato di un dialogo fra entità eteree, eppure non siamo mai riusciti a cogliere nemmeno così tanto l’uno dell’altro, eppure c’era dell’empatia, si scorgeva nella pigrizia del tempo assieme una linea comune, per la quale si portava avanti un progetto utopistico, ci si stringeva un po’ affinché l’altro potesse avere l’angolino di un divano, una tazza di tè, il sedile di un’automobile, uno spazio a fianco al proprio nel mondo. Eppure non c’è mai stato bisogno di ammetterlo, abbiamo sempre saputo che era una causa persa in partenza, per quanto tu ti coprissi le orecchie e io presentassi il tutto come una filastrocca; eppure adesso mi piacerebbe riportare tutto di nuovo a galla e immergerti da capo ai piedi in queste acque melmose in cui neanche troppo tempo fa t’impantanavi, eppure sarebbe sciocco, sarebbe egoista da parte mia stracciare il tuo equilibrio neonato solo perché un amico come te non lo avevo da anni – forse non l’ho avuto mai. Eppure ti guardo e non dico nulla, solo un semplice segno del capo che ricambi con un’occhiata fugace, il vento gelido riempie con la polvere la tana che avevo scavato per te; eppure sento di aver dimenticato qualcosa, che avrei potuto fare di più; eppure mi volto, porto la sigaretta alla bocca, aspiro e mi allontano.
Eppure.

 

 

Racconto di Giulia Meraviglia

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